domenica 25 novembre 2012

TURISMO IN SARDEGNA: RICREARE LA RICREAZIONE

TURISMO IN SARDEGNA: RICREARE LA RICREAZIONE.

Ogni tanto su giornali, riviste, aeroporti... mi capita di osservare variopinti frammenti costieri dall'inequivocabile firma. Un invito ad approdare ai nostri lidi. Niente di male un po' di pubblicità. Ma insistere sempre sul mare mi sembra una forzatura, un sovrappiù. Alla stessa stregua di una Venezia che dovesse continuamente ricordarci le romantiche calli d'acqua, ovvero: la sua più ovvia peculiarità turistica.

Che l'Isola sia fornita di coste, spiagge, mare splendido... è noto a tutti. Dovrebbe essere un dato così scontato nella nostra mentalità turistica, da far centrare l'attenzione su aspetti più importanti: quelli che fanno al nostro merito, per capirci. Perché, siamo onesti: quegli splendori naturali sono annoverabili tra i meriti del buon Dio! Mentre nostro vanto sarà, verbigrazia, l'impegno nella salvaguardia di cotanta bellezza.

Nell'Isola, dal suo espandersi in poi, abbiamo assistito di frequente ad un turismo abusato, altamente inquinante: dalla struggente edilizia alla sporcizia tra la vegetazione. Per non parlare poi di certe stravaganti-ripetute menomazioni, effettuate da chi ha la cafona abitudine di strappare souvenir direttamente da Madre Natura. Tutti abusi dovuti - oltre all'inciviltà di chi li commette - alla nostra “lassezza ecologica”. Se fossimo dovutamente esigenti nel rispettare e far rispettare, applicando all'occorrenza proporzionati “iscramentus” (multe a mo' di monito) legali, allora la musica sarebbe altra! Nei luoghi dove il controllo esiste, si può osservare come - oltre alle persone addette - sia la popolazione tutta a vigilare. Si crea così una sorta di “eco-atmosfera” tale, che le persone che che lì villeggiano si sentono gentilmente... controllate (forse il termine non è il più adatto), esortate al rispetto di una porzione del pianeta che - UNESCO o non UNESCO - è patrimonio dell'intera umanità.

E se anche noi facessimo così? I turisti verrebbero più volentieri e più... civilmente selezionati! Perché laddove c'è serietà ecologica, cordialità e prezzi ragionevoli, il buon turismo è vincente. Sì: esiste un turismo serio, amante della natura, della semplicità, dalle esigenze non sofisticate, attento alle specifiche culture dei popoli - quello dobbiamo favorire! - il quale apprezza la trilogia: cordialità, natura ben curata, prezzi.

La salvaguardia ecologica quindi, ai primi posti. Da essa dipende tutto il resto. Che senso avrebbe lucrare avidamente su un mal gestito turismo lasciando deperire, alla fin fine, la stessa fonte di lavoro? Eppure spesso così accade. E il turista se ne va con l'impressione apposta: passiva cura dell'ambiente (molti, al loro ritorno dalla Sardegna, portano l'impressione di : paradisiaci ambienti spesso abbandonati a se stessi, alla mercé del primo malintenzionato...), prezzi esosi, servizio evanescente e a muso lungo. Naturalmente non sempre è così. Laddove curiamo il tutto e siamo cordiali (e quando vogliamo, sappiamo esserlo in maniera singolare), i visitanti se ne accorgono, apprezzano molto... e ritornano ben disposti. Perché si sentono bene, caldamente accolti, messi al loro agio, rispettati e invitati a rispettare.

La vocazione turistica , in fin dei conti, è una missione tutta speciale dove i rapporti umani, più in là delle apparenze, ne costituiscono la piattaforma. In fondo si tratta di un incontro tra due gruppi di persone: quelle che vivono il tempo della ricreazione, e coloro che ospitano facendo sì che quest'ultima sia piacevole. Ne scaturisce un arricchimento reciproco, che rende la vocazione turistica un'esperienza assai più profonda di un mero lucrativo mestiere.

La predisposizione al turismo non può prescindere dalla rigorosa pulizia in senso ampio. Mi riferisco alla nettezza urbana ben organizzata, ai cassonetti, alle cose fatte bene, messe in ordine. Tralasciare o meno questi aspetti fa la differenza eccome! No: non basta il bel mare! Tutto l'insieme dev'essere bello. Bello e... pulito. Perché un autentico senso del turismo include l'idea del bello “armonico con l'ambiente” : “ Chi a palas de is ermosas plaias, de s'oru 'e mari, ddoi fuiaus donnia calidadi 'e aliga e fareus agatai donnia bruttesa manna, e ddoi funt ainas ghettadas a pari, a sa managa, is turistas sin-ddi acatant e no at a essi ua recrama bona pro nosus...”.

Ed ecco il turno dei segnali stradali. Insufficienti, come ben sappiamo. E come fa il malcapitato turista...? Chi traccia la segnaletica dovrebbe mettersi costantemente nei panni del visitatore che per la prima volta si cimenta nella rete stradale isolana. Spesso - causa cartelli mancanti o poco orientanti - si è costretti giocare alla roulet russa per azzeccare la meta prescelta! D'accordo: ci sono le mappe e tecnologie varie. Ma non ci esimono dal nostro civico dovere. Perché quando sei lì, davanti al fatidico e ingarbugliato incrocio, nella deserta campagna, specie se immerso nella tenebrosa notte sarda: una buona segnaletica è un sollievo da non poco!

Insomma: siamo noi che, in certi aspetti dobbiamo adattarci alle esigenze dei visitanti. Penso, per esempio, alla configurazione degli orari (perlomeno quelli estivi) di musei, chiese,... Ho notato (e mi è stato fatto notare) che soprattutto i turisti di provenienza anglosassone o nordica in generale, nelle visite alle nostre città, non rispettano le pause canicolari. Chiudere bottega in questo lasso di tempo non equivale certo a mettere al loro agio queste persone.

Eppoi le chiese. I turisti amano visitare le nostre chiese! Ma - ahimè! - molti sono costretti a sostare sconsolati all'uscio per via dei... cartelli. Non mi pare risponda al buon senso proibire un abbigliamento più che consono nelle torride estati sarde. Pantaloni fino al ginocchio e magliette prive di maniche (non aderenti e senza scollature o riduzioni varie) - tipica uniforme del turista che cammina, sia nell'uomo che nella donna - mi sembrano abiti più che dignitosi. In altri Paesi caldi come la nostra Isola, non si fanno di questi problemi.

Ed ora... circa la grande-grave questione: la massiva edilizia nelle coste è sinonimo di maggior profitto economico? No. In teoria l'assioma pare assimilato; ma nella prassi...! Tutt'ora si assiste all'innalzamento di cubiche strutture in luoghi ancora vergini, quasi dia fastidio che rimangano degli ambiti non imbrattati da mattoni e cemento. Insomma: ingordi fino all'osso! È chiaro che l'edilizia debba essere contemplata dall'industria turistica, ma plasmando il tutto in sintonia con l'ambiente; le coste sarde non sono la riviera Adriatica, Punta del Este o le spiagge carioca.

Nemmeno il “turismo di lusso” è di ecologica ed economica convenienza. In gran parte parliamo di gestioni dalla titolarità oltremare, le quali, in proporzione agli ingenti sacrifici ambientali da esse richiesti, lasciano esigui benefici in loco (in termini complessivi). Nemmeno l'agricoltura, la manifattura e l'allevamento nostrani si beneficiano come dovuto, visto che negli empori di questi agglomerati troviamo facilmente - e non da adesso - notevoli quantità di prodotti esterni.

Insomma: il turismo costiero (guarda caso, quello che maggiormente gonfia il nostro vanto) parla ancora di un protagonismo gestionale più o meno periferico da parte nostra. I capitali esterni facilmente hanno la meglio sulla nostra remissività territoriale. E se è pur vero che la Regione Autonoma (!) in suddette manovre ha sostenuto (e sostiene) gravi azioni complici, tutti dobbiamo sentirci in certo modo responsabili ed interpellati verso un cambio di rotta. Perché sa di presa in giro sapere che gli effetti di costose inversioni pubblicitarie (cf. proemio), defluiscano, in buona parte, entro salvadanai altrui! Perché ha del patetico dover sentire ancora oggi: “ Ma è vero che alcuni facoltosi Arabi stanno acquistando quel pezzo di costa per farci su un complesso turistico? Ah, meno male! Così almeno ci sarà qualche posticino di lavoro...!”. No! Si possono comprendere i poveri agricoltori che anni fa vendettero le loro terre costiere (ignari di quanto sarebbe poi successo)...; ma oggi...!

La mania che abbiamo di svendere casa per ottenere qualche briciola in cambio, facendoci “tzeràccus e galliòfus in domu nosta!” (anche se in un primo momento tutto brilli d' auree promesse) costerà cara alle generazioni future. Perché la verità è che non c'è somma di danaro, per quanto alta, che valga la libertà di poter disporre in casa propria... che valga l'umana e adulta (adulta!) soddisfazione che da essa (dalla libertà sovrana) scaturisce.

E il turismo di massa favorisce...? Anche in questo caso credo di no. Non si tratta d'imbastire la sagra dei “no”, ma di ragionare con profondo realismo sulle conseguenze a “largo raggio” (le più importanti!) di un certo andazzo, e capire come dietro alcuni “no”, possano librarsi tanti “sì”. È un dovere che abbiamo verso noi stessi e le generazioni in avvenire.
Il turismo di massa non è sinonimo di maggior guadagno complessivo; è anch'esso altamente inquinante e non proporzionalmente remunerante. Il rischio è di rimanere sfiancati su vari fronti.
Certo: il numero è importante per il fatturato, e va preso in considerazione; ma con misura (non so se esistano studi sul rapporto: quantità/tolleranza ecologica/proventi economici).
In quest'ottica di contenzione sarebbero da contemplare scelte rivolte ad un turismo più parsimonioso, scevre da scriteriati auspici di presenze massive funzionali ad un avido profitto dalle gambe corte. Un turismo quindi moderato nella capacità di offrirci ricchezza, ma certamente più solido in termini di continuità nel tempo. In fin dei conti è questo quel che più importa.

Un aspetto tutto bello è la valorizzazione, da parte di sempre più paesi, del proprio patrimonio ambientale, storico, culturale(incluse sagre, feste, in alcuni casi riesumate o riportate all'originale identità, attraverso rigorose ricerche storiche), artistico, architettonico, urbanistico, archeologico, gastronomico, agro-pastorale, artigianale... Si enumerano tanti imitabili esempi in questo senso. È consolante vedere paesini ben curati e con fiammanti indicazioni (quando si vuole...!): gialle, marroni... ben direzionate, non bucherellate e sequenzialmente distribuite. Tutto ciò favorisce quell'aspetto che in fin dei conti è l'anima di un turismo umanizzante, intelligente , creativo e auto-pubblicizzante: l'interazione tra ricreazione, natura e cultura. Entrambi gli aspetti sono legati alla crescita della persona. Perché anche la ricreazione, in fin dei conti, è tempo di crescita; un peculiare modo di far crescere la propria vita.

C'è di più. L'impegno nel condividere la nostra cultura col turista-ospite, può oltremodo contribuire al “riapproprio identitario”. Perché non si tratta di svendere uno sbiadito folklore da spettacolo (penso ai balli indigeni nelle piazzette di Porto Cervo o robe simili), ma una gioiosa condivisione col visitatore, di ciò che fece e fa parte del nostro vissuto. In questo senso il turismo non sarà un saccheggio mal sopportato per irrisori contentini economici; non sarà nemmeno un fattore di “annacquamento dell'identità”(tipico di certi luoghi dal turismo massivo e caotico, ove tutto è immolato sull'altare del solo profitto), ma: stimolo per la salvaguardia dell'identità, la quale in larga misura dovrà essere il “tocco peculiare” della nostra personalità turistica e sempre in larga misura: la “buona ragione” di quelle donne e uomini che scelgono di ricrearsi in casa nostra.

In tale contesto turistico-culturale, le stesse bellezze naturali acquistano più forma, volgendosi cornice pittorica di un quadro ambientalistico e antropologico. Saranno, se così si può dire, il pretesto favorente un turismo ad ampio respiro, che sa andare oltre il... bel mare. È ovvio che sarà poi il turista a fare la scelta, ma all'interno di una realtà ricreativa che che sappia connetterlo (in qualsiasi punto egli arrivi) al tutto geografico e culturale. Le coste quindi come punto di approdo e di partenza, costellate da esaustive informazioni verso l'ogni dove dell'Isola. Così facevano le nostre Madri e Padri dei Nuraghi, già allora capaci di connettere le coste con l'interno, per favorire il commercio con i popoli interagenti. Quanti esempi moderni dai nostri... Antichi!

Sappiamo che la scoperta delle zone interne è già, in parte, una realtà: passeggiate, escursioni organizzate, sport legati alla montagna,... parchi naturali, il fiorire degli agriturismi. A parziale (e spero progressiva) smentita dell'incipit di questa stessa riflessione, mi è piacevole scorgere, in qualche rivista, pubblicità su tradizionali eventi religiosi (di grande interesse culturale anche per un non cattolico), inseribili in quel turismo spirituale che ha preso forma in questi ultimi trent'anni.
Insomma: tutte iniziative che parlano di una creativa in atto. E non è poca cosa prenderne coscienza, visto che sarà la creatività consorziata la chiave per... “l'invenzione” di posti di lavoro, in un futuro molto prossimo. Sì: un turismo “migliorato e ben reinventato”, offrirebbe molti dignitosi posti di lavoro in più nella nostra Isola.

A prescindere da tali progressi, la nostra mentalità turistica necessita un notevole salto di qualità. I circa quarant'anni di rodaggio pare non ci siano bastati. Sarebbe a mio avviso proficuo che classe politica e cittadini ci dessimo spazi di riflessione per sondarne i perché.
Alcuni passi sono stati dati - come già sopra - e bisogna prenderne positivamente atto. Ma, insisto, ha da maturare una visione d'insieme, la visione del “maestro d'orchestra”, dell'interconnessione, affinché si possa parlare di industria turistica assemblata... affinché l'inversione di energie umane, ecologiche, economiche... confluisca in un equivalente e ben distribuito profitto.

Sorge a questo punto la necessità della messa in atto di una vera e propria “educazione al turismo”. Regione, Provincie e Comuni dovrebbero investirci ampie energie sostenute da sagge strategie. Non so, per esempio, quante scuole alberghiere ci siano nell'Isola e la percentuale di studenti motivati a frequentarle. I nostri giovani dovrebbero essere costantemente stimolati circa tale indirizzo ed aiutati su eventuali iniziative, onde favorire il formarsi di una solida classe imprenditrice autoctona nel settore. Altro che parassitari impieghi nel pubblico! Altro che Industria Chimica e porcherie varie! Sia chiaro: non ce l'ho coll'industria, ma con i velenosi e maleodoranti mostri chimici che tanti denari (nostri) e risorse naturali (come: acqua,...) hanno succhiato e succhiano; inconciliabili con l'altissima vocazione turistica delle nostre oasi.

Inutile nascondersi dietro un dito: industria pesante e servitù militari, oltre a mortificare la nostra sovranità territoriale, creano – lo sappiamo – sacche d'inquinamento dagli effetti devastanti; diciamo pure... mortali, per non nasconderci dietro anestetizzanti eufemismi. Andiamo quindi ben oltre la questione del solo (e chiaramente penalizzato) turismo. Prima o poi dovremo dichiarare nettamente la nostra sovrana decisione circa un problema di così enorme portata, al quale solo noi (sardi) possiamo metter fine. Aspettare che tutta l'acqua bollente si versi dalla pentola, per gridare allo scandalo... poscia, non farebbe onore alla tempistica di un Popolo che vuol dirsi: previdente custode delle proprie colline, pianure, montagne; delle proprie acque e della propria aria... dei propri bambini: della propria... dignità.

Prima di concludere, il pensiero volge di nuovo alle coste, alle spiagge; - e n-ddi torrat! (eh sì! La lingua batte...!) - . Forse, quando impareremo ad esercitare efficace sovranità sulle nostre coste, spiagge, mari, così da favorire un ambiente ricreativo sempre più sano, cordiale e bello “segundu is costuminis nostas”; quando progressivamente andremo migliorando le interazioni ambientali-culturali fra le coste e l'Isola tutta, allora potremo felicemente constatare che le (pur utili) pubblicità costiere su aeroporti e riviste, diverranno un accessorio del tutto secondario.

Ma ci sarà da lavorare con tenacia. Nessuno sarà disposto a concederci e a cederci niente. Nessuno sarà disposto a sottoscrivere nuove regole del gioco! Dovremo... dobbiamo, già ora: fare, migliorare, risanare, reinventare... tutto da noi.
Ignazio Cuncu Piano

venerdì 9 novembre 2012

INDIPENDENZA SARDA E ASCETISMO POLITICO

INDIPENDENZA SARDA E ASCETISMO POLITICO.

Sembrerebbe che sempre più cittadini sarde e sardi - seppure lentamente, in forma non omogenea e in termini politici non ancora esaustivamente compatti e incisivi - stiano... stiamo maturando una coscienza indipendentista. Ne sono contento! Un appropriato e recente revisionismo storico si sta rivelando sempre più capace di raccontarci un trascorso che parla di un Popolo capace di essere protagonista di se stesso. Di conseguenza,“gei fiat ora!”, si va sgretolando - seppure lentamente -  il dicotomico mito che da una parte sentenziava la nostra incapacità a governarci senza l'italico appoggio, e dall'altra conferiva a quello Stato il ruolo di balia prodiga verso l'insufficiente economia isolana, della serie: “ Come facciamo a sopravvivere senza il sostegno dell'Italia? Sotto l'Italia siamo economicamente facilitati/aiutati, soprattutto nei momenti di crisi...”(ditziosus nosus!). Oggi almeno stiamo scoprendo che: non proprio così, forse il contrario.

Ma torniamo al percorso indipendentista, perché di percorso si tratta. Percorso fatto di pensiero ed operatività che siano veri e propri test (per noi stessi) di crescente maturazione autodeterminante.

Esiste al momento attuale un'istanza politica di spessore ove convogliare tale cammino? Mi sembra di no. Il panorama isolano si presenta piuttosto frastagliato. Più conformazioni politiche perseguono la stessa meta con differenti tipologie. Ciò in un primo momento non è un male; può addirittura essere una ricchezza. Ma se il discorso prenderà corpo, si dovrà pian piano convergere ad una sostanziale/fruibile unità di vedute e strategie. Perché, come ovvio, l'unità nazionale si potrà ottenere solo se “insieme”: altra via democratica non c'è.
Non so come si approderà a menzionata unità: se per suffragio maggioritario verso un solo gruppo politico(che ne diverrebbe il punto di riferimento compatto) , attraverso il già citato accordo tra diversi gruppi(indipendentisti) , ...

A prescindere da tutto ciò, il nucleo della questione s'incentra sull'impostazione a monte di “un'azione politica seria e alternativa”. Risulterebbe per niente interessante un'indipendenza intessuta con le scadenti trame di sempre.

La più grande sfida degli attuali Movimenti Indipendentisti, quindi, consisterà nel “non-ricalcare” gli stessi comportamenti da loro criticati, consapevoli che ciò sia molto più difficile di quanto possa, in teoria, sembrare.

Il tutto potrebbe concretarsi soltanto attraverso una “lenta rivoluzione politica interiore”. Non quindi un drastico ribaltamento esterno, ma una nuova presa di coscienza che dovrà essere indispensabilmente personale per poter sortire autentica valenza collettiva.
Purtroppo, che la polis necessiti persone limpide ab intra , è un ritornello così coralmente e pateticamente declamato, che la messa in pratica non risulta poi così - sigh! - importante.

Volendo intessere una sorta di spiritualità laica, si potrebbe osare che solo attraverso un “ascetismo politico” si potrà intraprendere un cammino che si dica... nuovo. Lo stesso termine (politica), indica come il servizio ai cittadini possa essere svolto soltanto attraverso solidi contenuti di fondo.

Ascetismo politico. Ascetismo. Gli “ascetès” (da cui il termine ascetismo), nell'antica Grecia, erano gli atleti, i lottatori. Persone che dovevano esercitare un costante auto-dominio per evitare abiti limitanti il rendimento fisico, e fomentarne altri che lo favorissero. Tutto ciò implicava saggezza di vita, diete oculate, discernimento atto a distinguere “quali e quali atteggiamenti; quali e quali tecniche ginniche...”.

Anche in politica dovrebbe essere così. Soprattutto nel delicato e arduo impegno volto a sensibilizzare un Popolo sulla propria identità di Nazione. Non sarà certo una passeggiata ricreativa il cammino verso l'indipendenza, ma una scalata esigente, impensabile senza quel “ascetès per (il bene de') la polis” di cui sopra.
Alla stessa stregua dei ginnasti ellenici, chi intende perseguire questa meta(l'indipendenza), dovrebbe previamente discernere “quali e quali atteggiamenti(che premettono le strategie)...”, per poi viverli: nella sostanza, nella forma. Poiché non si tratta di cose scontate, che vengono da se',  in automatico.

Quali e quali atteggiamenti allora? Non so: cito alcune cose che mi paiono importanti.

In primo luogo è da evitare il più generico e già menzionato pericolo: ricalcare gli stessi errori di chi si critica. La tendenza a ripetere schemi medesimi, forse inconsciamente assimilati da quello che (per molti sardi) è l'unico panorama di confronto (il panorama italiano) : c'è e si nota.

Eccone poi uno tutto nostro: l'individualismo, il complesso del capo-tribù. Scopro l'acqua calda, lo so. Ma è veramente ora di farcela finita! Senza un impegno serio da parte di ognuno circa quest'atavico handicap, l'indipendenza rimarrà un reiterato e annoiante argomento da salotto!
Prospettive di grande portata sono state gravemente frustrate (anche in tempi recenti) a causa di miopi e futili personalismi, incapaci di interpretare i segni favorevoli del momento storico. I motivi? Fra altri: la mancata - capacità? Volontà? - (da parte di certi leader) di anteporre l'evidente maturazione della coscienza collettiva ai propri meschini posti(cini) di comando. Detto in altri termini: la mancata-democratica decisione di dare spazio alla messa in atto delle capacità altrui, ai naturali e vitali ricambi dirigenziali, considerando questi aspetti come: il miglior risultato del proprio lavoro.

Fa rabbia tutto ciò! Fa rabbia veder crollare progetti intelligenti e ben avviati per motivi stupidi(ni)! Fa rabbia vedere come simili spettacoli compromettano il capillare impegno di molti, disilludendo(cioè perdendo l'assenso di) numerose persone seriamente/validamente... pensanti e operanti. Perché laddove si vuol essere perpetui generali(ni) con tanti soldati(ni), si rimane a corto di cervelli, di personalità mature. E come la fai l'indipendenza senza la... sostanza? No: non ha senso perseguire alte mete con l'esercito di Franceschiello! Non ha senso la figura (infantile) del leader trascinatore di ( infantili e amorfe) masse (masse si fa per dire). Oggi ha senso solo e soltanto il gioco di squadra, il leader buon coordinatore, che sappia incoraggiare le specifiche creatività e confluirle il più possibile in sintesi comunitarie. La leadership diventa così un servizio denso di efficacia anche quando si svolge dietro le quinte! La leadership diviene in questo modo: servizio alla persona, da cui fluisce l'autorità. Autorità: la sola che sappia legittimare il (pur necessario) potere (politico).
Ci vuole tanta nobiltà d'animo, maturità ed equilibrio per essere leader in questo modo. E ci vuole tanta umiltà (amore alla verità, in se stessi prima e negli altri poi). Soltanto sulla base di questa nobiltà, alla luce di tale “ascesi politica”, può diventare interessante giocare il “nuovo gioco dell'indipendenza”, dove tutti giochino da protagonisti, nella semplicità: senza gli artifici che offuscano e appesantiscono l'essenziale.

In parte collegata all'anteriore aspetto, è la nostra litigiosità/invidia/non stima reciproca(anche qui niente di nuovo). Quanti treni ci ha fatto perdere! Puntigliosi, testardi e dispettosi per piccolezze, remissivi e deleganti nelle scelte di ampia portata! Dice la psicologia che a volte evidenziamo stizziti nell'altro i difetti presenti in noi. Una proiezione inconscia dell'insoddisfazione di se stessi. Sarà così anche per noi sardi? Non lo so. Se lo fosse, sarebbe proficuo vedere nei difetti culturali dell'altro/a sardo/a uno stimolo per elaborare i miei, cosciente che tutte le culture hanno punti deboli(non esistono le super-culture). Se ci accettassimo così come siamo, con pazienza e un pizzico d'umorismo per sdrammatizzare, forse riusciremmo ad e elaborare e superare con maggiore serenità..

Passiamo ora ad un dato in se' positivo: eleganza e dignità. Credo fermamente che il popolo sardo si caratterizzi per elegante dignità. Non sempre ne siamo consapevoli; e da lì la latente e deformante tendenza a scimmiottare comportamenti (spesso non i migliori) oltremare. Ma, guarda caso: il camino verso l'indipendenza è questione di eleganza e dignità. Penso a Gandhi, a la sua ferrea signorilità che lasciava razionalmente confusi ed emotivamente attoniti gl' intrusi di Sua Maestà.
Quanto sopra stride con certi reiterativi irrispettosi atteggiamenti, frasi e slogan, a colpi dei quali alcuni vorrebbero far avanzare l'indipendenza. Chi pensa di farla con tali metodi è veramente fuori dal mondo! Urla ed ingiurie(sul Governo italiano, ...)si volgono infeconde e deteriorano la buona causa.

Un'indipendenza picconata da infantili parolacce non verrà mai presa sul serio da nessun/a sardo/a pensante, e da nessun osservatore esterno che voglia prestarle seria considerazione.

La prassi moderna nel cammino indipendente può e deve essere soltanto la “non violenza attiva”(in tutti i suoi aspetti); quella di Gandhi per capirci, di Luther King, di Gesù di Nazareth. Sì: Gesù. Perché la politica è prima di tutto: azione per la persona. L'Uomo di Nazareth è un modello di promozione umana nel condiviso terreno della laicità, anche per chi non ne accolga la scelta di fede.
Ma: attenti! La non violenza, per la sua netta presa di posizione è lama a doppio taglio per chi la professa; se non sei coerente, lo scredito è subitaneo, lampante. A poco serve guarnirsi con frasi del Mahatma, se non immergi cuore, mente e volontà nella mistica non violenta, che include dinamiche totalmente aliene alla politicheria corrente.

Alla prassi non violenta abbinerei l'aspetto culturale nel suo insieme. L'indipendenza è un processo fondamentalmente culturale, al quale va addirittura sottomesso/connesso anche quello economico. Non vogliamo non essere Italia per meri motivi economici (seppure legittimi come concausa) o per astio verso questa Nazione (che va rispettata e apprezzata per le sue molteplici positività), ma, semplicemente, perché siamo una Realtà culturale/storica/etnica altra. Non mettere questi aspetti al primo posto, farebbe dell'indipendentismo un cammino fuorviante, confuso, non chiaro.
Un percorso culturale quindi, che sappia saziare le menti con solidi contenuti; che sappia rendere l'indipendenza un... percorso felicemente motivato. Perché sarà la felicità cosciente il sostegno e al contempo... il prodotto di un processo da farsi non con facce arrabbiate e risentite, ma... a testa alta.

Quanto sopra espresso dovrebbe giocoforza privilegiare l'attenzione all'ambiente della scolarità; dall'asilo ad alcuni spazi universitari, per intenderci. Pur senza privare d'importanza l'impegno su atri fronti, credo – lo reitero – che tale ambito sia da ubicare in corsia preferenziale. Non sto certo insinuando che si debbano indottrinare gli alunni! Ma che sia concesso loro un “diritto” che va al di là dell'argomento in corso: studiare la lingua e la storia del proprio Popolo. Tutto ciò in paritaria coesistenza con le altre materie.

I movimenti indipendentisti dovrebbero prendere molto a cuore tale aspetto, all'unisono. Sì: su questo punto sarebbe cosa buona creare al più presto una proficua collaborazione per fare pressione con tutti i mezzi democratici/civici/non-violenti, ... a disposizione. Per un diritto che va - mi preme riaffermare - al di là della specifica scelta indipendentista.

Proficua collaborazione... si è appena detto. La mente si sposta sulle cosiddette alleanze politiche (o meglio: collaborazione con altre entità partitiche per un preciso – non generico – obiettivo comune). Un aspetto questo che richiede oculatezza estrema, in cui i principi non negoziabili giocano un alto ruolo. L'indipendenza si disperderà in vari rivoli qualora queste (alleanze) siano indebite. Da non confondere alleanza con dialogo. Dialogo con tutti; accordi solo con chi persegue obiettivi compatibili un'indipendenza a tutto tondo, genuina, non annacquata. Escluse a priori quindi, le tendenziose unioni(di potere e non solo) che pretendano coniugare capra e cavoli...tenere i piedi su due staffe: devastanti, deludenti e non oneste.

Bene: mi fermo qui. Sono ben lontano dall'aver detto tutto e in modo esaustivo. Forse, a ben pensarci, non è nemmeno importante stilare liste comportamentali complete, visto che l'essenziale è che tutto sgorghi dal profondo di una “ mistica (laica o non) del servizio”.
                                                                                           Ignazio Cuncu Piano.

domenica 4 novembre 2012

UN'ISOLA DI CONSUMATORI?

Qualche mese fa sono stato ad Alba (Cuneo) con persone amiche. Osservavo come la campagna circostante, oltre che dai tipici vigneti, fosse in buona parte ricoperta da noccioleti. Una persona del posto ci ha spiegato. Si tratta di colture piuttosto recenti. In pratica un “ripiego”(il termine non è il più adatto) di molti giovani a causa della disoccupazione. Così, i terreni incolti dei padri sono stati riabilitati a fonte di sostentamento. Tra l'altro, a quanto pare: le nocciole rendono.
Un ritorno a ciò che fu abbandonato per l'industria. Un ritorno, tutto sommato, non traumatico. Un ritorno che, in maniera silenziosa ma capillare, sta avvenendo in più luoghi. Col mio confratello(sardo anche lui)ci siamo guardati, intuendo che pensavamo la stessa cosa: “ E da noi, con tanti disoccupati, non si potrebbe... ?”. Il ritorno alla campagna, anche in Sardegna, non è certo questione di bucolico romanticismo; nemmeno dev'essere frutto di sola necessità economica(che può esserne il legittimo detonatore), bensì: autentico riapproprio identitario. È noto a tutti come nel secondo dopoguerra, la scriteriata imposizione di un'industria massiva, non sintonica col territorio, ampiamente dispendiosa (impiego  laborale minimo  proporzionato alla popolazione. Insomma: fu, è più il danno che il guadagno) e prematuramente fallimentare, abbia inutilmente sconvolto la nostra cultura agro-pastorale-artigianale, creando alterazioni socio-economiche di grave portata. Ancora ne paghiamo le conseguenze sui due fronti, visto che per certi aspetti stiamo perdendo capra e cavoli (industria e agricoltura).
Non è tutta responsabilità dell'industria; altre istanze (la Comunità Europea, verbigrazia) hanno fatto(e fanno) il loro gioco. Ricordo in proposito quando negli anni '70 mio padre(agricoltore) parlava del famoso “premio”(?!!) per chi estirpasse le proprie vigne. E così abbiamo perso circa il 70% del patrimonio viticolo! Eppoi è arrivato il turno dei carciofi(eravamo i maggiori produttori tra i '70 e gli '80), delle barbabietole, del grano, del latte, ...

Non è nemmeno tutta colpa degli altri. Per certi aspetti siamo stati noi a lasciarci fare o a non voler più fare. Alcune Regioni, per esempio, non hanno accettato così docilmente lo sfoltimento delle colture tradizionali; o per lo meno, hanno preteso ulteriori incentivi per dar luogo a redditizie alternative.

Non è colpa nemmeno del mare: “Il mare penalizza”. Ci è stato sempre detto: “ Aumenta i costi di esportazione...”. C'è del vero in tutto ciò. Ma: attenzione! Come mai il mare non impedisce la massiccia importazione di ogni sorta di prodotti? Come mai i famigerati costi addizionali di trasporto non incidono sul prezzo addirittura inferiore agli equivalenti prodotti locali? Un risparmio al minuto che, paradossalmente, impoverisce il complessivo assetto economico dell'Isola, favorendo una situazione di stallo. Un agricoltore amico, di un paese ad alta vocazione orticola, fu lapidario: “La concorrenza del mercato oltremare ci spiazza!”. Non è quindi il mare la causa dei nostri problemi, ma i percorsi di mercato tracciati ad arbitrio di alcuni per pilotarne i profitti.
Influisce non poco la nostra ritrosia a consorziarci. Penso ai pastori: quanto meglio si potrebbe piazzare il nostro buon latte e i suoi ottimi prodotti (in Sardegna ed oltre) se ci si unisse in solide cooperative di vendita capaci di trattare direttamente con le piazze, bypassando grossisti o imprenditori sanguisuga? Qualcosa in questo senso, pian pianino si sta muovendo. Sarà questione di continuare e non demordere: abbiamo un'alta qualità che vale la pena dichiarare e difendere, con aderenti nomenclature d'origine! Quindi: niente fuorvianti/sovrapposti “Romani Pecorini ruba-meriti(e danari!)” o quant'altro. In questo caso sarebbe più che opportuno optare per la battaglia (vinta) dei Friulani, che hano ottenuto, per i propri prodotti, il marchio "Made in Friuli" ! 

Al momento la nostra realtà non è quindi tra le migliori. Suddetti peripli economici, purtroppo, hanno fatto di noi un'Isola di Consumatori! Consumiamo prodotti che potremmo coltivare nel nostro privilegiato clima: ammortizzando costi, gustando sapori, favorendo dignitoso benessere nel territorio, limitando l'inquinamento del pianeta. Le nostre campagne invece languiscono ampiamente incolte, spesso ridotte a pattume; umiliate nella loro generosa capacità di offrirci bontà nostrane a portata di mano.

In tutti i modi, è da ammettere che la minaccia peggiore (per l'agricoltura), è che siamo diventati troppo... comodi! E qui, più o meno, tutto il mondo è paese! Ma, ahinoi, la brutta piega ci si ritorce contro in tutto l'orbe, perché schifare la terra equivale a sputare nel piatto in cui mangi!
Il tema è complesso. Ma il “ritorno alla terra” è una questione da affrontare seriamente, a livello planetario, in un futuro più che prossimo. Un passo difficile ma dovuto e in parte, come già sopra, in atto. In valli montane, pianure, possiamo incontrare giovani vocati all'allevamento e alle colture, abbinando spesso le sagge usanze dei bisnonni ad attuali(e spesso inedite) tecniche. Scelte coraggiose, in molti casi avviate da zero. Scelte che non sempre rispondono a necessità economiche, ma al desiderio di ritrovare un nuovo stile di vita: in armonia con l'ambiente, con meno pretese economiche, prescindente da costose cianfrusaglie, densa di soddisfazioni autentiche.
Anche nell'Isola si possono contemplare felici iniziative su questa linea: aziende agricole ben amministrate, coltivazioni biologiche, sperimentazioni innovative, filiere corte, allevamenti genuini, agriturismi ben curati,... paesi che s'impegnano a valorizzare meglio i prodotti (anche attraverso sagre, feste, pagine internet),... La speranza è che queste cose belle e buone progrediscano, onde creare una positività strutturale. Per il momento ci sono ancora troppi... vuoti, in mezzo.
Alcuni paesi, per esempio, hanno dismesso con certa leggerezza la vocazione campestre. I motivi possono essere plausibili: agricoltori e allevatori sono penalizzati. Penso alla disparità tra i prezzi dei macchinari, concimi, mangimi e quelli dei prodotti... Insomma: tanto sacrificio e poco tornaconto(chi non dipende direttamente “dalla terra”, forse non può capire del tutto...).
Ha inciso anche il parziale ricambio generazionale: molti figli si sono orientati verso altre scelte. Esistono poi cause locali, che variano da paese a paese. Non sarebbe male che ogni comunità si desse occasioni per rifletterci su.
E l'industria? Va del tutto esorcizzata? No. In Sardegna non è fallita l'industria, ma: l'industria così concepita. La mastodontica Chimica di cui sopra: inconciliabile con la realtà nostrana. Un pugno nell'occhio per il delicatissimo equilibrio ecologico dell'Isola! - “Facile dirlo col senno del poi!” -   Non è proprio così. Ai tempi, più voci chiamarono in causa l'opinione pubblica, la classe politica, suggerendo alternative contenute, più simbiotiche, all'insegna della novità nella continuità. Voci inascoltate! L'affanno per italianizzare Sandalios al miglior stile “copia-incolla” , il profitto di pochi - politica complice -, ebbero la meglio.

In tutti i modi, ciò che conta è che oggi un cambiamento di rotta è possibile! Gli esempi ci sono. I noccioleti albesi citati in proemio. I tanti orti che stanno nascendo nelle periferie cittadine. Penso alla regione della Ruhr (Germania) che sta riconvertendo la sua trascorsa dedizione all'industria mineraria...
Miniere! Il pensiero volge alla cara regione del Sulcis, alla tradizione mineraria che i giovani vogliono mantenere come prospettiva di lavoro. La miniera per loro è una realtà radicata, tramandata da padre in figlio. D'altro canto però, non si può non osservare un Sulcis ove il lavoro agricolo sia ampiamente sguarnito. Le cause sono varie e complesse, dalle radici profonde. Potremmo addirittura risalire alle Compagnie inglesi che tra il XIX e XX secolo, impossessandosi di parte del territorio violentarono la vocazione agro-pastorale di queste genti obbligandole al massacrante ed insalubre lavoro del sottosuolo, pagandole con buoni da consumare in empori delle Compagnie medesime, creando apposite differenze sociali, facendo in modo che i bambini non avessero altra prospettiva se non la miniera, favorendo una mentalità schiavizzante, a senso unico.

Torniamo al cambiamento di rotta. Sarà possibile nell'Isola? Sì. Si può e si deve. Così come siamo, non si andrà avanti per molto. Come si cambia? Con creatività, rischiando di persona, convincendoci sempre più che i nostri interessi interessano solo a... noi(e quindi - noi -  dobbiamo difenderli, rimboccandoci - noi! - le maniche, sapendo che dall'alto, cioè dalla politica, in questo momento storico, c'è poco-niente da aspettarsi), mettendo da parte quell'apatica “comodità delegante”, sulla quale abbiamo imparato a piangere abbastanza... comodamente. 
                                                                                                        (Ignazio Cuncu Piano) 

mercoledì 3 ottobre 2012

CALENDARIO MAYA, LA FINE DEL MONDO E LA FEDE CATTOLICA

PROEMIO.

Pare che fra poco, a dicembre (il 21 se non erro), ci sarà la fine del mondo: " Fine dei nostri problemi! ". Diconno alcuni con sardonico unorismo! 
Punto di riferimento del fatidico evento sarebbe un calendario Maya. Anche se, a detta degli studiosi, i calcoli astrali di quest'affascinante civiltà amerinda non contemplano nessun collasso cosmico, non viene male cogliere l'occasione per sondare un po' l'argomento.
Più in là del fatto specifico, sappiamo che lungo la storia non sono mancati pseudo-profeti (puntualmente smentiti) che hanno pronosticato il catastrofico epilogo di questo eone. 
Anche la fede cattolica ne parla. Ma lo fa accentuandone gli aspetti della speranza. Perché, nella realtà della fede, la fine del mondo non ha niente a che vedere con la... fine del mondo.
Le seguenti righe vogliono offrire una semplice ed incompleta riflessione sulla parusia: il momento culminante dell'economia della salvezza, cui centro propulsore è l'energia salvifica sprigionata  dalla morte e risurrezione di Gesù.

RISORTI IN CRISTO, PENETRATI DALLA MISERICORDIA(prima parte)

“Se Cristo non fosse risorto sarebbe vana sia la nostra predicazione che la vostra fede. Ora invece, Cristo è r[isorto] dai morti, primizia di coloro che sono morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo. Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d'incorruttibilità e questo corpo mortale d'immortalità, si compirà la parola della Scrittura: la morte è stata ingoiata dalla vittoria. Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, prodigatevi sempre nell'opera del Signore...” (1Cor15,14.20.22.54.57-58). È proprio così:la fede ha senso perché Cristo è r e noi con Lui. Nel Battesimo infatti siamo resi “ Suoi consorti”: nella gioia e nel dolore, nella morte e r(cf.CCC1,1005). La Chiesa siamo già una famiglia di r:[nel Battesimo siamo] morti alla vera morte(il potere del peccato)e rinati/incorporati alla vera Vita(Cristo). Sì: il Signore è talmente innamorato di noi da volerci regalare molto più che la vita biologica: la Sua stessa vita divina: la vita indistruttibile. La certezza di trovarci dentro la r,già molto chiara nelle prime comunità cristiane, ci apre orizzonti di sola consolazione e dà senso al presente(“La vostra fatica non è vana nel Signore”. 1Cor15,58). La fede è quindi un amalgama di presente-futuro. Potremmo definirla un “lungo presente”: la Vita Eterna ci avvolge e il male è già vinto(seppure ancora scalci di brutto!). La piena manifestazione di ciò si realizzerà alla culminazione di questo “presente”: la pienezza del Regno di Dio. Allora anche il nostro corpo risveglierà a nuova vita(non pari all'attuale), traboccante di Lui e immortale(cf.CCC,988-996). Mi riferisco alla r finale di cui sopra l'Apostolo: la piena realizzazione della Vita. E' molto bello pensare come il Signore,con questo gesto,farà giustizia alla dignità del corpo, che con l'anima è sostanziale alla persona(cf.Ivi,362-368). Sarà resa giustizia in particolare ai corpi innocenti avviliti da ogni morte abusata:straziati dall'aborto, dalla guerra, dalla fame, dalla malattia. Il Papa osserva in proposito come persino il pensiero agnostico2 possa invocare - seppure indirettamente e senza la speranza che ciò avvenga - una sorta di risurrezione, come unica espressione di giustizia capace di annientare la sofferenza(cfr.Spe Salvi,42. La fede sa che questa “giustizia”3 non è una remota ipotesi filosofica(cf.Ivi,43).Come e quando accadrà tutto ciò? Non certo nelle date fissate dai bene informati in giro per la storia(cf.Lc17,23;21,8)! Sulla fine del mondo si fa tanta futile letteratura, che arricchisce alcuni e confonde altri. Una cosa è certa: niente reboanti preludi da guerre stellari o robe simili(a tutt'altro mira la simbologia espressa da questi turbamenti planetari nella letteratura apocalittica biblica). Il tutto avrà luogo nel mezzo della quotidianità(cf.Mt24,36-44) . Niente sconvolgimenti cosmici quindi. Il vero sconvolgimento sarà il pieno compimento della giustificazione nell'Amore, iniziata più di 2000 anni fa, nella morte e risurrezione di Cristo. E la sola rottura che vivremo alla fine del mondo sarà soltanto quella definitiva fra “la vita secondo la carne[la logica dell'egoismo] e la vita secondo lo spirito[la logica del servizio verso gli altri, specie se più deboli]”(Victor Sion, L'abbandono a Dio, Gribaudi: 1995, p. 55).

Assisteremo, inebriati di Gioia, al radicale e definitivo rovesciamento annunciato dal Magnificat("ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affmati, ha rimandato i ricchi a mani vuote" - Lc1,51-53), operato dalla Dolcezza Divina con semplicità e naturalità(cf. Ivi). Sarà un'esperienza intensamente spirituale, quindi anche pienamente umana. Solo Dio ne conosce il momento: nessun altro(cf.Gaudium et spes,39,1;CCC,997-1001). Per chi vive nel Signore, fiducioso“come bimbo...in braccio a sua Madre”(Sal130,2), ignorarne tempi e modi rivela addirittura effetti(psichici/spirituali)liberanti. Perdersi in date e cose del genere è pertanto insano e inutile. Quel che conta è riconoscere e accogliere il Regno(Gesù) come una condizione del presente(cf.Lc17,21); perché, in Cristo, in fin dei conti, non c'è più distanza tra Escatologia e Tempo.

Anche i termini “fine del mondo” son da essere rettamente intesi. Non si tratta di annichilimento del cosmo, ma dell'esatto contrario(cf.CCC,1046-1047). Il Signore non intende metter fine a ciò che creò e ama quale:“Cosa molto buona”(Gen1,31;cf.Sap11,24). Non sarà quindi il creato ad aver fine, ma la condizione di pattume in cui la nostra voracità tende a ridurlo, espropriandone l'identità di dono goduto nella gratitudine:“La creazione[...]nutre la speranza(certezza)di essere liberata dalla schiavitù della corruzione”(Rm8,20-21). Tutto l'universo entrerà definitivamente nella Vita Piena,nel suo “Centro di Gravità Permanente(Gesù)”, in ritrovata-nuova armonia con Dio e con ogni donna e uomo.

“Io so che il mio Difensore è vivo, e che parlerà per ultimo, si ergerà sulla polvere! Io mi porrò in piedi e nella mia carne vedrò Dio. Io Lo vedrò, io stesso. Sarà lui che vedrò, e non un altro: nell'attesa,il mio cuore non si contiene dalla gioia!” (cfr.Gb19,25-27)


RISORTI IN CRISTO, PENETRATI DALLA MISERICORDIA(seconda parte).

La risurrezione dei corpi, come ricorda il Catechismo,è“intimamente associata alla parusia”(1001): la venuta gloriosa e definitiva di Gesù sulla terra, alla pienezza dei tempi. L'umanità intera cammina verso quell'evento e tutti, buoni e...cattivi, risorgeranno(cf.At24,15). Qualcuno deluso? Non prima di precisare che la gioia di quel momento non consisterà nel mero risveglio del corpo, ma nell'essere definitivamente trasformati nella vita vera e piena: l'Amore Misericordioso, cioè lo stesso Signore. Non sarà un fatto scontato, ma frutto delle scelte realizzate in questa vita. Scelte che quel “giorno” saranno rese manifeste. Questa l'essenza del Giudizio Universale. Un bilancio a porte aperte dove tutto di tutti verrà alla luce; virtù e nefandezze della storia messe al vaglio,il bene separato dal male e quest'ultimo distrutto del tutto(cf.CCC,1040). Non avremo giudici poiché ognuno saprà valutare se stesso. Penetrati dalla Luce di Dio vedremo con chiarezza chi fummo, senza fronzoli(cf.Ivi,103;Spe salvi,47). Sarà un momento di gioia e, presumibilmente,di dolore. Gioia dei salvati(e di Dio per loro);dolore dei dannati(e di Dio per loro). Per fortuna[il Signore]ci ama troppo;così nel Vangelo di Matteo25,31-46(invito il lettore ad aprire il testo) anticipa i temi circa lo “scrutinio finale”. Sarà un esame tutto sulla misericordia:“Ho avuto fame, sete, forestiero, nudo,malato, carcerato...depresso, handicappato,disoccupato,alunno con problemi, sieropositivo,schiavo,tossico, solo, ragazza madre, giovane in crisi,senzatetto, anziano, bambino, prostituto/a, profugo...Cos'hai fatto per Me?Perché io,Gesù,ero in ognuno/a di loro”. Le situazioni elencate ne simbolizzano tante altre a portata del nostro quotidiano, di fronte alle quali siamo invitati a dare risposte amorevoli ed efficaci fin dove possiamo: Dio non ci chiede di più. Da non dimenticare una rilevante opera di misericordia: amare e nutrire la propria vita, ché sia goduta come dono per me e per chi mi sta vicino. Auguro di cuore al lettore, a tutti e a me stesso, poter udire quel:“Venite benedetti dal Padre mio”. Sì,benedetti. Ed il merito sarà loro,dei miseri, ai quali dovremo ringraziare e “chieder venia per aver dovuto servirli”4. E benedette le donne e gli uomini che pur non conoscendo Dio lo amarono, senza saperlo, nei Suoi figli più deboli(“Quando[...]lo avete fatto a Me”- Mt25,37-40). Anche loro? Sì, anche loro. Non sarà quindi il certificato di battesimo il salvacondotto per il Regno, ma quella carità più sopra espressa. Vorremmo fermarci qui, al versetto 40. Ma non si può ignorare quanto segue:“Lontano da Me, maledetti”(Ivi 25,41a). Maledetto: chi visse “banchettando lautamente”(Lc16,19),indifferente al gemito degli sfortunati.“Maledetti...”Una frase che Gesù dirà ugualmente senza rancore, nel dolore e senza... maledire. Come potrebbe? Al“maledetti”infatti, non segue:“Dal Padre mio”(Mt25,41). Dio non sa e non vuol maledire. L'uomo maledice se stesso quando si chiude nel proprio egoismo. Così prospettato il Giudizio non può essere fonte di terrore(non c'è spazio per la paura nella misericordia di Dio), ma di “responsabilità per la nostra vita”(Spe salvi,41),e soprattutto:“Luogo di apprendimento di esercizio della speranza”(Ivi,III). Speranza(cioè certezza) che: chi “perde” la propria vita in Gesù, la trova per sempre (cf.Mc8,35); speranza(cioè certezza)che il Signore saprà mutare in gaudio ogni sofferenza manifesta e nascosta, ogni legittima necessità negata dall'esistenza; speranza(cioè certezza) che le prepotenze, gli intrighi ed abusi della storia non avranno l'ultima parola.

“Il Signore[...]preparerà[...]un banchetto di grasse vivande, di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. Eliminerà la morte per sempre. Asciugherà le lacrime su ogni volto”. (Is25,6.8)

                                                                                                          (Ignazio Cuncu Piano)

1Catechismo della Chiesa Cattolica;
2In riferimento al filosofo tedesco Theodor W. Adorno;
3Nella Bibbia, questo termine indica la fedeltà di Dio alla sua compassione per noi.
4San Vincenzo de' Paoli.

venerdì 21 settembre 2012

I VUOTI FELICI DELLA MEMORIA DEI SARDI

Popoli come il nostro, reduci da lunghe e selvagge colonizzazioni, possiedono di solito una conoscenza offuscata del loro passato. Gli oppressori ebbero tutti gli interessi per manipolare il retaggio degli oppressi, sia per ribassarne l'autostima che per dare all'oppressione stessa una facciata civilizzatrice. Gli storici sono spesso caduti in questa trappola. Ci si illustra, per esempio, l'espansione dell'Impero Romano in chiave di civiltà(cosa in parte vera). Ma poco ci si sofferma sul fatto che quella Civiltà ne ha spesso frustrato delle Altre con i metodi della violenza.

Sorgono a tal punto una serie di lecite e per niente inutili domande: come sarebbe, verbigrazia, la Sardegna attuale se i Romani non avessero posto fine all'epopea Nuragica ... se i Catalano-Aragonesi non avessero troncato l'avveniristica avventura Giudicale? e ancora: come sarebbe l'America Latina di oggi senza i noti saccheggi di Civiltà e di tesori? quale il tenore sociale/politico/economico/ dell'America del Sud se la felice esperienza delle Riduzioni Gesuitiche non fosse stata brutalmente stroncata dagli intrighi massonici? e i Daci? e gli Indiani dell'America del Nord? e le tante altre Civiltà sparite per cause analoghe?
Oggi non siamo da meno! Tra il XIX e XX secolo, sull'ara della vorace Civiltà Occidentale, sono state sterminate più di cento etnie; altre ridotte all'ebetismo culturale. Un pernicioso boomerang per noi umani evoluti (!) che insieme a quelle “Sagge Civiltà Tribali” abbiamo quasi perso il midollare assetto dell' esistere : il rispetto verso gli altri e il simbiotico rapporto col Pianeta.

Certo: la storia non si basa sulle ipotesi, su ciò che non fu. Ma riflettere su quanto sopra, come già espresso, non è un vano esercizio. Gli ampi spazi felici del proprio od altrui passato(inclusi quelli interrotti bruscamente) potrebbero, per esempio far prender coscienza che se allora si è stati capaci di costruire stili di vita dignitosi, potenzialmente lo si è anche oggi. Non riesumando remote epopee (pretesa assurda), ma cogliendone i genuini atteggiamenti di fondo(meno quelli di matrice violenta) che potrebbero arricchire il presente. Potremmo verbigrazia riscattare come il centro propulsore di una civiltà sia la volontà (rettamente intesa), il desiderio (e praktiké) di costruire cose sane/buone/belle/utili/piacevoli: per il proprio gruppo, per tutti(la civiltà di un popolo va sempre a beneficio dell'intera umanità ).

Ma torniamo in Sardegna. Quanto conosciamo della nostra storia? In genere poco niente. E quel poco... ben confuso. Non si tratta di esagerare: è semplicemente così. Abbiamo forse una qualche infarinatura sulla Civiltà Nuragica, la dominazione fenicia (che dominazione non fu), i Cartaginesi, la dominazione romana, quella spagnola. Alcuni addirittura citano quest'ultima come se si fosse trattato di un gemellaggio (!) così ben riuscito che ancor oggi se andiamo in Spagna, per farci capire basta parlare in sardo(ita fregulada manna!). Poi i (dominatori) Piemontesi col Regno di Sardegna, dal cui prolungamento nacque l'Italia; quindi a noi il vanto...(atera tontesa toga là!).
Non si tratta di ironizzare sulla nostra ignoranza, ché in buona parte non ne siamo colpevoli; nessuno ci ha insegnato la nostra storia. A scuola non risulta al catasto. Abbiamo studiato gli Etruschi... i Comuni... gli Irredentisti... Senza dubbio cose interessanti.
Ma la nostra storia, seppure abbia relazioni con la Penisola(allo stesso modo che con altre Geografie) fa parte di un percorso a se stante e di sommo interesse. È quindi nostro diritto conoscerla, fin dalla Scuola Primaria.
La sua assenza dai programmi scolastici mette in evidenza una grave lacuna culturale.
L'altro aspetto del problema riguarda l'inquadramento obiettivo di questi eventi storici.
Sulle striminzite conoscenze del nostro trascorso, “domina” un termine: “dominazione”(tautologia più che dovuta). La nostra storia sarebbe un cumulo di dominazioni, le quali, tutto sommato, portarono quel poco che c'è di buono (cf. proemio). Questa fuorviante retrospettiva ha logorato per troppo tempo la percezione di noi stessi! Per fortuna la storiografia degli ultimi decenni sta refutando la travisata prospettiva, mostrandoci una verità molto più semplice: abbiamo avuto alti e bassi, come tutti i popoli.
Ma sono i “bei tempi” che ora c'interessano, ovvero: le più che dignitose civiltà da noi create.
In fondo è questo il grande debito che la critica storica ha nei nostri confronti: svelare quei momenti felici in tutta la loro autoctona bellezza! Perché, anche noi siamo bravi quanto gli altri: a volte di meno; ma, a volte... di più!

E tutto ciò dobbiamo raccontarcelo, semplicemente perché... ci fa bene.

Pensiamo per esempio al Periodo Nuragico e a quello Giudicale: due lunghi-intensi capitoli(fra altri) della nostra storia da non poter in nessun modo ignorare. Due momenti in cui fummo forgiatori della nostra politica, della nostra arte, della nostra economia, della nostra felicità. Due momenti in cui la nostra specificità interessava agli altri(popoli) e viceversa, senza sovrapposizioni identitarie. Due momenti in cui parlavamo la nostra lingua senza disdegnare le parlate internazionali, che veicolavano intensi interscambi di diverso genere. Due momenti che hanno visto il loro tramonto non per implosione, ma per cause piuttosto esterne. Due momenti i quali emblematicamente dicono che: civiltà di spessore, nell'Isola, è stata prodotta solo quando ci siamo autogovernati.
Anche allora, certo, esistevano crisi, conflitti, intrighi; non stiamo parlando di parentesi idilliache. Ma si trattava di situazioni “non passivamente delegate”(come accade ora), visto che anche in questi casi eravamo noi i primi attori.

Della Civiltà Nuragica(1700-II sec. a. C.)si potrebbe risaltare l'interessante organizzazione politica, antesignana, probabilmente, di quella Giudicale. Aggiungiamo pure la straordinaria scoperta del 1974: i Giganti di Monte Prama”. Imponenti statue che hanno attratto l'attenzione di storici e archeologi di diverse nazionalità; opere capaci di rimettere in discussione le fin'ora quasi assodate teorie sulla statuaria nel bacino Mediterraneo. Un inestimabile tesoro archeologico la cui portata, forse, non è stata ancora del tutto soppesata.

La Civiltà Giudicale(900c.-1420). All'avanguardia per i tempi. Nessun'altra organizzazione politica reggeva il confronto. Quando ancora nella Penisola Italica ed Europa post Impero (Romano) imperversano il caos e gli anni del piramidale/rigido/chiuso/assolutista/schiavizzante sistema feudale (dell'Impero Carolingio), in Sardegna esistono quattro Stati Liberi e Sovrani a regime semi democratico, ove, in certo modo, vige il senso della “res pùblica”. Per cui il signore (su Judike) non è, come il feudatario o l'imperatore, padrone assoluto, ma amministratore di un Bene non suo (su rennu), perché del Popolo. Quest'ultimo ha facoltà di togliere il potere(come avvenne in alcuni casi)qualora il Judike non lo usi col preposto fine.
Anche dalle leggi, le Cartas de Logu, traspare un embrionale stato di diritto. È pervenuta a noi quella (del Giudicato) d'Arborea. Viene redatta da un team di specialisti, in lingua sarda, per volere di Mariano IV(+1376)e aggiornata dalla figlia Eleonora(+1402c.). Un capolavoro civile e penale(checchè ne dicano alcuni) le cui norme contemplano la difesa della donna, dei minori, la salvaguardia dell'ambiente, la riscossione delle tasse proporzionata al reddito degli abitanti ("...segundu sa fortza issoro") ; cosa inaudita per quei tempi (e per i nostri! ) 

Anche i Giudicati - in parte figli del tempo - dichiarano guerre e stipulano alleanze: tra di loro, con altri Stati. Così pure l'aspetto semi democratico non sempre si esprime nelle formalità oggi intese (il popolo, verbigrazia, solitamente sopprimeva con morte violenta il Judike corrotto o tirannico). Ma lo stacco tra la qualità politica giudicale e quella del resto d'Europa rimane comunque notevole. La stessa cittadinanza lo conferma. Quando già parte dell'Isola geme sotto il mal governo (feudale) ispanico, i sardi ivi sottomessi fanno di tutto per approdare al più equanime e florido Giudicato d'Arborea.

Ma non finisce qui. A dispetto del ritrito “pocos, locos...”, a quei tempi si era uniti! Mentre Mariano IV sta ricacciando con ampio successo gli Iberici, da tutta l'Isola arrivano uomini a dar man forte! Idem per la coraggiosa ma sfortunata battaglia (vera e propria legittima difesa) di Sanluri (1409).

Per queste ed altre peculiarità:“ I Regni sardi erano considerati [nel panorama internazionale] un'ambita fonte di prestigio e di potenza”(F.C. Casula, Breve Storia di Sardegna, p.113). Centri di cultura letteraria ed artistica, come la corte di Ardara (cf. Ivi, p.117) o i monasteri sorti in tutta l'isola(che diedero notevole incremento all'economia giudicale), sono alcuni dei poli che nutrono questa fabbrile civiltà. Non è un caso che Federico II Hohenstaufen di Svevia ambisca imparentarsi(1238) coi reggenti (del Giudicato) di Torres.

Non è comprensibile - o forse sì? - come mai la storia Giudicale venga ignorata dai testi scolastici italiani (visto che all'Italia, per il momento, siamo annessi).

Questi minimi cenni storici non hanno pretese accademiche. Il solo desiderio che serbano è quello di provocare. Sì: provocare. Sollecitare le emozioni represse di ancora troppe donne e uomini sardi che sulla falsa riga di un passato disgraziato hanno costruito i loro miseri pagliericci; perché, si sa: ai dominati, non resta altro che sonnecchiare.

Ora non ha più senso vivere assopiti. Possiamo felicemente colmare gli spazi vuoti della nostra memoria e lasciarci interpellare, se ne abbiamo voglia. Dico bene: “se ne abbiamo voglia”. Ma questo è già un altro discorso.
                                                                                              (Ignazio Cuncu Piano)

giovedì 6 settembre 2012

ISOLANI O ISOLATI: A NOI DECIDERE.

“Isolano e... isolato!”. Così un caro amico poco amante degli eufemismi, suol definire la sua realtà di sardo. A prima vista ci sarebbe poco da sindacare: molti (sardi) s'identificano in questa frase.
Eppure...! Eppure la cruda sentenza può trovare il suo contrario: isolano non fa sillogismo con isolato! Vedi, verbigrazia, la storia d'Inghilterra. Ah, grazie! L'Inghilterra è l'Inghilterra! E allora? Se altri vivono storie altre, perché noi no? Poi mi viene in mente Malta, o le Isole Associate alla Nuova Zelanda (Cook, Niue, Tokelan...). Tutte genti felicemente... non isolate.

Molte valli alpine del nord Italia, hanno conservato, fino a non troppi anni fa, situazioni di quasi totale isolamento culturale oltre che geografico; eppure non di isole (in senso geografico) si tratta. 

Qualche anno fa, la ragazza che lesse il saluto dei giovani sardi al Papa (in visita a Cagliari nel settembre 2008), parlò del mare come di una “gabbia d'oro”. Comprendo la difficile situazione giovanile che quella frase recava. Ad ogni modo mi è parso di cogliere una vena d'insoddisfazione, quasi che nascere in un'isola sia una sorta di penalità, di sfortuna.

La fantasia vuol plasmare allora una favoletta nella quale: “Tutto il Popolo Sardo, riesumando usanze remote, dopo solenne assemblea decise all'unisono l'abbandono della landa di Ichnusa per approdare a lidi migliori, dove le strade non fossero troncate dai flutti. Ma che stupore quando, già in mare aperto, incrociarono numerosi uomini, donne, anziani, bambini e giovani che - saputa la notizia - remavano entusiasti verso la ormai disabitata Ichnusa, per ripopolarla! E fu lì che le Genti Sarde, tra l'invidia e il rimpianto, s'accorsero che le acque non blindavano affatto quell'angolo di paradiso che il buon Dio aveva loro affidato. Sì, troppo tardi capirono che le strade della terraferma, lungi dallo spezzarsi, prolungavano all'infinito nelle cristalline autostrade acquee che portavano in ogni dove, adornando l'isola con variopinti colori di libertà”.

Ma - per fortuna! - di favola si tratta: una trama che la nostra stessa storia sa confutare.

Basti pensare - per esempio - agli illustri antenati : i Nuragici. Creatori di una Civiltà decisamente al passo coi tempi (per l'epoca) se non superiore in cersi aspetti, sono protagonisti di interscambi tecnologici (sempre in rapporto con l'epoca) in tutta l'area Mediterranea, arricchendo ed arricchendosi in molti aspetti. L' interazione commerciale e culturale con gli altri (popoli) è quindi parte del loro normale tenore di vita. I Nuragici, nostri antenati: un Popolo sanamente inserito nella propria identità. Un Popolo che non sa che farsene degli ossidati vasconi dei rapaci "Scafisti Tirreni(a) et altri", perché può contare con un'efficiente flotta navale battente Bandiera tutta Sarda! Un Popolo capace di esercitare sovranità in Casa propria, tanto da far pagar le dovute Tasse Portuali a coloro che approdano negli attrezzati, ben manutenuti e custoditi porti dell'Isola (oggi sono Esterni che ci (tar)tassano il diritto al suolo nostrano). Un Popolo capace di metter prezzo ai propri pregiati prodotti. Un Popolo capace di fondare città marittime (Nora, Tharros, Bithia, Karalis...): dignitose vetrine di una civiltà che possiede il “dentro e il fuori”. Un Popolo capace di mettere a frutto l'ambita locazione della propria Patria. Un Popolo che sa usare il mare per aprirsi ma anche per proteggersi. Perché il mare è una lama a doppio taglio e va gestito con sapienza: è piazza di scambio per ciò che è buono e arricchente, ma all'occorrenza dev'essere barriera protettiva contro quanto minaccia saccheggio di: cultura, identità, economia, sovranità, lingua. Penso in proposito  agli abitanti dell'isola Niue, che pur conoscendo l'inglese( lingua portata dal mare), si sono ben guardati dal dismettere la lingua madre: privilegiato vettore della propria identità culturale.

Tutte queste cose le nostre Madri e Padri dei nuraghi (le esemplari reliquie lasciateci, emblema, tra l'altro, di avanzata tecnica architettonica) seppero realizzarle. Cosa avevano in più di noi? Non lo so; forse niente. Forse erano semplicemente felici della loro realtà di isolani, evidenziandone gli aspetti positivi, al contrario di noi. Sono stati creativi partendo da ciò che erano e da ciò che avevano, senza dover importare tronfie chimere; senza dover immolare vergini oasi ai puzzolenti e parassitari Minotauri della Chimica e della Guerra; senza scimmiottare i fighetti di turno che approdano con le loro paccottiglie. Eppoi: erano Loro che aprivano e chiudevano le porte di Casa, perché, fino all'arrivo dei Guastafeste, furono liberi e sovrani! Lo sappiamo: una persona o un popolo si isola quando si rende incapace di gestire la propria libertà.

Oggi i nostri campi, monti, valli, coste, quelle che un tempo erano le nostre strade fatte di mare e di terra, sono imbrigliate da una politica e imprenditoria burattinaie che “da fuori” muovono fili; fanno e disfanno in base a disegni a noi non confacenti, a noi non convenienti, a noi solo dannosi.

Sarà questo tipo di insularità subita/ avvilita/ infantile/ scandalosamente priva di sovranità, la vera causa del nostro isolamento? Sospetto di sì!

A questo punto non è proibito ma doveroso, cominciare a sognare da adulti, sognare sul serio. Sì, sognare come potrebbe essere la nostra insularità se sciogliessimo ormeggi e  salpassimo l'àncora da uno Stato oltremare che non tollera i nostri autentici aneli identitari, non rende il dovuto, spadroneggia sulla nostra remissività, che usa Sandalios come nave-carretta, laboratorio per misteriosi-sinistri esperimenti di guerra, recondito sgabuzzino per attrezzi pericolosi e materiali velenosi; solo per dirne alcune.

Perché la realtà è che nostra storia dice isolamento e degrado allorquando siamo stati assoggettati. Viceversa, parla di alta civiltà, di forte identità, di intensi interscambii culturali-economici con altre civiltà, quando siamo stati sovrani di noi stessi e possessori di una nostra identità. Penso alla già menzionata epoca nuragica (e pre-nuragica). Penso al fiorente periodo Giudicale. Penso alla breve ma significativa parentesi di libertà conquistata nel 1794 (la cacciata dei Piemontesi).  Pura coincidenza?

Morale della Favola :

noi Sardi dobbiamo smetterla di dare colpe all'Isola, al mare, ai flutti... e riflettere seriamente e una volta per tutte sulle ragioni profonde del nostro patire da isolati. Riflettere e imparare a prender decisioni... sovrane, adulte, sceme da rancori, divisioncelle, offesucce e ripicche da "bambini sciocchini per motivi piccini" che tanti treni ci hanno fatto perdere lungo la storia e che offrono fianco debole ad astuti avvoltoi di estranei ecosistemi e a pseudo-furbetti nostrani (i quali, ignari di darsi la zappa sui piedi, son) disposti a svendere la Primogenitura per un misero piatto di lenticchie. Forse sarà duro ammettere che le cause di cotanto isolamento non stanno solo e tutte all'esterno, ma anche, o soprattutto, in noi stessi. Ma sarà piacevole e stimolante scoprire che anche le risorse nuove si trovano... in noi stessi! Risorse da convogliare in gesti determinati e non violenti, con signorilità, rispetto verso tutti, incluso lo Stato Italiano: emblema di una Nazione che rispettiamo e valorizziamo nell'alterità identitaria. Una non violenza intelligente/strategica/creativa, densa di educata fermezza e nobiltà (quella singolare nobiltà d'animo che ci caratterizza quando facciamo sul serio), priva di arrabbiate volgari, d'insultanti e sterili smorfie che lasciano il tempo che trovano e fanno sorridere i furbi e approfittatori avversari.

Dopo accurata e acuta riflessione, forse ci convinceremo che non siamo vittime di una “sinistra predestinazione cosmica”, così come gli Inglesi, i Maltesi, i Nuragici e tutti gl'isolani felici di questo mondo non sono stati privilegiati da nessuna favorevole costellazione che brillò o che brilla apposta per loro!

Non siamo nemmeno più o meno intelligenti, più o meno fessi, più o meno o incapaci degli Inglesi, Maltesi, dei nostri Antenati o di chicchessia.
Nemmeno l'odiosa scusa del “siamo così!” ha più senso; perché altri Popoli, reduci da recenti devastanti/isolanti tirannie, stanno brillantemente risorgendo dalle proprie ceneri, adottando coraggiosi ed efficaci cambiamenti di rotta.

Quindi si può! Prenderne coscienza, è il primo felice gesto di rottura da quell'isolamento che risiede solo nella nostra testa e negli attuali diktat (politici/economici) a noi imposti e da noi accettati.
Il resto, pian piano, viene da se'.
                                                                                     
                                                                                                           (Ignazio Cuncu Piano)

sabato 1 settembre 2012

LINGUA SARDA: PER UNA MAGGIORE APERTURA...

La nota frase “abbiamo fatto l'Italia, ora dobbiamo fare gli italiani” attribuita al d'Azeglio, dimostra come, fino a non troppi anni fa e tranne alcune eccezioni, gli Stati non nascevano dalla volontà sovrana dei popoli. Si trattava di istanze politiche/territoriali/culturali e spesso religiose, imposte dall'alto. Praticamente il popolo “subiva” quella nuova realtà politica. Così fu per l'Italia. Un'Italia unita sulla carta, ma articolata in un mosaico di identità a sé stanti. È in tale contesto che s'inserisce la presunta frase del d'Azeglio.
Un aspetto su cui si fece particolarmente perno per favorire il compattamento neo-nazionale, fu quello della L(lingua). Ovvia la ragione. Una L è molto più che un modo specifico di esprimersi. Racchiude la storia, la mentalità(quindi la cultura, cioè il modo d'interpretare la vita nei suoi molteplici aspetti), soprattutto se(la L) nasce nel popolo che ne fa uso. Proprio per questa ragione, l'estensione(leggasi imposizione)della parlata nazionale alle varie realtà regionali significò più o meno un trauma per la Sardegna, la quale, nel nuovo panorama, portava fattori etnici più diversi. Totalmente altra dalla realtà peninsulare, con una storia, cultura, L propria - tali da caratterizzarne una vera e propria identità nazionale - dal momento dell'annessione(all'Italia)è sottomessa ad un sistematico esproprio linguistico. Non fu certo la prima volta che una L esterna invadeva l'Isola. Non si può non ricordare, p. es., la latinizzazione che estinse la precedente parlata, anche se poi non ne ostacolò la nuova sintesi autoctona. Da quel momento in poi, la LS(lingua sarda), nata nel popolo e in questi radicata, è riuscita a sopravvivere in mezzo alle tante altre sopraggiunte nell'Isola.
Ma l'imposizione violenta della LI(lingua italiana) sopra accennata fu(ed è)la più capillare. La scuola diventò luogo privilegiato di forzatura psicologica sui bambini che usavano la LS come L madre(penso alla simile sorte riservata agli scolaretti quechua-parlanti del Sud America, costretti a ripudiare la propria L a costo di umilianti castighi). Non si sta parlando di tempi troppo remoti: basta essere poco meno che cinquantenni per ricordare con che severità certe/i maestre/i reprimevano gli alunni che esternavano espressioni autoctone. Il sillogismo (contorto!) era... lineare: per parlare bene l'italiano si doveva evitare il sardo che, per contrapposizione, diventava una lingua grammaticalmente e morfologicamente... errata. Ché dico lingua? di dialetto si parlava!
Un dialetto sbagliato, messo alla berlina perché sinonimo di arretratezza e chiusura. Chi vuol avere esito professionale deve metterlo da parte. E fu così che molti dei nostri genitori, più o meno dalla seconda metà degli anni '50 in poi(in buona fede certo, come i/le maestri/e del resto)cominciarono a comunicare in LI coi figli, per garantire loro un futuro migliore. L'avvento della televisione fece(e fa) il resto.
Com'è la situazione attuale? Fortunatamente assistiamo ad una nuova presa di coscienza che, almeno in teoria, ha saputo confutare quei falsi(a noi noti) luoghi comuni creati attorno alla LS. Ma la teoria, seppure utile, a poco servirà se la L non verrà incrementata nell'uso quotidiano. Ci sono tre aspetti(fra altri) che darebbero forza ad un suo ritrovato protagonismo:

1): la volontà politica. La Regione, ehm... Autonoma(!)mettendo da parte quell'immobilismo causante tanti svantaggi(oltre al devastante-remissivo-servilismo oltremare)deve favorire con decisione l'insegnamento sistematico della LS nelle scuole(inclusa la scuola materna), alla pari dell'italiano e altre lingue. C'è di più: i politici stessi dovrebbero parlare in sardo negli ambiti dei loro uffici, allo stesso modo dei più decisi colleghi catalani o baschi, per intenderci. Fin'ora abbiamo assistito solo a dispendiosi progetti, decollati forse, ma mai atterrati.

2): la scelta degli intellettuali. Gli intellettuali sardi dovrebbero giocare fino in fondo la carta della LS. Utilizzarla sempre, o per lo mano, alla pari dell'italiano: 50 e 50. Come? Parlandola e scrivendola. Pubblicando le loro opere in “limba”. Qualcosa già si sta muovendo. Esistono opere letterarie(anche di autori stranieri)in LS. Penso a “Lèbius ddoi passamus me-in sa terra” di Sergio Atzeni, o “Cronica dae una morti annuntziada” di Garcìa Màrquez. Felicissima al riguardo, la scelta dell'Università degli Studi di Cagliari.

3): l'impegno della CCL(Chiesa Cattolica Locale). Fedele agli insegnamenti del (Concilio)Vaticano II, la CCL ha il dovere di dialogare, valorizzare, fecondare e purificare le culture locali e, al contempo, si arricchisce attraverso di esse(cf. Gaudium et spes, 53.58). Nella storia della Chiesa, le culture dei vari popoli sono sempre state il veicolo privilegiato per la trasmissione della fede. la fede è sempre entrata nel cuore degli uomini, nel loro cuore... inculturandosi. Nel nostro caso - nota bene! -  si tratta di una fede vissuta, pregata e trasmessa in LS per quasi duemila anni!
Circa il tema in questione rimando ad altro titolo su questo stesso blog(cf. “LETTERA APERTA AI VESCOVI SARDI”). Menzionata valorizzazione, si trasformerebbe in salvaguardia e crescita culturale per tutti, a prescindere dalle personali scelte di fede.

La determinazione di queste tre istituzioni sarebbe di grande incoraggiamento per i cittadini tutti.
Ma la realtà attuale, a quanto pare, è proprio al rovescio. Sono infatti associazioni culturali, alcuni movimenti politici(con ancora poco peso istituzionale) e singoli cittadini, impegnati a difendere e diffondere la LS e la cultura che porta in sé. Se le istituzioni, come già espresso, potessero accoglierle e trasformarle in efficaci decisioni politiche, staremmo in sella al senso moderno(e primigenio) del termine “politica”.
Ma, per dirla tutta, è pur vero che tra noi sardi non esiste ancora un “quorum” che renda più che palpabile la volontà di... parlare la nostra L. Su questo aspetto siamo stati remissivi fin dall'inizio, non al pari di altre “isole linguistiche”nello stesso panorama italiano. Ed è anche vero che oggi, molti sardi, si vergognano di parlare la loro L, causa quei preconcetti che proprio tale obbiettivo(screditare la LS)perseguivano.
Mi soffermo su due (preconcetti) :

1): L'USO DELLA LS PRECLUDE L'APERTURA VERSO L'ITALIA E IL RESTO DEL MONDO. Niente di più falso! È proprio la rinuncia alla propria L che crea ripiego su se stessi, che chiude. Nemmeno l'insularità... isola, come molti credono (cf. sullo stesso blog: "Isolani o isolati?"). Il riapproprio della L, può facilmente abbinarsi ad un articolato processo di rivalorizzazione della propria cultura, della propria identità. Tutto ciò favorirebbe il felice innalzamento dell'autostima: la coscienza di valere per se stessi, e non perché supportati da un'entità culturale vicaria. Ed è proprio da tale autostima, da questo “sano orgoglio della propria identità” che scaturisce, a mio avviso, un'equilibrata valorizzazione delle altre culture, la capacità e la gioia di comunicare con gli altri popoli, alla pari, arricchendoci ed arricchendo(in termini di cultura e di giusta economia). L'autostima culturale fomenta l'amore verso il territorio, la sua cura, e di conseguenza favorisce la creatività economica, rendendola affine all'ambiente, efficace ed ecologica. Forse pochi sanno che i Friulani, da buoni custodi della propria cultura, delle proprie parlate(quindi del territorio ed economia)hanno ottenuto la personalizzazione dei prodotti col “Made in Friuli”(s'immagini quali vantaggi da un “Made in Sardinia”!). Un popolo sorretto da questo sano orgoglio difficilmente sa farsi “calpestare in casa propria”, come succede - ahinoi! - ai Sardi. Sarà l'ibrido bilico tra due identità malamente mischiate fra loro(l'alterità italiana e la nostra), la causa di quella “schizofrenia culturale” che tanto abbruttisce il nostro esistere?
I popoli ai quali fu usurpato(specie se per mano ispanica)l'humus culturale, presentano in genere aspetti affini: poca autostima, frustrante dicotomia identitaria, isolamento, scarsa sovranità in casa propria, poco stimolo alla creatività, economia mendicante, inadeguata e con devastante impatto ambientale.
Torniamo all'uso corrente del sardo. Nel nostro specifico, usare la LS nel quotidiano significherebbe, automaticamente, parlare due lingue: la LS per l'appunto e la LI. Ormai l'apprendimento della LI è un dato acquisito. Attraverso i media e la massiccia letteratura, questa L viene appresa quasi-spontaneamente. Il “poco sforzo” nell'apprendimento della LI, libera ampie risorse, nell'ambito della scuola, per insegnamento di L altre. Ricapitolando: realtà bilingue(due lingue naturalmente apprese: LS e LI) + : altre L apprese sistematicamente nella scuola = : una notevole apertura linguistica (quasi superfluo ricordare come i popoli bilingui sono maggiormente predisposti ad apprenderne altre. Forse non è casuale che estimatori e promotori della LS a livello locale ed internazionale, siano persone parlanti più L).

2): QUALE VARIANTE USARE? QUAL'È IL VERO SARDO...? Per fortuna gli specialisti hanno superato quest'altra inutile diatriba(la più antipatica secondo me).
Prima di penetrare la questione una semplice premessa psicologica: quando ci si appassiona ad una causa, tutti gli ostacoli diventano pressoché relativi. Quando invece si è demotivati, quegli stessi ostacoli si tramutano in barriere insormontabili! Personalmente credo che il secondo atteggiamento abbia fatto da sottofondo all'approccio di molti verso l'argomento che si sta trattando, trasformando quello delle più parlate(congenite alla LS)nell'eterno insormontabile dilemma. Entriamo nel vivo della questione.
In alcuni casi, per affrontare un problema, può esser di buon preludio... rivoltarlo. Sì, rivoltarlo... da capo a fondo. Osservarlo dalla prospettiva opposta. Applicando al nostro caso questo elementare metodo, potremmo regalarci una piacevole sorpresa: le varietà della LS si trasformano in un... vantaggio, un valore aggiunto, una... enorme ricchezza linguistica!
È questo dato di fatto estremamente positivo che dovrebbe fare da basamento ad ogni salutare iniziativa intorno alla LS.
Come sappiamo, i due rami costitutivi della LS - il SL(Logudorese) e il SC(Campidanese) - hanno pari dignità; nessuna delle due è più o meno autentica dell'altra(altro falso e paralizzante pregiudizio smentito dall'attuale linguistica – cf. Bolognesi Roberto, Heeringa Wilbert, 2005. Sardegna fra tante lingue. Condaghes: Cagliari). E siccome di varianti si tratta(e non di lingue opposte), le similitudini superano di gran lunga le diversità. Basterebbe confrontare in sinopsi uno stesso periodo scritto in SL e SC per accorgersene. Per questa ragione i sardi dovrebbero interloquire in sardo, usando ognuno la propria variante. Sarebbe un inizio interessante, addirittura divertente: un bel gioco. Quando un gioco piace, le incognite ne diventano l'aspetto più stimolante. Immaginiamo un dialogo tra una giovane universitaria di Tonara ed una sua compagna, p. es., di Sestu. Rispettando una prudenziale cadenza pausata, si accorgerebbero che la differenza tra i termini non impedisce la reciproca comprensione. Per quanto riguarda i vocaboli che proprio non si capiscano, sarebbe parte del... gioco, chiederne significato. Un po' come facevano mio padre(agricoltore campidanese)e tziu Peddio(pastore di Desulo): s'intrattenevano lunghi momenti a parlare, in campagna, a discutere sui pascoli, a litigare, eccetera. Quando qualcuno non capiva l'altro, ne chiedeva il significato. Una volta memorizzata la parola,ognuno dei due, per dare celerità al discorso(specie se era animato)al momento opportuno usava il termine dell'interlocutore. Se fu possibile per un pastore e per un agricoltore...!
Un interscambio di questo tipo arricchirebbe ognuno di noi, in breve tempo, di un'enorme quantità di termini nuovi... di nuove espressioni, favorendo un bagaglio linguistico formidabile. Sarebbe un inizio graduale e non toccherebbe suscettibilità circa la rinuncia subitanea delle parlate locali. Più volte ho partecipato a conferenze “in limba”. Le esposizioni dei dissertanti, fatta nelle due varianti (includendo le specificità regionali e paesane: altra-ulteriore-ricchezza!)si sono sempre rivelate esaustivamente comprensibili. L'attenzione e – perché no? - lo sforzo(esiste conquista senza sforzo?)per capirsi, rendeva la conversazione assai più stimolante ed interessante.
Credo che da questo non complicato interscambio parlato e scritto fra tutti i “varianti-parlanti”, possa nascere in forma spontanea, una sorta de LS Koinè, che potrebbe essere, forse, la piattaforma per una L più unificata. Non bisogna aver paura di far, diciamo, mischiare le parlate sarde: ciò che ne verrebbe fuori sarebbe sempre un prodotto... sardo. decisamente meglio delle attuali parlate “sardo ibride”(che personalmente detesto)prodotte dalla massiccia infiltrazione di termini e morfologie italiane.
Altre L presentano simili ramificazioni/diversificazioni: il russo,il castigliano, il quechua, l'arabo, lo stesso inglese; diversità che non impedisce la standardizzazione grammaticale.
E di regole grammaticali bisogna parlare anche per la LS. Quest'aspetto può essere assolto dall'ambito più connaturale: la scuola. Non possiedo idee chiare in proposito; considero però realista e graduale il suggerimento espresso nell'introduzione(e seguenti pagine) di “Arregulas po ortografia, fonetica, morfologia e fueddariu dae sa norma campidanesa”(Comitau Scientìficu po sa norma campidanesa dae su sardu standard campidanesu patrocinau dae sa Provincia dae Casteddu, 2009. Alfa): insegnare la grammatica in accordo con le due varianti. Una volta poste solide basi sulla propria variante, nelle classi superiori gli alunni potranno avere approcci con: morfologia e grammatica di quella opposta(SL per gli studenti dell'area campidanese e viceversa)e – perché no? - un'interessante infarinatura sulle altre lingue dell'isola. Si pensi poi a quante felici iniziative si potrebbero inventare per rafforzare conoscenze:interscambi culturali tra studenti, eccetera. Credo invece che l'approccio letterario possa essere fatto fin dall'inizio con le due varianti.
Non sarebbe realistico chiudere il discorso senza fare menzione alle appena citate L, che sommano “ricchezza alla ricchezza”: il Tabarchino, il Gallurese, il Catalano; e mettiamoci pure “s'Arromanisca” dei ramai di Isili(chi potrebbe essere così culturalmente miope, da non vedere la nostra Isola come un prezioso scrigno stracolmo di variegato tesoro linguistico?).
Anche per queste isole linguistiche vale quanto più sopra espresso: vanno protette ed insegnate nei rispettivi luoghi. Possibile obiezione: un bambino catalano dovrebbe già essere in grado di parlare: LC, SL e LI, alle quali si aggiunga, p. e. , l'inglese et altre lingue? Proprio così. Inserire un bambino, fin dai primi passi, in una realtà multilingue vissuta nel quotidiano e saggiamente articolata dalla scuola: è cosa fattibile... è cosa ottima... è cosa auspicabile. Alcuni miei carissimi amici indiani, fin da bambini convivono connaturati con la loro lingua, con quella delle regioni limitrofe, coll'Indi e con l'inglese. I Paraguaiani che vivono al confine col Brasile parlano: guaranì, castigliano e brasiliano. Molti giovani altoatesini parlano: tedesco, italiano e inglese. Sono molti i belgi che parlano: fiammingo, francese, tedesco e inglese, oltre che, in alcuni casi, i dialetti locali. Molti giovani friulani parlano: furlan, italiano, inglese, francese e, in alcuni casi, qualche lingua slava. Questi solo alcuni esempi.

Non priviamoci della nostra ricchezza linguistica, la quale, tra l'altro, grazie al sano paradosso più sopra argomentato, ci apre ad altre lingue! Non priviamoci di conoscere tutte le nostre lingue (patrimonio dell'umanità)! Ridurci a parlare solo l'italiano in mezzo a cotanta ricchezza linguistica è un suicidio culturale!

La differenza che intercorre tra dismettere la LS (processo attuale, sig!) per incunearci nel solo orizzonte italiano, ed il processo multilingue(fin'ora ipotizzato)ai fini di una sana apertura verso se stessi e i popoli, credo appaia notevole.

Naturalmente il mio è un sogno dall'identità amatoriale(non sono un linguista). Menti specializzate possono disegnare progetti di più sostenuta efficacia. Ma... fateli! Linguisti... Specialisti... Regione Autonoma: realizzateli per favore!

Nel mondo esistono migliaia di lingue: ciascuna racchiude ed interpreta una cultura: vero e proprio patrimonio dell'umanità. Preservare la LS dovrebbe per noi avere anche questo senso: un dovere; uno stimolante dovere verso l'umanità tutta.

Alcuni, inquadrando la nostra L all'interno di un irreversibile processo di estinzione, congedano le tematiche fin'ora affrontate con un laconico e remissivo:“Ormai!”. Valga l'esempio del Popolo Ebreo(ammirabile per la sua millenaria difficile ma tenace lotta identitaria). Oltre a creare una Nazione dal nulla(1948), ha saputo riesumare e, in certo modo reinventare, la propria lingua, praticamente morta.
La LS non è morta. Seppure maltrattata e umiliata, è viva. Salvare questo “patrimonio dell'umanità” ancora si può. Siamo ancora in tempo per omaggiare le giovani generazioni col prezioso bagaglio culturale a nostra volta ricevuto in eredità. Ma sbrighiamoci... il tempo stringe.
                                                                                             Ignazio Cuncu Piano.

“La vita è un grande gioco. Giochiamo questo gioco! Non limitiamoci a guardar giocare gli altri. Non contentiamoci che qualcuno giochi al posto nostro”. (cf. Robert Baden Powell)