mercoledì 29 maggio 2013

FUMATORI PASSIVI P€R OCCULTA RAGION DI $TATO (le basi militari in Sardegna)

Adesso che è di prassi il divieto di fumo in ambienti chiusi, è più percepibile cosa sia il tabagismo passivo. Sono i frutti delle buone campagne sensibilizzatrici e dei veti ragionevoli. Ciò che prima si tollerava come parte del costume, oggi lo si percepisce in tutto il suo pregiudiziale fastidio.

Chiaro che l'assenza di fumo da sigaretta non risolve le quantità di polveri ed esalazioni che da altre fonti raggiungono l'organismo, ma è già qualcosa in meno.

La verità è che non ci sta risultando facile porre rimedi alla nostra inquinante civiltà. Purtuttavia, seppure con tempistiche ritardatarie, alcune nazioni cominciano ad andare ai ripari attraverso normative atte a contenere e diminuirne gli effetti. In pratica siamo agli esordi, ma ne siamo coscienti. Siamo coscienti circa malattie dei tempi moderni, alimentate o incoraggiate da smog e stress. Sappiamo pure che se si vive o si lavora in certi luoghi, ci si espone di più. Gli abitanti di Milano o Londra, i Tarantini che respirano accanto all' Ilva, per esempio, sanno della loro fuligginosa realtà.

Essere resi coscienti di certi pericoli non è un optional, ma un diritto umano, che favorisce operazioni di difesa personale e collettiva più aderenti alla realtà, ergo: più efficaci.
Spesso questo diritto ci viene negato. Ogni epoca ha sfornato dei “taluni” che hanno sortito oscuri vantaggi anestetizzando la pubblica opinione circa i pericoli su di essa riversi.

Pensiamo alla tragedia della centrale di Fukushima. I mass-media italiani ci hanno fatto una narrazione molto meno drammatica di quanto abbiano fatto, per esempio, i mezzi d'informazione tedeschi. Troppo minimizzanti i primi o sospintamente allarmisti i secondi?

Non lo so. Ma se penso alla vicenda su cui mi appresto ad argomentare, mi azzarderei ad affermare che non sarebbe la prima volta che lo Stato Italiano nasconde ai suoi cittadini la reale drammaticità di certe situazioni.

Esiste un sito dagli accesi colori mediterranei, privo d' industrie e dall'aspetto apparentemente incontaminato, dove da alcuni decenni, persone e animali nascono con malformazioni, muoiono di tumore, in preoccupanti proporzioni. Gli Organi competenti non si sono mai sognati di “informare, di allertare, di render coscienti” queste genti circa le probabili cause.
Una parte importante di decessi ha riguardato allevatori, pastori di pecore e di capre, mandriani; persone che vivono all'aria aperta, in campagna, fra i boschi, e si dissetano ad acque sorgive.

Protagonisti di questi non più misteriosi fatti sono gli abitanti di un grappolo di paesini distribuiti in un'area che include parte della provincia di Cagliari e dell'Ogliastra (zona centro-sud orientale della Sardegna). Questo territorio, da più di 50 anni, ospita un poligono di addestramenti militari.

Non intendo narrare ordinatamente fatti che sono alla portata di tutti (in internet sono presenti valide descrizioni), bensì esprimere delle considerazioni in ordine sparso.

Il poligono interforze di Perdasdefogu – Salto di Quirra, creato nel 1956, comprende un'estensione di circa 12.700 ha e include 2.000 ha di mare. Il sottosuolo è caratterizzato da intrecci di caverne abitate da specie endemiche di elevato interesse scientifico, come il tritone sardo. In superficie vi pascolano migliaia di capi di bestiame. Un luogo decisamente più consono a parco nazionale che a simulazioni belliche. Quivi, oltre all'esercito italiano, eserciti di altre nazioni e ditte private (di armi), testano - a pagamento - i loro... prodotti.

È su quella spettrale presenza che si è progressivamente concentrata l'attenzione delle popolazioni autoctone, dando corpo a un cupo presentimento: le operazioni del poligono coincidono colle numerose malformazioni e morti, altro modo inspiegabili.

Non è stato facile, per chi in questi anni ha voluto sondare la verità, aprirsi un varco tra i comprensibili timori indigeni, le minacce senza volto, la vigliacca omertà delle istituzioni isolane e d'oltremare, tra il silenzio dei Vescovi sardi (un intervento in verità c'è stato – a mio parere insufficiente - da parte del Vescovo di Lanusei). In mezzo a tanto silenzio, un enorme merito va a quei gruppi di cittadine e cittadini che con coraggio e alto senso civico hanno dato voce al problema: sensibilizzando, infrangendo tabù, rischiando di persona, esigendo analisi accurate su persone, terreni, falde acquifere, suolo marino, atmosfera, mandrie, greggi.

Le insindacabili prove apportate dalle meticolose indagini del magistrato Domenico Fiordalisi, hanno coronato i tanti sforzi “remati controvento”, rivestendo di certezza ogni sospetto.

Chi salirà sul banco degli imputati? Molti, m'illudo molto ingenuamente, ma tutti congiungibili al titolare di turno: il Governo italiano. Chi, se non il Titolare, avrebbe autorizzato le esercitazioni in tutti questi anni? Chi, se non il Titolare, avrebbe approvato collaudi dagli effetti oltremodo devastanti? Chi, se non il Titolare avrebbe autorizzato l'interramento indiscriminato di rifiuti bellici? Chi, se non il Titolare, avrebbe dovuto avvisare la popolazione (civile e militare: anch'essa conta dei morti) circa l'alta pericolosità delle azioni svolte? Chi, se non il Titolare, in sommissione a più forti Alleati, ha disposto dei territori sardi alla stregua di una tenuta di caccia, deturpando a piacimento Fogesu-Quirra, Teulada (7.200 ha), Capo Frasca (1.400 ha), Decimomannu, La Maddalena (dismessa nel 2008 ma con persistenza di reliquie tossiche) ?

È gravissima la responsabilità del Governo Italiano. Silenzi, omicidio, tanto denaro, atti anticostituzionali : infrazione dei Diritti Umani.

Un'azione di così ciclopica portata, in altri luoghi e con altre sensibilità avrebbe avuto una risonanza tale da far cadere - con ragione -  lo stesso Governo. 

Perché a Taranto, a Milano, a Londra, i cittadini “sono coscienti” dei loro veleni. In Sardegna no; fino a qualche tempo fa, no. Il Titolare di turno non ha mai considerato opportuno farlo presente, e ha ostacolato chi ha avuto il valore civico di arrivare alla verità. Il“segreto di Stato” (macabro eufemismo) imponeva omertà, privando all'autentico Stato (i cittadini) il diritto di “prender coscienza” e di decidere, sovranamente su scelte così ravvicinatamente dannose.

Forse a suo tempo anche gli enti locali furono un po' remissivi, ignari della gravità reale, illusi magari da possibili vantaggi o da chissà che cosa. I dati per prevedere i futuri disastri, a onor del vero, v'erano anche allora, seppure in forma ridotta e confusa.

Ma alle generazioni attuali non sono imputabili le concessioni di allora ad opera delle autoctone amministrazioni, le quali, reitero, credo ignorassero la portata reale delle concause in gioco.
Si può poi immaginare come la pressione del Governo italiano (e non solo), mirata alla selvaggia militarizzazione dei territori sardi, non fosse così facilmente respingibile. Anche se...

… c'è una storia bella e a buon fine in mezzo a questa saga di soprusi, che seppure in breve val la pena raccontare. Potremmo titolarla: “Il Cosciente Rifiuto di Pratobello” (1969). Ne sono protagonisti gli abitanti di Orgosolo, paese ingiustamente ricordato dalle cronache italiane sempre e solo per altri fatti. Gli Orgosolesi seppero opporsi alla decisione di militarizzare i loro pascoli, i loro boschi, le loro sorgenti. Tutta la Popolazione, unanimemente, decise che le basi militari non avrebbero deturpato i propri spazi vitali. Fece fronte, compatta e non violenta, all'azione dello Stato. Ed ebbe la meglio!

Brillante esempio di sana sovranità in pro della salvaguardia di... casa propria.

A distanza di anni, i “fatti (o moti) di Pratobello” ( felice episodio nella storia della Nazione Sarda ), attestano con forza come di fronte alla decisione di una Comunità, coesa attorno ad un obiettivo di alta valenza civica, ogni ostacolo diventi cedevole.

Sono consapevole quanto l'argomento sulla militarizzazione dell'Isola sia lungo e intricato, a tal punto che, se ci si distrae un po', qualche prestigiatore di parte potrebbe tramutare i lupi in agnelli; o meglio, in difensori degli agnelli: “Amati cittadini di questa terra antica, bella, selvaggia ed incontaminata (!!): sì, è vero, la vostra aria s' è un po' appesantita, ma per il bene comune. C'è di mezzo la salvaguardia della democrazia e voi siete protagonisti di tutto ciò, il punto più strategico di difesa nel Mediterraneo. Siatene fieri! L'Europa loda la vostra ospitalità e abnegazione nell'accogliere questi centri di difesa legittima (sacrosanto diritto) del (satollo) mondo civile. (In qualche parte dovranno pur ergersi questi benedetti laboratori di... pace!). Vi state immolando per una nobile causa! Siete sempre stati bravi in questo: silenti, mansueti, sacrificali ; così ci piacete! Ma dai, ma cosa pensavate !? Le basi tra l'altro vi offrono posti di lavoro... ricchezza !! E le terre, le coste e i mari sono più protetti dagli scempi! La gestione del vostro territorio è un dovere che ci siamo presi con serietà ! Eppoi a voi piace far gestire le vostre cose ad altri: vi dà sicurezza. Su, buoni, tornate a dormire. Lo Stato vi apprezza ed è presente, vigile. Viva la Repubblica!! Viva la fierezza sarda!! Fortza paris !! Gai siat!”.

Quante volte discorsi simili, mimati con viscida solennità ci hanno lasciati "contenti, fieri e... coglionati?". Tante. Perché in effetti l'argomento in corso è ben attorcigliato, tergiversabile, e può essere impostato da molteplici prospettive capaci di offuscarne i punti nevralgici, non negoziabili. Soltanto un'impostazione etico/morale, a mio avviso, riesce a mantenere costantemente in luce le tonalità essenziali e ad offrire argomenti non raggirabili.

In base a quanto appena espresso, analizzo qualche aspetto della vicenda.

Alcuni affermano che le basi militari in Sardegna portino benessere economico. Non risulta ridicolo e fuorviante classificare in tal modo irrilevanti introiti per una quantità infima di popolazione, enormemente-inversamente proporzionali alla devastazione ambientale, alle perdite di vite umane e all'umiliante menomazione della sovranità territoriale ?

Chi è che in affari spenderebbe €100.000 al giorno, per ricavare € 0,01 al mese ?! Nessuno. Perché noi sì ?

Ma se si va a fondo della fonte dei conclamati fantomatici guadagni, si può ben affemare che non troverebbero ragion d'essere nemmeno se per assurdo tracimassero l'erario dell'intera Isola.

Perché basare un'economia attorno ad una struttura – diciamocelo pure – di morte, è azione che di etico e di morale ha ben poco. Tutti sappiamo che il Poligono è un circo privato per occulti giochi di guerra. Un enorme teatro affittato dal Governo Italiano (sarà incluso nel prezzo anche il segreto delle operazioni?) per provare non aratri o mezzi da movimento terra, ma armi; quelle vere, quelle che devono, per logica, distruggere cose, case e... uccidere le famiglie che ivi abitano.

Armi da impiegare in guerre consumate in Paesi (erroneamente chiamati) sottosviluppati: unici destinatari delle moderne azioni belliche. Sono i giovani, le giovani, le adolescenti, gli adolescenti, gli anziani, le anziane, le bambine e i bambini di quei luoghi le vittime anonime di cotanto armeggiare. Lo sappiamo tutti.

D'accordo: la guerra è un affare sporco, ma necessario! Chi ci difenderebbe dai minacciosi Emergenti [i Paesi del terzo mondo] che serbano rancori bellicosi fra loro e su di noi?”. Già: chi ci difende da chi porta armi coi nostri stessi marchi di fabbrica? Anche questo lo sappiamo tutti.

È inammissibile farsi complici indiretti dei “signori della guerra”, di questi ignoti ma operanti individui capaci di alimentare pretesti bellici fra Paesi pur di “vendere; che lucrano voracemente a scapito di porzioni di Umanità considerate carne in sovrappiù , “ stimate come pecore da macello” (Salmo 43, 23) . Quest'abusata e interessata produzione di armi, non sarà mai compatibile con niente che rechi in se' aneliti di vita, di crescita, essendo causa di ulteriori disagi tra i deboli della Terra (“impedisce di soccorrere le Popolazioni indigenti”. - CCC, n.2315)1.

Ecco il vero volto delle attuali guerre: “conflitti confezionati in fabbrica per gli Ultimi”. La gravità etica e morale di tutto ciò, è altissima.

Solo per questi motivi, i Vescovi sardi all'unisono, come “ simbolo di una Chiesa che interferisce” (don Luigi Ciotti) 2   nel non negoziabile, come Pastori che si frappongono tra il Gregge e ciò che lo minaccia , avrebbero dovuto mettere il grido al cielo! Il termine "vescovo" (dal greco epìscopos) significa appunto: custode, supervisore, protettore, pastore "che guarda a una a una le sue pecore, le rispetta e chiede rispetto per loro"  (Pino Goisis, "Agorà tra Fede e Laicità" - "Vescovi, non funzionari" - , Fonte Avellana, 19-21 aprile 2013 ).
Non riesco a capire cosa abbia impedito loro di esprimersi con decisione. Supportati da quel Vangelo che è fondamento, culmine e superamento, nella carità, dei valori etici e morali fondanti la vita umana. Supportati da quel Vangelo che è... "segno di contraddizione" (vangelo secondo Luca 2, 34).

Qualcuno potrebbe obiettare che anche la dottrina cattolica ammette la legittima difesa. È vero (cf. CCC, n.2308 ; Gaudium et Spes3, n.81). Ma dopo mille ricorsi previ. La piattaforma inamovibile è che “la vita è sacra” (CCC, n.2258), inclusa quella dei cittadini attigui ai Poligoni di Stato. Eppoi la difesa armata come “extrema ratio” è supportata da un rigoroso substrato etico circa i motivi reali, i popoli coinvolti, i prigionieri (cf. ivi, nn. 2309.2313-2314). Fermo restando che la guerra rimane una “antica schiavitù”(ivi, n.2307) da scongiurare con ogni mezzo (cf. ivi, n.2308).

I pronunciamenti del Magistero cattolico negli ultimi 90 anni, hanno fatto maturare notevolmente la coscienza cristiana di fronte alla guerra, eliminando del tutto il concetto di "guerra giusta" a favore di una proporzionata legittima difesa. Papa Benedetto XV, agli albori del XX secolo, parla di: “Abbandono della guerra […] diminuzione progressiva degli armamenti” (Nota ai capi dei popoli belligeranti, 1° agosto 1917). Numerosi gli appelli di Pio XI e Pio XII : " Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra" (Radiomessaggio di papa Pio XII rivolto ai governanti e ai Popoli nell'imminente pericolo della guerra, 24 agosto 1939). Una frase forse oggi scontata, ma non quando venne pronunciata :  impopolare, fuori coro e inascoltata, soffocata dalle  martellanti campagne propagandistiche dei Governi, protese ad eccitare l'euforia bellica dei cittadini.

Un'indubbia pietra miliare è la Lettera Enciclica di Giovanni XXIII, “Pacem in terris” (1963), che denuncia: “Come nelle comunità […] più sviluppate[...]si continuino a creare armamenti giganteschi […] ; gli stessi cittadini di quelle comunità politiche [vengono] sottoposti a sacrifici non lievi" (n.59). Da notare come l'ultima affermazione("gli stessi cittadini [...] vengono sottoposti a sacrifici non lievi") collimi coll'argomento in questione. Il Documento richiama poi all'uso corretto della ragione, dal quale non può che scaturirne  disarmo progressivo/integrale ( cf. nn. 60-63).

Il Concilio Ecumenico Vaticano II (1962/65), nella “Gaudium et Spes” condanna a chiare note “l'inumanità della guerra” (n.77) ribadendo che “il progresso delle armi scientifiche [incluse quelle testate nei poligoni nostrani] accrescono l'orrore e l'atrocità della guerra” (n.80).

Paolo VI e Giovanni Paolo II riesprimono in termini radicali i pronunciamenti del Concilio. Nell'accorato appello di Paolo VI lanciato dalla sede delle Nazioni Unite nel 1965 (“Non più la guerra! non più la guerra!”), si condensò un insindacabile discredito verso ogni tipo di conflitto armato. Un grido che il Papa espresse ripetutamente e in vari modi durante il corso del suo pontificato.

Giovanni Paolo II, instancabile sostenitore del disarmo totale, fece suo l'appello di Paolo VI: “Mai più la guerra!” (Angelus del 16 marzo 2003). Il suo lungo mandato petrino fu lastricato da numerosi interventi contro gli armamenti e i conflitti. Alcuni di essi (di questi interventi) si esplicitarono in concreti interventi. Penso alla febbrile attività della Diplomazia Vaticana per la cessazione del Conflitto del Beagle (1978-1984), dei Balcani (1991-2001), della Guerra del Golfo (1990).
Lapidaria fu l'affermazione del Papa nel discorso di Coventry, il 30 maggio 1982: “La guerra dovrebbe appartenere al tragico passato, alla storia; non dovrebbe più trovare posto nei progetti dell'uomo per il futuro”

Bendetto XVI ha ripreso il grido dei suoi Predecessori, per niente assimilabile a mero slogan religioso/pacifista, inequivocabilmente intriso dell'inscalfibile dignità di ogni persona : “Mai più la guerra!” (Assisi, 27 ottobre 2011)

Alla luce di tutto ciò: siamo così sicuri che l'uso indiscriminato dei poligoni (in Sardegna e nel mondo) risponda alle reali esigenze della legittima difesa? Ne dubito. Forse che la compravendita in armi sarebbe troppo poco redditizia per reggere un mercato di sole, essenziali e rigorosamente regolamentate difese nazionali? Penso di sì.

E in chiusura... la buona notizia. Il Governo Italiano ha stanziato € 25. 000.000 per dare il via alla bonifica dei poligoni di Quirra, Teulada e Capo Frasca, pari a “75 milioni complessivi” (comunicato stampa del Sindaco di Villaputzu) per il triennio 2013/15. Lo stesso comunicato - che stima in 500 milioni l'ammonto necessario per una bonifica ben fatta (non me ne indento, ma mi paiono ancor pochini!) - riconosce la positività del primo passo dato. Apprendo inoltre, circa l'inizio dei lavori, previsto in gennaio 2013.

La conoscenza dell'attuale corso dei fatti mi svanisce, e ingenuamente mi chiedo se i lavori siano iniziati nella data fissata e... cosa significhi in concreto “bonificare” : vuotare il portacenere una volta per tutte ?

A poco varrebbe spegnere una sigaretta per accenderne un'altra. Si volterà pagina solo quando le macabre simulazioni (che simulazioni non sono) apparterranno definitivamente “ al nostro tragico passato, senza più trovare posto nei progetti delle generazioni attuali e di quelle future” 4.

("Tutto ciò che è sottratto agli armamenti per aiutare i Popoli sottosviluppati, è già un cammino..." - Giorgio la Pira) 

                                                                                                             Ignazio Cuncu Piano

Catechismo della Chiesa Cattolica
2  Mario Lancisi, “Il Vangelo contro la Mafia”, Piemme, 2013, prefazione.
Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, 1965
4  La frase, da me adattata, è la medesima di Giovanni Paolo II riportata più sopra.

POSTILLA (09 settembre 2013).

Come ulteriore segno di maturazione del magistero ordinario,  riporto alcune parole di papa Francesco tratte, sia dall'omelia nella veglia per la pace in Siria, lo scorso sabato c.m. (“abbiamo prefezionato le nostre armi, la nostra coscienza si è addormentata, abbiamo reso più sottili le nostre ragioni per giustificarci”) che dall'Angelus del giorno seguente (dire no alla violenza della guerra in tutte le sue forme, dire no alla proliferazione delle armi e al loro commercio illegale […] ; sempre rimane il dubbio [ che le diverse guerre che si combattono siano un pretesto] per vendere queste armi nel commercio illegale”), il cui raggio morale mette in questione amche le dubbiose operazioni nei poligoni nostrani.

domenica 12 maggio 2013

BEN OLTRE GLI ALLORI - (dal blog: UNCOMUNECITTADINO, 12 maggio 2013)

Giorni fa mi è sorto il desiderio di rimembrare, aiutandomi con qualche youtube appropriato, le vicende che videro come protagonisti: il Cagliari, Gigi Riva, i suoi compagni di squadra e il popolo sardo. Mi soffermai più che altro su una registrazione che raccontava questa sorta di epopea, su un filo conduttore tracciato dallo stesso ex calciatore. Non nascondo d'esser stato toccato emotivamente, poiché, seppure piccolo all'epoca, le emozioni dello scudetto e delle prodezze del “goleador”, le potei respirare tutte attraverso l'entusiasmo generale degli adulti chi vivevano intorno a me.

In questa “intervista-documentario”, Gigi Riva parte dagli inizi, nel suo paese d'origine: Leggiuno. Ne rimarca l'infanzia, l'adolescenza e la gioventù segnata dalla prematura morte dei genitori, dagli anni cupi trascorsi in un collegio-internato caratterizzato da una severità fuori luogo, dalle varie circostanze difficili che colpivano i bambini orfani e poveri degli anni '40 e '50. Drammi che ne segnarono l'esistenza, il carattere; drammi che col tempo si son trasformati in saggezza ed empatia con chi soffre. Drammi che nemmeno l'esuberante carriera professionale è riuscita a colmare del tutto, se quasi alla soglia dei settant'anni, quest'uomo  sente ancora di dover dichiarare: “Sarei disposto a rinunciare a molte glorie che la vita mi ha offerto, per un'infanzia diversa”.

Ma a volte la vita è bene guardarla al contrario, o al rovescio se si vuole. Si, al rovescio, come le magliette che a volte indossano alcuni giovani. Eh sì, perché a volte, guardando la vita al rovescio, si possono scorgere svantaggi che si trasformano in... vantaggi. E io credo che  nel giovane Gigi Riva, quella perfetta simbiosi tra carriera calcistica, legame affettivo e identificazione quasi-etnica con un popolo popolo che come lui era segnato da una storia umiliata e sofferente, sia sorto proprio dal desiderio di trovare, insieme a questo popolo che ha saputo capirlo, amarlo e rispettarlo, il rovescio di questa comune storia di sofferenza.

È per questo motivo che la  storia di Gigi Riva è molto più di una brillante carriera calcistica. ed è per questo motivo che la sua storia porta il sapore originalissimo di quegli avvenenti che sanno smentire i tradizionali (e a volte banali) sillogismi così come la filosofia aristotelica ce li ha insegnati: “Il giovane calciatore varesino è più che promettente; e siccome si muove nella geografia dei grandi club calcistici del nord Italia , ergo: una di quelle squadre sarà la sua naturale culla di glorie!”.

Mentre invece... niente di tutto ciò, anzi il contrario! Il rovescio. Un rovescio inizialmente offerto dal caso (non fu lui a decidere di approdare nell'Isola, anzi...!), ma poi: un rovescio fatto proprio da una serie di decisioni personali e umanamente vincenti.

Ma torinamo a un po' di cronaca. Nel '63 viene acquistato dal Cagliari e ivi approda, con la forte (ma non profetica) percezione di non rimanerci troppo a lungo su quel lido così lontano dall'Italia, con un prato da gioco evanescente, più simile al poco distante deserto sahariano, che a un tappeto calcistico dovutamente amministrato.

Forse, a pensarci adesso, sono proprio questi umili esordi che, per la paradossale legge del contrasto, daranno più enfasi ai trionfi ottenuti in seguito e all'attaccamento affettivo ed effettivo verso la squadra e le genti sarde. Perché non v'è gloria più sentita che quella costruita dal basso, dall'umile (e umiliato) substrato, contro venti e maree, senza che nessuno ti regali niente. E nel Cagliari di quei tempi, di umile c'era proprio tutto: la condizione della squadra, il Popolo che le faceva da cornice, il già menzionato campo da gioco, il carattere di quel giovane lombardo appena sbarcato. E i legami più veri e duraturi, solitamente, portano il marchio di quell'umiltà che nasce dalla dignità e produce dignità.

Conosciamo tutti gli sviluppi di quel sodalizio che ebbe come apice agonistico lo scudetto del '70, ma che in termini umani ha superato di gran lunga le glorie calcistiche.

Così, in quegli anni, si scrissero forse i tratti più salienti della storia di una squadra che seppe ascendere le vette calcistiche grazie ad un felice amalgama che faceva perno senz'altro nella genialità di Riva, ma anche nella saggezza degli allenatori (si pensi a un Manlio Scopigno) e nell'affiatamento e professionalità degli altri giocatori, malgrado arbitri disonesti, spesso senza troppo nascondere, durante le partite favorissero le grandi squadre del nord. Ma il Cagliari era diventato una "grande squadra". E l'evidenza, si sa, non è un opinione, e  non la si può nascondere. Non è un caso che in quegli stessi anni l'organico della Nazionale azzurra integrasse diversi giocatori Rossoblu.

Ma torniamo a Gigi Riva. Ci sono aspetti nella personalità di quest'uomo che per la loro peculiarità fanno da controluce allo scandaloso mercanteggio dell'odierno calcio. Mi riferisco a quegli storici rifiuti opposti alle insistenti e insinuose proposte dalle grosse società calcistiche di allora. Molti ricorderanno l'umiliante paradosso a cui sottostette l'Inter, che offrì (senza esito) cifre esorbitanti pur di acquistare quel giocatore che qualche anno prima essa stessa aveva scartato in un provino (Riva giocava ancora nel Leggiuno).

Che effetto farebbero, oggi, nel mondo del calcio, quei “signorili rifiuti” da parte di un giocatore, che potendo toccare tutti i cieli con un dito, scarta la possibilità di tracciare la propria carriera nelle più quotate Associazioni calcistiche italiane ed europee dell'epoca?

Sappiamo bene che la decisione di rimanere “nel Cagliari e a Cagliari”, va ben oltre il fatto sportivo e la fedeltà alla squadra, ma soprattutto a un popolo che lo ama in maniera così congeniale al suo carattere, s'inquadra in una fedeltà dalla semantica quasi sponsale: “nella buona e nella cattiva sorte”. La squadra del capoluogo sardo ha attraversato infatti vicissitudini diverse: fase ascendente, scudetto, fase di alti-bassi e fase discendente. Soprattutto in fase calante, chissà, un giocatore del suo calibro avrebbe potuto benissimo maturare l'idea di congedare i Quattromori. Non sarebbe stato difficlile imbastire una più che sacrosanta motivazione: “Carissimi: vi ho dato anni della mia carriera, della mia bravura. Non eravate nessuno: vi ho portato alle stelle. Ora lasciatemi seguire i miei sogni sotto altri riflettori. Ne ho pur diritto, non vi pare?”.

Sono quasi sicuro che se così fosse andata, il popolo sardo avrebbe rispettato con riconoscente nobiltà le decisioni di questo figlio adottivo. Chi avrebbe potuto sindacare simile argomentazione, in cui il nobile altruismo cede passo a lecite esigenze personali? Insomma: un “arrivederci e... non ringraziatemi: è stato bello anche per me...!”

Invece no. Quelle frasi non ci sono mai state e la decisione fu altra.

Tutto ciò, reitero, porta sapore di una scelta che non si limitò alla sola gloria - quella gloria che viene e che va! - ma che mise sulla bilancia altri aspetti, altre esperienze fatte “fuori campo”. Quali? Non so: penso forse all'ospitalità sincera, umile, dal tono familiare e un po' ingenua che spesso manifestiamo noi Sardi verso i forestieri. Quell'ospitalità generosa che sa dare molto, troppo o tutto di se': nell'abbondanza e nella restrizione. Quella stessa ospitalità che a volte si fida troppo e, a volte, rischia di essere fraintesa, abusata e manipolata da ospiti col sorriso di gomma e dal cuore ingordo, come c'insegnano alcuni episodi della nostra storia.

Nel caso di Gigi Riva quell'ospitalità trovò terreno buono: collimò con un “cuore nobile alla ricerca di sentimenti nobili”, come, per esempio, l'affetto di una famiglia. La famiglia frustrata dalla prematura moorte dei genitori. E malgrado l'affetto di una sorella che gli fece da madre, nel profondo del suo animo, quel bisogno di famiglia era ancora un vuoto da colmare. E quel vuoto - chi l'avrebbe mai detto? - si stava in parte colmando perché - o che cosa strana! - un... popolo lo stava... adottando: “Si creò dentro di me un punto d'appoggio importante; c'era il pescatore che […] ti portava a casa sua, ti faceva mangiare con i suoi figli, ti trattava come un parente. E lì pian pianino mi sono accorto che mi stavo appoggiando ad una Regione, ad una città che mi stava dando una seconda famiglia”.

E di famiglia - come già rimarcato - quel giovanotto prematuramente orfano e lontano dai luoghi e dagli affetti natii, ne sente forte bisogno; come tutte le persone dai sentimenti sani, del resto.

C'è forse un altro aspetto che ha fatto buon gioco a questo spontaneo connubio: la custodia della riservatezza. Un Popolo riservato che tutto sommato seppe rispettare e... custodire la riservatezza e privatezza di un uomo al quale volle e vuole bene. Un Popolo che seppe rispettare e custodire la riservatezza di un uomo che dà molto rilievo a quest'aspetto.

Una simbiosi creatasi spontaneamente tra un ragazzo riservato (e forse un po' introverso) ed un Popolo riservato (e forse un po' introverso). Una simbiosi che forse ha fatto scoprire a questo giovane del lontano nord, un affetto lietamente "strano" (nel senso di: diverso, altro) verso una terra e una Gente dignitosamente... strana (nel senso di: diversa, altra). Sì, strana, cioè diversa, come lo è un artista fertile di geniali novità, come lo è (per fortuna) ogni persona, come lo è ogni entità dalla forte identità-personalità propria. Quella diversità che noi Sardi (per il susseguirsi di pilotate e artificiali pressioni ideologiche e politiche che ci fanno essere ciò che, in realtà, non siamo) autopercepiamo in maniera confusa e tossica, passando dallo sterile euforismo circa una sardità per niente fondante, allo scimmiottamento dell'alterità al peggior stile "copia-incolla". È con quest'atteggiamento schizofrenico che molti Sardi hanno vissuto l'euforia dello Scudetto.

Chissà! Che forse quel giovanotto scelse di farsi adottare da questa "strana Isola", proprio perché seppe cogliere più di noi (con quell'obbiettività che a volte favorisce chi osserva "dal di fuori") quelle sottili linee di identità che innobiliscono la personalità del nostro Popolo, ma da noi percepite - per quel perverso e  non casuale gioco di specchi cui sopra - come "marchio di inferiorità"? 

Mi rendo conto che fin'ora ho evocato l'epopea di Riva in modo forse troppo scevro da punti grigi. Senz'altro ce ne sono stati. Una storia non è mai del tutto rosea.

Anche allora per esempio esistevano aspetti soggetti alla polemica. Penso ai conflitti di opinioni scaturiti alla vigilia della costruzione del nuovo stadio, in una Cagliari che aveva urgenza di certi servizi primari (come un nuovo ospedale, a detta di molti). Penso alle polemiche sulll'appoggio economico offerto dalla Regione alla squadra Rossoblu. Penso alla stessa retribuzione del Nostro, ingente se proporzionata ai tempi.  Penso allo zampino dei vari Moratti, Rovelli, nefasti Feudatari della Sardegna di quei tempi. Fomentando l'euforia sportiva, i loro velenosi affari (velenosi in tutti i sensi) fruiti dai mostri chimici collocati nell'Isola (costruiti coi soldi dei Sardi), si sarebbero ingraziati  un po' più di bonomia popolare. Anche per la fiammante Nazione (con tanto di "dogana razziale") adiacente alla Sardegna, ribattezzata "Costa Smeralda" (il suo vero nome è "Monti di Mola"), lo Scudetto avrebbe significato una prestigiosa reclame. Penso ai problemi personali che, immagino, può aver avuto Riva nella vita personale.

Ma al di là di tutto ciò, il rapporto tra quest'uomo timido e l'Isola ha saputo collocarsi molto oltre i confini contrattuali, divenendo così una storia fatta di di calore umano e non di compravendita mascherata da sorrisi di gomma.

Ed è proprio quest'ultimo aspetto che la rende: bella, nobile e ancor oggi non appassente.

                                                                                                     Ignazio Cuncu Piano

giovedì 25 aprile 2013

SARDEGNA: LA NAZIONE DALLE INNOVAZIONI NEGATE ?


Se in quest'articoletto volessi convincere ad usare l'aggettivo “rosso” per indicare il colore verde, o che “onesto” significa “corrotto”, o che le Alpi siano una vasta pianura; o a dimostrare scientificamente che i telefoni hanno sentimenti, molto probabilmente a chi legge verrebbe da sorridere, o quanto meno da sospettare che il mio cervello cominci a far cilecca!

Eppure bisogna ammettere che in molti aspetti fondanti della vita, noi pensiamo con la stessa distorta metrica cui sopra gli esempi, semplicemente perché alcuni addetti ai lavori, nel passato e nel presente, hanno avuto la disonesta abilità di adulterarci la realtà dei fatti attraverso un perverso gioco di specchi.

Il colmo del paradosso in questa “truffa del reale” si dà quando, assuefatti ormai al “falso storico accettato come autentico”, sorridiamo (a mo' di presa in giro) o mugugniamo sospettosi davanti a chi, con onesta lucidità intellettuale, vuol restituircene l'interpretazione adeguata.

La realtà di fondo che tutti dovremmo tener presente, sempre, è che la vita risulta molto meno inquadrabile (va molto più in là) di quanto alcuni abbiano voluto e vogliano farci credere! Lo stesso dicasi della storia trascorsa, spesso narrata in dissonanza circa la misurazione oggettiva dei fatti.

Se trasportiamo il discorso sulla realtà sarda, potremmo soffermarci su miriadi di falsi luoghi comuni (incentivati dall'opportunista di turno) che hanno trovato buona accoglienza nel nostro mal nutrito bagaglio storico e nella nostra sbiadita e manipolabile auto-percezione.

Pensiamo al più infame, falso e dannoso assioma a noi ben noto: “niente di nuovo [cioè: di buono] è mai sorto dall'Isola”, quasi fosse stregata da arcani e arcaici immobilismi cosmici! Mentre: “tutta la novità è arrivata da al di là del mare”. Se ci si pensa bene, si tratta di un'asserzione a dir poco ridicola; eppure ha fatto e fa breccia... !

Complice di tale leggenda nera è stata, fino a qualche decada fa, una certa classe - pseudo? - intellettuale nostrana, la quale, consapevole o meno (non sta a me giudicare), ha dato cattedra, insegnando, o forse più banalmente, ripetendo pregiudizi storici e antropologici scarsamente documentati.

Oggi per fortuna le cose stanno cambiando: storici ed archeologi riportano sempre più alla luce del vero le innovazioni sorte (e a volte esportate) in seno alle civiltà autoctone e alla vita propria della Nazione sarda.

Dal mare son certo arrivate cose buone, ma anche guai. Che dire se si pensa che i saccheggi di ingenti risorse sono stati (e sono) opera dei Civilizzatori (!) di turno? Chi direbbe che il banditismo fu incoraggiato da inique decisioni oltremare, che alterarono l'ecosistema economico/sociale isolano, basato su tutt'altre (e più sane) regole di convivenza? Che pensare sull'ambiguo “Piano di Rinascita” del secondo dopoguerra, il quale, anziché favorire un tessuto di piccole industrie sintonizzate colla vocazione artigianale, agricola, pastorale, turistica, ha innalzato mostri chimici, devastanti (in tutti i sensi) e precocemente fallimentari? E le basi militari? Enormi teatri di misteriosi addestramenti a favore dell'industria delle guerre destinate a Paesi poveri (gli unici destinatari dei contemporanei conflitti bellici). E così di seguito.

Mi piace però ripetere che le cose stanno progressivamente cambiando, in parte grazie al già citato processo di sana revisione della storia remota e recente (cf. Omar Onnis, "Tutto quello che sai sulla Sardegna è falso", Arkadia, 2013), in parte grazie a tante persone di buona volontà che “coi fatti” stanno dimostrando a se stesse e agli altri che tante stupide e false etichette non valgono le radici ricche e profonde di un popolo dignitoso e creativo.

Certo, da qui a che cambi la mentalità ce ne vorrà ancora un po'. Perché la mentalità, lo sappiamo, non è qualcosa che muta col solo dato scientifico/razionale. Sedimenta nell'ambito delle emozioni e quindi scatta in automatico, con ampio stacco sulla ragione, davanti alle sollecitazioni che rispondono a distorte ma assimilate rappresentazioni del reale. Con pazienza e costanza ci sarà da ricostruire (molti, reitero, già l'hanno fatto o sono a buon punto dell'opera) emozioni nuove basate su una "percezione reale del nostro passato-presente", costituito, niente più e niente meno , da cose buone e meno buone. Come succede a tutti i popoli, del resto.

Ma torniamo all'oggetto della la presente riflessione: le innovazioni. Non tanto quelle del passato (che ce ne sono state tante) , ma del presente storico.

Cosa può significare avere capacità innovative? Non chiudersi alla novità, ma discernerla; prendere spunto anche – perché no? - da quelle ideate fuori casa per poi metabolizzarle, adattarle al nostro (niente nasce da niente) o, prendere come buona una novità nata in casa e integrarvi aspetti già messi in atto in altri luoghi. Quest'arte eclettica vien bene solo quando si ha sana e profonda stima dell'identità culturale propria; altrimenti si rischia il  "copia-incolla" , si fanno danni e nient'altro.

È cosa sana infatti, che i benefici di un'innovazione, per essere tali, mai debbano alterare l'humus culturale specifico, bensì fomentarne la crescita. L'immolare sull'altare “dell'innovazione fine a se stessa” - quand'anche apportasse un qualche iniziale (momentaneo) beneficio economico - la dimensione identitaria, sfocerebbe inevitabilmente in una gravissima deriva globale; quindi, alla fin fine, anche economica. Al riguardo, Il già citato piano di rinascita può essere un monito tristemente calzante.

Esistono azioni innovatrici, in Sardegna, oggi?  : nell'ambito della politica, dell'economia, del lavoro, della cultura, dell'arte. Ma allora, perché non si riesce a vederle, a toccarle, ad assaporarne i frutti? Be', chiariamo innanzitutto che chi vive con mente e cuore ben disposti verso una sana auto-percezione etnica, chi vuol cercare e rischiare in prima persona su nuove strade...: le vede, le tocca, le apprezza, le sperimenta, le fomenta e in molti casi ne gode i frutti (penso al progetto “Sardex”, all'impatto positivo sulle imprese isolane, offrendo percorsi di interscambio monetario e di beni, in termini molto più umanamente sostenibili a confronto degli oppressivi circuiti bancari). Insomma: chi cerca... trova!

Si è già in tanti, per fortuna, ad aver trovato e... toccato. Ma c'è ancora molta strada da fare. È ancora tenace la poca autostima che ribassa il valore delle autoctone iniziative, annichilendole dall'umiliante e irragionevole paradosso dell'ipermetropia, che spesso ci fa mettere a fuoco solo le cose lontane. Dovremmo decisamente far indossare occhiali da lettura alla nostra visione della realtà, per renderci conto di come tante novità che nascono nell'ambito vitale nostrano, portino in se' un efficace valenza innovativa.

Eh sì, bisogna proprio ammetterlo: si mal tollera l'iniziativa nata in casa. Arriva poi il primo illuminato d'oltremare a proporre - perché no? - in buona fede, più o meno le stesse cose... e noi lì, a sgranare gli occhi sulla risolutiva novità portata dalle onde : "Ma la' ca seus...!"

Nella politica questo modo di fare è palese. Si pensi ai fatti di storia recente. Nel suffragio del febbraio 2013, sia in Italia che in Sardegna, una significativa parte dell'elettorato ha puntato su proposte alternative, verosimilmente più trasparenti e dal volto giovane. Un chiaro rigetto della politica stantia e inconcludente. Una scelta che rispetto e condivido.

Ma se penso che in Sardegna, una politica dal volto ugualmente giovane sta portando avanti proposte innovative, concrete, intelligenti, argomentate e trasparenti (osservate con attenzione da partiti italiani e di altre Nazioni) da circa una decada, quindi prima che certe idee (in alcuni aspetti) simili arrivassero dall'Italia per ricevere (dai Sardi) tanto plauso e consenso: riconosco che un po' di rabbia sui tempismi perduti... mi assale !!

A scanso di equivoci, è bene chiarire che la responsabilità non è di coloro che, con onesta intenzione ci porgono le loro proposte oltremare. Ripeto: tutto ciò che è buono ed efficacemente adattabile, venga da qui o da lì, sia bene accetto. Il problema siamo noi e i citati pregiudizi che ci precludono ai vantaggi immediati e più plasmanti che la valorizzazione dell'innovazione locale ci offrirebbe.

Morale della favola: dobbiamo sganciarci una volta per tutte da questa terribile distorsione mentale: terribile ingiustizia verso noi stessi. Sì, terribile; solo questo superlativo dà giusto peso al devastante paradosso di un popolo che reprime se stesso, che pensa di non essere ciò che è o di non poter essere ciò che può essere; un popolo che vive la favoletta del “Re nudo” ... al contrario !!

Certo: sarebbe più comodo continuare a credere di non saper innovar da noi stessi, ché il nostro comodo andazzo avrebbe ragion d'esistere! Però, purtroppo, tal capacità è a noi consona.

Ma! C'è un "ma" nella questione. La nostra storia parla di maggiore innovazione/ creatività, nei momenti in cui siamo stati liberi e sovrani, nei momenti in cui ci siamo autogovernati. Viceversa, la nostra stessa storia ci racconta pesantezza "nel crescere" e spesso regressione, nei periodi di forti condizionamenti (dominazioni) imposti da entità politiche esterne.

Forse, bisognerebbe rifletterne i profondi perché, analizzare se qualcosa di simile non accada ancor oggi, ed assumerne tutte le derivanti... in prima persona.

                   Ignazio Cuncu Piano

domenica 14 aprile 2013

IL PARADISO DEI BACHI CHE VESTIRONO LA ZARINA

(Breve biografia di Francesca Sanna Sulis)

Non intendo narrare la Russia degli Zar, l'India dei Mahatma, la Cina Imperiale e nemmeno il Medio Oriente delle Mille e una Notte. Senz'altro queste grandi culle di civiltà lo meriterebbero, ma non adesso.

Desidero invece raccontare un'avventura molto più vicina e bella. Bella perché meravigliosamente normale e geniale al contempo. Un'avventura costruita da gente normale che sa rendere geniale e creativo il quotidiano. Si tratta di una lunga storia che ha come protagonisti donne sarde, uomini sardi e la Sardegna; una storia che fino a qualche anno fa, ahimè, non conoscevo. Una storia che va raccontata, perché apporta alla nostra memoria un tassello felice. E di tasselli felici la nostra storia ne ha talmente tanti, che se dovutamente disposti e incastonati assieme a quelli... meno felici, sarebbero, o meglio...  sono in grado di offrirci un quadro del nostro trascorso assai più equo rispetto ai racconti di certi catastrofisti cantastorie.

Mi appresto a raccontare, con poche ed imprefette pennellate, l'avventura di alcuni bachi da seta, i quali:

Scoprirono come il clima e l'ecosistema della Sardegna, fosse perfettamente rispondente alle loro vitali esigenze. E chi si trova a suo agio in un luogo, di solito ci fa casa, mette su famiglia e vi impianta bottega, soddisfatto e creativo. E fu proprio quello che i nostri laboriosi animaletti fecero in questo lembo paradisiaco del mondo: cominciarono di buona lena a tessere il prezioso filamento con quel tocco in più d'eleganza e precocità offerti dal vantaggioso contesto ambientale”.
La cosa sarebbe passata certo in sordina se non fosse caduta sotto l'attenta osservazione di una donna intelligente, intuitiva, audace, colta, imprenditrice, organizzatrice, sensibile ed efficacemente impegnata nella promozione umana: Francesca Sanna Sulis”.

Francesca Sanna Sulis* nasce a Muravera, nel 1716, in seno ad una famiglia benestante dedicata all'agricoltura, all'allevamento ed al commercio. All'età di 19 anni convola a nozze con Pietro Sanna Lecca, brillante giureconsulto cagliaritano.

I due coniugi fissano la loro dimora nel capoluogo isolano. Qui Francesca approfondisce la propria formazione culturale, con un taglio, oltre che umanistico, sociale ed imprenditoriale. Si tratta di uno studio non fine a se stesso, ma proteso a fini di alto volo, squisitamente nobili.

L'attenzione sociale della Sanna Sulis infatti è rivolta alle giovani generazioni delle classi più povere, con particolare attenzione alla condizione delle ragazze. Queste ultime sono doppiamente disagiate per l'impossibilità di crearsi un'indipendenza economica (la dote matrimoniale, per esempio) che possa veicolare il loro futuro, qualora la famiglia non ne abbia le possibilità.

La Nostra comincia a prender coscienza che la propria indole sensibile, di fronte a tale miserevole scenario, non può limitarsi alla sterile commiserazione. Altri aspetti della sua stessa personalità devono esser chiamati in ballo: la capacità decisionale, la tenacia, la voglia di fare. Insomma: è troppo intelligente (da “inter lègere”: saper vedere/agire in profondità) per non capire che può e deve fare qualcosa, ché la posta in gioco è niente meno che la dignità di un Popolo: il suo Popolo.

La storia dell'umanità è densa di lieti paradossi che raccontano come cuori sensibili e generosi abbiano trasformato le più agghiaccianti situazioni umane in vere e proprie avventure di misericordia (misericordia: entrare in feconda empatia con chi ha bisogno, per produrre speranza dalla disperazione, vita dalla morte). Si tratta di uomini e donne che il più delle volte operano nell'anonimato questi “miracoli del cuore”. Peccato che i mass media, così indaffarati nel terrorizzare (per conto di chi ?! ) con continui bollettini di guerra (certo, i problemi esistono...), non sappiano – non vogliano? - trasmetterci le tante buone gesta che, alla fin fine, sono quelle che apportano linfa vitale al mondo.

Ma riportiamoci al '700 sardo. Pare che Francesca, nella tenuta di famiglia, sia sempre stata attratta dalla buona resa di alcuni gelsi, favorita dal clima e dalle caratteristiche del terreno. Saranno proprio questi alberi ed i loro preziosi degustatori, i bachi, a suggerire alla nostra protagonista l'inizio di un'avventura decisamente grande.

Decide così di incrementare un'ampia coltivazione di gelsi (nelle campagne tra Muravera e Quartucciu) e ad intraprendere, con molta audacia, l'arte della bachicoltura, filatura e tessitura. Questo tipo di attività imprenditoriale diventerà la risposta concreta al suo intimo anelo: creare un ambito di lavoro dignitoso alle ragazze e ragazzi appartenenti al popolo affamato e oppresso. Un sogno che diventa realtà. Nel giro di alcuni anni, nelle le colture di gelso e nei laboratori (allestiti coi più moderni telai dell'epoca) per la lavorazione del prodotto, trovano lavoro centinaia di giovani, per lo più donne.

Ma donna Francesca non è ancora soddisfatta. Le sue ragazze, i suoi ragazzi, meritano molto più che solo lavoro, meritano: “formazione culturale e professionale”. Quest'intuizione, oggi del tutto acquisita, per quei tempi e nella realtà di una Sardegna che persiste ancorata nel feudalesimo, racchiude una valenza quasi (o senza quasi) rivoluzionaria.

Nascono così per sua iniziativa vere e proprie Scuole Professionali, fornite di docenti tra i più competenti nel settore. Non vi si insegna solo l'arte del baco e della seta, ma anche a leggere, scrivere, studiare, “attraverso veri e mirati piani scolastici di formazione di base” (Lucio Spiga), in modo che, quelle giovani e quei giovani che si scoprano portati, possano valorizzare appieno le proprie capacità intellettuali. Alla fine del corso di formazione, ogni ragazza riceve in dono un telaio nuovo di zecca: simbolo dell'autonomia umana ed economica che un'autentica formazione deve fomentare .

Le suddette scuole, per la loro concezione articolatamente moderna, non hanno antecedenti in Europa. Il Regno d'Italia, per esempio, vedrà sorgere i suoi primi istituti professionali, dal 1859 in poi. 

E a proposito di incremento professionale, mi si permetta una parentesi storica e volutamente polemica: sarei curioso di sapere - per esempio - quanti operai sardi della Saras (sì, quella che avvelena gli abitanti di Sarroch e non solo), dalla fondazione (1965?) ad oggi, siano arrivati al top della formazione professionale e manageriale in campo petrolifero. Non ho la risposta, ma temo di rimanere deluso! Altra curiosità: quanti utili offre alla collettività sarda, la Saras (ed altre realtà industriali simili) in proporzione all'altissimo scotto ecologico (ed economico) che si sta pagando? Questa risposta sì la so... la sappiamo tutti: minimi, irrisori : è (molto) più la spesa che l'impresa !

Simile devastazione ecologica ed economica (ovvero: calpestio dei diritti umani) non si giustificherebbe nemmeno se si ribassasse il combustibile a tutti i residenti isolani (cosa che, stiamone certi, mai avverrà). Se poi c'aggiungiamo il Progetto Eleonora”, (non è la prima volta che nella storia sarda il nome di Eleonora è manipolato a danno di... Eleonora) - per fortuna massicciamente contrastato da mobilitazioni di cittadine e cittadini vocati al bene della propria Patria - eccoci che pioverebbe sul bagnato, e si arriverebbe (speriamo di no) all'ennesimo caso di sfruttamento selvaggio legalmente riconosciuto!

Insomma, non c'è che dire: i signori dirigenti della Saras (et altri!) avrebbero urgente bisogno di un intensivo corso su “etica imprenditoriale” dettato dalla settecentesca donna Francesca Sanna Sulis!

Chiudo la parentesi e torno al Diciottesimo... ché forse è meglio (non sempre il passato – per certi aspetti - è sinonimo di maggiore arretratezza rispetto al presente!).

Le già citate scuole professionali tendevano ad innalzare la qualità delle persone prima di tutto, ma anche quella del prodotto elaborato. Si trattò di un'altra idea all'avanguardia per l'epoca: la qualità rende competitivi nel commercio internazionale. La qualità onestamente pubblicizzata... premia. E la qualità premiò abbondantemente gli sforzi di donna Francesca e dei suoi amati giovani.

Fu proprio per qualità superiore, che la seta sarda venne massivamente richiesta in più parti d'Europa. Inoltre, i precoci tepori primaverili isolani anticipavano la “schiusa dei semi” di circa un mese rispetto agli altri luoghi, con gli intuibili vantaggi commerciali che ne derivavano.
Le cronache narrano addirittura di sei golette noleggiate dalla Sanna Sulis per traghettare verso i porti europei la la seta e gli abiti confezionati dai suoi laboratori.

La fama dei bachi nostrani si protende fino all'aristocrazia femminile di Casa Savoia, che richiede di essere fornita e... vestita da donna Francesca, che nel frattempo è diventata anche una prestigiosa e creativa stilista: “Per parecchi anni le sue collezioni furono proposte al pubblico milanese a palazzo Giulini” (Maria Paola Masala) .

Anche la zarina Caterina di Russia (+1796) viene a conoscenza dell'alta moda inaugurata in Sardegna, e non dubita un istante nel scegliere di “coprirsi” con cotanta morbida eleganza.

L'attività lungimirante della Sanna Sulis ( insieme a quella di altre donne che citerò più sotto), arreca un grande beneficio in tutta la società sarda, permettendo la rivitalizzazione del tessuto economico che ruota intorno agli imprendimenti da lei sostenuti: “Avviò [anche] tentativi di sviluppo dell'agricoltura […]. Queste iniziative, che intanto si estesero in varie località sarde, ebbero il merito di far diminuire il numero dei disoccupati e di evitare l'importazione dei manufatti, che a quei tempi venivano pagati a prezzi altissimi.[…] Favorì l'esportazione di [...] prodotti che portarono alla Sardegna capitali notevoli” (Lucio Spiga).

La lunga e felice avventura terrena di questa splendida donna termina in bellezza nel 1810. Si può morire in bellezza? Direi di sì. La morte può essere addirittura l'ultima opportunità per amare, l'ultimo gesto di carità (su questa terra), il tocco finale di una vita trascorsa all'insegna della... vita. Cediamo parola ad un estratto del testamento: “ In primo luogo ordino e comando che [mi] si dia sepoltura [...] nel modo più semplice e senza pompa magna alcuna […]. I beni, terre e tanche è mia espressa volontà si divida tra quei poveri [...] i più necessitati preferendo quelli di migliore estrazione e di buoni costumi”. L'amore niente trattiene e dà tutto di se'.

Pare proprio che questa “pioniera dell'imprenditoria femminile e della formazione professionale” (Masala), abbia disposto di ingenti ricchezze! Ma quando la ricchezza materiale diventa espansione d'amore, quando chi possiede tanto si fa di quel “tanto” saggio amministratore come se niente fosse suo, e tutto usa come strumento funzionale ad allargare gli orizzonti di vita di chi dalla vita ha avuto poco o niente... allora il mondo acquista colori variopinti.

Donna Francesca Sanna Sulis è stata una donna che ha saputo dar colore al mondo, ai cuori. Di questi artisti ha bisogno l'umanità!

Per avere un quadro più completo dell'imprenditoria femminile sarda dell'epoca, mi permetto di aggiungere quanto: “Anche sua sorella [della Sanna Sulis] Lucia intraprese questa professione, ma in un'altra zona della Sardegna, quella di Sassari. In quegli stessi anni altre donne si dedicarono alla bachicoltura; erano figlie del marchese Giovanni Manca di Villahermosa: Maria Caterina, Anna, Giuseppina, Maria Teresa, Antonietta e Bona. Soprattutto la marchesina Anna era molto intraprendente; soggiornava spesso fuori Sardegna per approfondire tecniche imprenditrici” (Donne e storia, ed. Kita, 2011, pag.124).

La vicenda di Francesca e di queste altre donne decisamente emancipate per i loro tempi (e anche per i nostri), richiama ad una costante nella storia sarda, attraversata da un'intensa “scia rosa” che ha lasciato tracce felici nella nostra memoria. Le giudicesse Elena di Gallura, Benedetta di Calari (tra le prime regnanti donne in Europa), Eleonora d'Arborea, Francesca Sanna Sulis e le altre imprenditrici qui citate, Gabriella Sagheddu, Grazia Deledda, Paola Satta, Adelasia Cocco Floris, Antonia Mesina, Maria Lai, Maria Giovanna Dore (e tante eroine dell'anonimato) : donne che hanno saputo esprimere, ciascuna nel proprio contesto, d'accordo alla propria indole e ai propri valori di riferimento, una granitica coerenza nel portare a termine quella missione da loro intesa come tale.

"Nelle campagne di Muravera, Quartucciu, Laconi e Sassari" (ivi, pag. 128), si possono contemplare ancor oggi numerosi alberi di gelso che ci rimandano, composti, silenti e un po' malinconici, ad una meravigliosa storia di donne e di uomini, che purtroppo non è più. Una storia che c'interpella con quella forza evocativa di ciò che, anche se già fu, potrebbe - perché no? - tornare a... essere.

Niente e nessuno regalò a questa donna ciò che ella riuscì a realizzare, la quale si trovò a dover "superare non poche difficoltà per ottenere quanto ai soli imprenditori maschi era allora concesso anche dai monti granatici, che finanziavano le imprese agricole" (Spiga, Francesca Sanna Sulis, Workdesign, 2004, pag.63). Tutto ciò che ottenne fu conquistato, palmo a palmo, dalla sua voglia di fare, di far bene e di far del bene, dalla voglia di innovare e di rischiare per sana autostima e amore alla sua amata Gente.

Non so se oggi le cose siano più facili o difficili di allora. Ogni epoca ha i suoi pro e contro. Ma di una cosa son certo: alla luce della tenacia di Francesca, qualsiasi obiezione del presente acquista il sapore di una deplorevole e smentita scusa per non fare, per non creare, per non rischiar di nostro; per rimanere riversi sul comodo pregiudizio “ch'è inutile tentare perché oggi, come sempre (?) ogni vento ci soffia contro con forza inrisalibile!”.

In effetti nell'Isola, soprattutto quando è  Maestrale, il vento soffia forte. Anche al tempo di Francesca Sanna Sulis quel vento soffiava forte. Lei riuscì a mettersi di spalle, a farsi spingere. Ma anche a navigar di bolina; e all'occorrenza, a usare muscoli propri e remi, per vogar con bonaccia.
                                                                                          
                                                                                                               Ignazio Cuncu Piano

* La maggior parte dei dati biografici, sono estratti dal libro: “Donne e Storia”, pagg. 123-129

lunedì 1 aprile 2013

"NUNC DIMITTIS SERVUM TUUM..."(papa Benedetto: il coraggio della profezia)

Il comprensibile entusiasmo che ruota intorno alla figura dell'attuale Pontefice, sta mettendo un po' in ombra (senza cattiva volontà di nessuno) la portata massima del gesto di papa Benedetto. Non sia quindi di troppo ricordare che tra i due pontificati esiste una “strettissima-consequenziale relazione”. Se oggi possiamo gioire attorno a Francesco, è grazie al gesto di Benedetto.

Qualcuno potrebbe con ragione obiettare che fino a poco più di un mese fa, l'attenzione era tutta rivolta su Benedetto. È infatti vero. Com'è anche vero che tranne qualche voce fuori coro e fuori tono, l'opinione pubblica ha saputo cogliere la profondità ed il coraggio del gesto, accompagnandolo con squisito rispetto. Anche i media hanno dimostrato professionalità e toni caldi. Penso, per esempio, con quale delicatezza un'emittente di matrice laica seppe commentare il “volo di commiato” che portò papa Ratzinger verso Castelgandolfo, il 28 Febbraio scorso.

L'abdicazione del Papa è stata per molti una novità, un fatto inaspettato. Non eravamo abituati ad un gesto che pur essendo previsto dal Codice di Diritto Canonico (Can. 332, comma 2), ha colto di sorpresa la stessa Curia romana. Tant'è così che in tempo record un team di canonisti ha dovuto coniare nomenclature e modalità nuove del tipo: come denominare il vescovo di Roma emerito, che tipo di abbigliamento, eccetera.

Di per se', come già espresso, l'abdicazione non è una prassi del tutto estranea al papato. Nella storia della Chiesa si enumerano alcuni precedenti (6 casi, se non vado errato).

In tempi più recenti, seppure non portata a termine, pare sia stata contemplata da tre papi: Pio XII, Paolo VI e Giovanni Paolo II.

Quando in piena tempesta nazista si fece imminente il pericolo di un possibile rapimento del pontefice da parte di Hitler, si commenta che Pio XII (+ 1958) avesse lasciato per iscritto un'abdicazione da mettersi in atto qualora il fatto si fosse consumato, in modo che il dittatore tedesco non potesse tener imprigionato il successore di Pietro, ma solo l'uomo Eugenio Pacelli (questo il nome del papa). Una seconda possibilità di abdicazione, fu messa in bilancio nel suo ultimo periodo di vita, per motivi di salute.

Paolo VI (+ 1978) la ipotizzò, qualora gli anni e gli acciacchi gli avessero impedito di svolgere adeguatamente il ministero petrino. Sembra addirittura che avesse richiesto ad un fedele collaboratore di avvisarlo circa la comparsa di eventuali defezioni senili.

Anche Giovanni Paolo II (+ 2005) , all'aggravarsi del morbo di Parkinson, soppesò seriamente l'idea di abdicare. Sappiamo poi com'è andata.

Di papa Benedetto conosciamo i motivi dalle sue stesse parole rivolte a tutti. In piena lucidità, ci ha detto sic et sempliciter che alla sua età e coi suoi acciacchi, le forze per sostenere il ministero – soprattutto in un momento così delicato per la Chiesa e per l'umanità tutta - sono venute meno.

I complottisti di turno e coloro che non amano il diamantino, hanno voluto andare oltre queste parole, considerate una pietosa scusa per celare l'impotenza di un timido anziano di fronte a concrezioni di palazzo ormai ampiamente autonome nei loro meccanismi di potere. Non escludo l'esistenza di certe tirantezze poco evangeliche nei piani alti vaticani (lo stesso Benedetto, in più di una circostanza, ne ha fatto allusione), ma ciò niente toglie alla semplice verità delle parole del papa, il cui ministero rimarrebbe pur sempre un'impresa enormemente esigente anche in una Chiesa ove tutto filasse liscio.

Credo che invece l'attenzione vada posta sulla molteplice profondità del gesto, che ha da insegnare molto a... molti! Mi soffermo soltanto su tre aspetti: la naturalità, l'umanità e la... profezia.

La naturalità di un gesto, a mio parere, la si coglie nel connubio tra la ragione, l'obiettività dei fatti, gli aspetti della personalità e l'esperienza (passata e presente) di chi lo compie. Cosicché, la scelta di Joseph, nell'ambito della sua personalità, è stata del tutto naturale, alla stessa stregua di chi, al suo posto ma con altra personalità e differenti riferimenti esperienziali, avesse scelto di continuare il proprio percorso nel ministero petrino (come, verbigrazia, optò Giovanni Paolo II).

L'umanità del gesto – in parte inclusa nel precedente punto – è quella che ne esprime appieno la grandezza. La scelta di Benedetto è stata, ancor prima che ecclesiale-spirituale, un gesto umano. L'eccessiva e spesso ambigua sacralità che a volte conferiamo a un papa, è stata sanamente contenuta da un “uomo che si sa uomo”; senza dubbio servo utile e prezioso, ma al contempo - sempre perché uomo e non semidio - limitato e mai indispensabile.

C'è poi l'aspetto della fede, che non va per conto proprio ma s'innesta nelle istanze di cui sopra. Il papa stesso ci ha detto che si è trattato di una decisione pregata e pensata a lungo, presa in umiltà davanti a Dio e per il bene della Chiesa, nella consapevolezza che essa è di Gesù, il quale: “Non le farà mai mancare il Suo sostegno” (Udienza Generale, 27 Febbraio 2013).

Quest'ultima motivazione racchiude un'imponente valenza profetica.

Il profeta nell'ambiente biblico era inviato da Dio (cf. Is 6, 1ss; Ger 1,1ss; Am 1,1-2) per annunziare in Sua vece. Aiutava gli uomini a leggere, decifrare e vivere la propria esistenza e la propria storia alla luce del progetto di amore di Dio, al di sopra di ogni frivolo interesse personale. Suo fine era, in sostanza, annunciare e vivere la “verità di Dio”, anche al prezzo dell'incomprensione, dell'impopolarità, della persecuzione (cf. Ger 26,7-11). Quasi sempre infatti è inviato (al popolo d'Israele) in momenti di crisi per: consolare, dare speranza, orientare, richiamare, rimproverare, difendere gli oppressi (cf Am 8,1-6).

Anche oggi, ogni donna e uomo di fede, è chiamato a vivere da profeta, sapendo interpretare la realtà alla luce di Dio, focalizzando il proprio vivere nella testimonianza del Buon messaggio (Gesù) e nel bene incondizionato al prossimo (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, 904-907).

Sotto quest'ottica, il gesto di papa Benedetto è stato doppiamente profetico: nell'accettare e nell'abdicare. Fu profetico quando accettò l'eredità di Pietro nel conclave che volle eleggerlo. Impresa per niente semplice succedere al pontificato lungo, carismatico ed apoteotico di Giovanni Paolo II. Benedetto è stato il Cireneo che con discrezione, spalle forti di esperienza e saggezza, ha saputo so-portare (nel senso positivo di: portare sostenendo) un'eredità di troppi carati e far sbocciare cose nuove (è grande, seppure forse meno visibile, l'eredità che anche lui ci ha lasciati). E al momento opportuno ha saputo passare il testimone. Per dirla in soldoni: Benedetto è stato il gradino, la rampa di congiunzione, il traghettatore tra il pontificato di Giovanni Paolo II e quello di Francesco; mirabile servizio che solo il “servo umile” sa fare!

Ecco perché considero che l'accettazione del pontificato (da parte di Benedetto), insieme all'abdicazione, formino il tutt'uno di un gesto profetico. Quando la profezia è obbedienza a ciò che Dio (e non il capriccio umano) desidera realizzare, è vera profezia. Quando la profezia sa considerare compiuto il proprio mandato, è vera profezia. Quando per il bene di tutti l'istinto spirituale e razionale intuiscono che è arrivato il momento di lasciare che Dio faccia un altro passo, questa è vera profezia.

Non si tratta quindi di abbandonare la croce, ma di accettarla così come si presenta. Perché in sostanza, l'aspetto nucleare, nell'ortoprassi cristiana, non è la croce in se stessa, ma l'amore a Gesù, nel servizio (fatto del dono di se') per il bene della Chiesa e dell'umanità. È all'interno di tale servizio, inquadrato nella fedeltà a Dio e all'uomo, che la croce trova la sua collocazione. Fuori da quest'ottica fondante della fede teologale, anche il morir da papa potrebbe sfumare in una tentazione di vanagloria.

Ma queste sono semplicemente considerazioni personali e non racchiudono nessuna pretesa che vada oltre questo dato: considerazioni personali, appunto.

                                                                                                         Ignazio Cuncu Piano

domenica 24 marzo 2013

... QUI SIBI NOMEN IMPOSUIT: FRANCISCUM.

Gli eventi che toccano la morte (o l'abdicazione) di un Papa e l'elezione del suo successore, riescono a catalizzare l'attenzione di molti. Vuoi per fede, per curiosità o per motivi d'altro genere, buona parte dell'umanità rimane in attesa, il fiato sospeso, gli occhi puntati sul responso di un esile comignolo installato sul tetto del più piccolo Stato del mondo.

Infatti il momento più elettrizzante, come sappiamo, è quello del fumo chiaro confermato dallo scampanare a festa..., poi il repentino afflusso alla piazza..., poi l'emozione della Diocesi romana (il Papa presiede la Chiesa Cattolica dell'orbe proprio perché vescovo di Roma) e delle diocesi di tutto il mondo... poi la figura bianca, la novità del nome, i primi gesti..., poi la corsa a rovistare il vissuto del neo eletto, onde innestare rapida personalità a quel volto ancor troppo anonimo. Eppoi i pronostici conclamati dai bene informati di turno (!) .

Anche questa volta è andata così. Sono appena passati undici giorni dall'elezione del Vescovo Francesco. Undici giorni già ricchi di gesti, simboli (come il nome, scelto in riferimento al Poverello d'Assisi), parole. Anche i dati anagrafici hanno avuto una profonda portata simbolica: un papa non europeo dopo tanti anni (oltre san san Pietro e sant'Evaristo, entrambi palestinesi, ci sono stati pontefici siriani e africani), primo latinoamericano (l'America Latina è il continente con più alto numero di cattolici, ma anche tra i più colpiti da agghiaccianti paradossi sociali). Al riguardo furono significative le parole del cardinal José Saraiva Martins, poco prima del conclave: “Considero che i tempi siano maturi per un papa non europeo”.

Francesco ha 76 anni. Qualche improvvisato profeta (di sventura!) ha già vaticinato: “Troppo avanti negli anni, un polmone fiaccato: un papa di transizione!”. Una valutazione affrettata e priva - oltre che di buon senso - di quella fede che sa affidare alla saggia oculatezza dello Spirito Santo la “gestione” di certe cose.

Occhio infatti ai papi di transizione! Se pensiamo che il beato Giovanni XXIII - anche lui appellato “di transizione” (fu eletto a 77 anni, nel 1958; morì nel '63) - rivoluzionò felicemente la Chiesa con l'impetuoso vento del Concilio Vaticano II, possiamo a buon diritto affermare che non c'è per forza bisogno di 20 anni di papato per realizzare un apostolato fertile, incisivo e innovativo. Ergo: il tempo che il buon Dio concederà al suo apostolo Francesco, sarà quanto basta per realizzare ciò che Egli tiene a cuore per la Chiesa e l'umanità del nostro eone.

Realizzare cosa? Non lo so, ed è meglio così. La creatività del Signore è imprevedibile, capace di sconvolgere tutti gli umani pronostici. E la vita di fede, paradossalmente, si rivela liberante e costruttiva solo quando vissuta in obbedienza a tale “imprevedibilità creativa” dello Spirito Santo.

Ad ogni modo e senza smentire quanto sopra, qualcosina si può ipotizzare (sì, ipotizzare; ché i pronostici sono roba di Dio) coniugando l'indole della persona eletta con le necessità storico-contingenti della Chiesa e dell'umanità, alla luce del cammino verso il pieno compimento del Regno. Il Signore di solito non bypassa l'elemento umano, ma opera all'interno e attraverso le caratteristiche che lo conformano: formazione, mentalità della persona prescelta, entroterra vitale ed esperienziale...
La stessa avventura biblica e tutta la storia sacra fino ai nostri giorni è un continuo agire di Dio attraverso la mediazione umana. Lo sguardo della fede sa cogliere la bontà dei piani di Dio per noi, anche in mezzo agli strafalcioni delle vicende storiche, includendo i peccati e la corruzione di alcuni membri del suo Popolo santo (la Chiesa).

Cosa farà il vescovo Francesco? Ripeto: non lo so. Senz'altro la volontà di Dio, ovvero: cose sane e sante, quindi giuste, belle e buone. Cosa raccontano al riguardo i suoi dati personali? Ci parlano di un Consacrato, Religioso della Compagnia di Gesù, imbevuto di spiritualità ignaziana (i gesuiti furono storicamente vicini al popolo e positivamente influenti, quindi spesso osteggiati dai centri di potere), vicino alle persone a partire dagli ultimi. Una solida esperienza pastorale: fu un vescovo “camminante”, di quelli che “visitano sempre” e sanno “sentire il polso” della propria gente (caratteristica immancabile, a mio avviso, in un vescovo); un uomo frugale. Un uomo coi piedi sui... marciapiedi e sulla fanghiglia delle bidonvilles della sua città ma al contempo capace di... volteggiare con disinvoltura (è appassionato di tango!) e determinata diplomazia in mezzo alle complicanze del potere. Anche questo è un talento, e “va usato” per restituire al potere la sua unica ragion d'essere: “ il servizio” (omelia di Francesco, 19 Marzo 2013).

A mio parere, sono queste le qualità richieste a chi deve stare al timone (della Barca di Pietro), oggi.

Le parole e i gesti (del Papa) esternati in questi giorni pare che avallino quanto sopra. Sono, del resto, la continuazione del suo stile di sempre che ne pervade, nella semplice coerenza di vita, anche il pontificato : una Chiesa povera, con e per i poveri, la rappacificazione col creato ridotto a pattume e la sua custodia, la misericordia/tenerezza di Dio verso ognuna delle sue creature, verso ogni uomo a presindere dalle sue prerogative morali (cf. Udienza con i Giornalisti, 16 Marzo 2013; omelia, 19 Marzo, 2013); l'evangelizzazione (l'unica ragion d'essere della Chiesa), la pace; vicinanza alla gente, senza arzigogolati e mondani cerimoniali di sorta.

Insomma: l'entusiasmo destato da Francesco è di buon auspicio, ed è bello che sia così!

Bisogna però stare attenti a non emarginare nel nebuloso ed ambiguo ambito della magia o della semi-divinizzazione anche la figura di un papa - un po' come si fa ancora (troppo) coi politici - , scaricando solo sulla sua persona cose che implicano l'impegno di tutti. Sappiamo bene come certe comode mitizzazioni - da noi innalzate - tendano a delegare a personaggi emergenti e/o più o meno carismatici (nella politica e nella religione) il compito di risolvere “brillantemente et istantaneamente” problemi che necessitano un'elaborazione paziente, graduale, in cui tutti – ognuno facente la sua parte – dobbiamo sentirci coinvolti. Perché, se è pur vero che chi ricopre ruoli di potere può (e deve) far molto, è ancor più vero che la corresponsabilità, l'impegno di tutti, è a dir poco indispensabile affinché i processi verso una maggiore  umanizzazione della vita (in tutti gli ambiti) siano effettivi.

Il Papa è pur sempre una persona, e non potrà mai fare ciò che ogni cristiano è chiamato a fare: vivere la propria adesione a Cristo con responsabilità adulta e portare la gioia di Gesù risorto (e le trasformazioni che questa porta in se') lì dove la realtà lo ha posto. Il “Sacerdozio Comune dei Fedeli” così ben presente nella Chiesa primitiva e vigorosamente riproposto dal Concilio (cf. Lumen Gentium, 10) - e così semplicemente messa in atto quando, nel suo primo affacciarsi all'orbe, Francesco ha chiesto la benedizione dal popolo -  ci ricorda come tutti i battezzati siano Corpo Mistico (di Cristo) con lo stesso spessore di appartenenza e responsabilità, innestata nella vocazione specifica che ognuno ha ricevuto in dono (cf. Christifideles Laici, 55-56). Nessun cristiano infatti è più o meno Chiesa dell'altro, papa incluso; tutti condividiamo la stessa gioia e onere di essere Pietre vive, direttamente unite alla Pietra angolare: Gesù (cf. Ef 2,20-22).

Alcuni giornalisti, dopo la già citata udienza, comprensibilmente euforizzati dal momento, si sono lasciati andare ad eclatanti pronostici: “Questo Papa ci stupirà!”. Non vorrei che tale frase sia venata da quell'ansia di sensazionalismi di cui tanto ha bisogno la nostra piattezza spirituale.

Da parte mia, desidero di tutto cuore che il nostro fratello vescovo (di Roma) Francesco, “servo dei servi di Dio”, possa promuovere con gioioso vigore l'unica rivoluzione di cui ha bisogno la Chiesa: vivere il Vangelo, cioè Gesù : “Sine Glossa” (Francesco d'Assisi).

È questo il più prezioso regalo che le nostre sorelle e fratelli non cristiani hanno il diritto di ricevere da noi battezzati.
                                                                                       Ignazio Cuncu Piano.

martedì 5 marzo 2013

LA STRAGE DEGLI INNOCENTI

Vista la prossimità del Conclave, si è riaccesa la polemica attorno all' arcivescovo emerito di Los Angeles. A quanto pare, questo prelato a suo tempo insabbiò casi di pedofilia consumati da presbiteri della sua ex-diocesi.

Non è mia intenzione disquisire sul porporato in questione (ancor meno giudicare le intenzioni del suo agire), ma cogliere l'occasione della polemica accennata per cercare di ri-cordare (riportare al cuore e alla mente) e rifletere su aspetti connessi al dramma della pedofilia, e in senso più ampio, sulla salvaguardia della dignità dei minori: bambini , adolescenti e - perché no? - giovani appena maggiorenni ( non è la carta d'identità che ci fa adulti).

Parto da un dato in apparenza fuori contesto. L'agire della nostra comunità umana è marcato da paradossi devastanti. La filosofia della Rivoluzione Industriale ha progettato - riuscendovi - una società di “adulti bisognosi di... consumare più del dovuto, in modo compulsivo”. Come? Facendo sì che (qui il paradosso) tali adulti permangano in uno stato adolescenziale. I bambini e gli adolescenti (quelli veri, cronologici) in questo “circo del profitto senza fondo” sono relegati in un duplice sub-ruolo: da una parte anch'essi oggetto di consumo; per il resto (insieme agli anziani)... piuttosto emarginati.

Una società che emargina e stupra i minori, inquadrandoli in selvaggi preventivi di compravendita.

Per il resto: c'è poco spazio per i sentimenti dei minori, la cui innocenza è spesso violata dall'ingerenza di una cultura istupidita che vuol renderli anticipatamente... grandi (!) facendoli scimmiottare atteggiamenti che parrebbero (parrebbero!) adulti (vedi penose pantomime a sfondo sessuale o commerciale); atteggiamenti per i quali, bambini e adolescenti non sono attrezzati.

Tutto ciò è “abuso di minori”. Senz'altro molto più diluito, meno percettibile se paragonato all'efferatezza di un abuso sessuale personalizzato; ma sempre di abuso si tratta.

Torniamo agli scandali nella Chiesa cattolica. In questi ultimi dieci anni circa, si è assistito ad un'incalzante denuncia nei suoi confronti. Quale il bilancio di tale campagna? Positivo.

Positivo perché ci si è maggiormente sensibilizzati sull'aberrazione dell'azione pedofila, sull'enorme danno che si provoca nel minore. Positivo perché ci si è maggiormente allertati circa un'azione che in molti casi viene silenziata. Positiva perché, nel caso della Chiesa Cattolica, tutto ciò ha significato un profondo transito di “umiliazione/riflessione/purificazione” (nell'ambito della spiritualità, l'umiliazione possiede una valenza fortemente correttiva e rigenerativa).

A questo punto poco importa se chi ha scatenato quegli attacchi mediatici l'abbia fatto per vero amore ai minori o per astio verso le Istituzioni cattoliche. Se bambini e adolescenti se ne sono beneficati, e con loro tutta la collettività, il resto passa in second'ordine.

Peccato che le stesse penne giornalistiche non si stiano stracciando le vesti con la medesima veemenza, di fronte ai milioni di abusi che ogni anno vengono fatti - per esempio - in molte società musulmane , alle minori, perpetuando devastazioni fisiche e psicologiche nell'umanità femminile (e maschile di rimbalzo) che si protraggono da generazioni. Qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di una prassi strutturata da sempre in quell'ambito religioso-sociale, accettata quindi come normale (da chi: dai minori ?!); ma si dà il caso che sulla psicologia infantile, omologata negli stessi fragilissimi meccanismi in tutte le bambine e bambini del pianeta, non ci sia cultura adulta-violenta che regga. Qualcun altro potrebbe oltremodo obiettare che bisogna andarci cauti nel fare osservazioni di sorta al mondo musulmano per via di certa suscettibilità. Ma se è vero che la difesa dei minori - i più deboli insieme agli anziani - , prima su tutto e su tutti (e così dev'essere), il coraggio e il... rischio della chiarezza garbata, che non annulla il rispetto anzi lo rafforza e lo rende operativo, non può non essere corso. Perché in questi casi, a mio avviso, la parzialità equivale a non autenticità e, in fin dei conti: a non vero amore verso quella realtà umana (i minori in questo caso) che si pretende salvaguardare.

Più in là dell'esempio appena riportato, sappiamo bene che se ci si vuol prodigare sugli abusi ai minori in tutto il mondo, ci si inoltra in una fitta selva ancora largamente inesplorata: bambini e adolescenti dilaniati, traumatizzati, resi orfani o precoci soldatini dalle ancora troppe guerre in corso; bambini e adolescenti schiavizzati per lavoro, per commercio sessuale, per il commercio degli organi; bambini uccisi dalla fame, dalle malattie; bambini e adolescenti vittime di un'educazione permissiva e consumista che altera il significato della loro esistenza; bambini assassinati causa i milioni di aborti praticati, ...

In questa rosa “color rosso sangue”, chi per un motivo o chi per un altro, ci vediamo tutti implicati: Paesi ricchi, Paesi poveri, Oriente e Occidente, Sud et Ovest. Tutti abbiamo le mani un po' imbrattate di sangue innocente.

Ma torniamo ai panni sporchi di casa.

Davanti all'esecrabile gesto di un abuso sessuale, ferve il sentimento di una giustizia immediata che spesso ha colore di vendetta. Più che comprensibile. Sarebbe, molto probabilmente, anche la mia reazione di fronte ad un abuso su mio/a figlio/a, sorellina, nipotina, cuginetto, ...
A questo punto fare “distinguo” tra giustizia e vendetta non è uno scontato valore aggiunto, quasi che tutti ne avessimo assimilato una volta per tutte il netto margine.

Cos'è la vendetta? Qualcosa che non porta a niente. Detto in altri termini: non è azione pratica, operativa, risolutrice, anche se nell'immediato, nell'apparenza, lo parrebbe. Il suo strascico è nient'altro che un “crescendo di guai”. Anche la vittima, alla fin fine, ne ricava un addizionale trauma. La storia insegna.

Cos'è la giustizia? Dallo stesso termine si evince: fare la cosa giusta. L'antropologia cristiana, fondata sul messaggio di Gesù di Nazareth – sulla base del quale sono stati assemblati i diritti umani modernamente intesi – intende la giustizia come quell'insieme di azioni che hanno come fine le cose giuste, ovvero: le cose più utili per il bene, per la crescita dell'uomo (cioè: tutti gli uomini) a prescindere dal merito o meno( questa ortoprassi ha la sua genesi nella stessa azione di Gesù, che ha considerato giusto amarci e salvarci senza alcun merito nostro – cf. Rm 3,22-24). Non sarebbe giustizia rettamente intesa un'azione che danneggi alcuni per il presunto bene (o salvaguardia) di altri (ecco perché, per esempio, il sistema economico imperante non può essere considerato giusto). Una giustizia che si alimenti alla fonte dei diritti umani come sopra intesi, implica sempre una connotazione riabilitativa o, detto in termini più maccheronicamente penali, “risarcente-riabilitativa”.

Quanto sopra non vada minimamente confuso con la tendenza, oggi in voga in ambiti giudiziari, che vorrebbe trasformare i “lupi in agnelli”. L'attore di un delitto va inquadrato nella dinamica del danno oggettivo commesso, quindi nella conseguente e proporzionata azione penale non fine a se stessa, ma dicotomicamente propedeutica alla salvaguardia della società, al risarcimento (verso la comunità umana) e alla sanazione (o riabilitazione) del vittimario. E la vittima? La giustizia stessa (intesa come sopra) non sarebbe tale e soprattutto... efficace (verso la vittima) se non adoperasse ogni energia per migliorare il più possibile la “triplice realtà umana”, ovvero: aiuto concreto alla vittima(attraverso persone e centri abilitati di cui accennerò più sotto); riabilitazione dell'autore del delitto; sensibilizzazione della comunità tutta. Questo, a mio avviso, il più valido risarcimento per tutti e per ognuno.

Non sia di troppo a questo punto ribadire due aspetti base di ogni progetto umano : prevenzione, e laddove non si è potuto: sanazione.

Prevenire. È il centro di ogni educazione protesa in modo “rettamente naturale” ad iniziare ed accompagnare il bambino verso abiti sani che di rimando scalzino vizi e derivati vari.

Sanare. La nostra società ha bisogno di tanta sanazione. Se crediamo che ogni persona sia un patrimonio da salvaguardare, urgono gesti di sanità da parte di tutti.

Nel caso della pedofilia, anche la Chiesa cattolica si è sottoposta, volente o nolente, ad un processo di sanazione. Le massicce pressioni mediatiche sono state, come già espresso, provvidenziali. Il buon Dio sa servirsi anche di vicende umane spiacevoli, per guarire e purificare (cf. Sir 2,4-5).

Certo: la sanazione non è un dato automatico, ma scaturisce da: accettazione, discernimento. Accettare la realtà dei fatti senza girarci troppo intorno e discernere in vista del cammino di guarigione.

Cosa discernere per primo? Le cause.

E qui tutto diventa più profondo e complesso. La denuncia e l'indignazione iniziali devono cedere il passo alla riflessione sulle cause di tale dramma. Riflessione che tutti possiamo (e dobbiamo) fare; ma visto che spesso le radici di un abuso affondano in una condizione di patologia (dell'abusatore), va data speciale precedenza agli addetti ai lavori.

Validi specialisti di molti Paesi del mondo stanno lavorando intensamente sul versante del recupero sia degli abusati che degli abusatori, e sul come esercitare prevenzione. Stiamo parlando di singoli professionisti, equipe o veri e propri Centri di recupero; un lavoro spesso esercitato in ombra, nella dovuta discrezione, ma con saggia efficacia.

Per quanto riguarda la pedofilia dei preti, se ne son dette tante; bisognerà quindi discernere “quali delle tante” possano servire e quali no.

Mi preme citare solo due aspetti: il celibato e la formazione.

Sia fuori che dentro la comunità cattolica, molte voci hanno messo sul banco degli imputati la scelta di vita celibataria. In poche parole: la convivenza prolungata con soli uomini (negli anni di seminario) e l'assenza di una vita coniugale cui far confluire le energie affettive-sessuali, provocherebbero alterazioni/deviazioni psico-affettive, eccetera.

Lo stesso dicasi delle Religiose (celibi e formanti comunità, in genere di sole donne) e dei Religiosi (celibi e formanti comunità, in genere di soli uomini).

Se così fosse: non si spiegherebbe come mai la maggior parte dei presbiteri, religiose, religiosi, siano persone non affette dalla patologia in questione. Se così fosse, non si spiegherebbero numerosi casi di pedofilia tra i ministri religiosi appartenenti ad altre confessioni*, sposati e con prole. Se così fosse, non si spiegherebbe come mai numerosi casi di pedofilia si enumerano tra uomini e donne sposati e con prole, ...

La condizione celibe (ma anche la convivenza o il matrimonio), è, in se stessa, del tutto estranea alla perversione pedofila, che ha le radici poste altrove. Ciò significa che i portatori di tale patologia (che solitamente trova radici nell'infanzia/adolescenza), la innestano nelle diverse opzioni di vita (matrimonio, vita religiosa, sacerdozio, ...). 

Altre voci hanno puntato l'attenzione su certe carenze nell'iter formativo dei presbiteri, delle Religiose e dei Religiosi. Mi trovo d'accordo.

Soprattutto nei seminari diocesani - tranne alcune eccezioni – l'attenzione/formazione alla dimensione psico-affettiva (che include il rilevamento di eventuali patologie nei candidati) non ha ancora ricevuto lo spazio dovuto. Lo stesso dicasi della formazione alla spiritualità personale, che contribuirebbe  non poco ad un più sano e fibroso ecosistema umano dei futuri presbiteri.

Vado al termine della riflessione, certo di aver toccato solo la punta dell'iceberg circa un dramma con numerose ramificazioni.

Al di là del problema "pedofilia", reitero la necessità che tutti abbiamo di recuperare un più reale rispetto verso il mondo infantile e adolescenziale. Abbiamo bisogno di riacquistare la capacità di ri-alimentarci della saggezza dei bambini, della saggezza che porta il marchio dell'innocenza!

Che bello se nei Parlamenti di tutti i governi del mondo, ogni azione politica fosse messa al vaglio di un piccolo Senato composto da bambini! Forse tutto diverrebbe più autentico.

Ma noi siamo adulti, e dobbiamo complicare, appesantire; sennò: che adulti saremmo?!!

Ma si dà il caso che Dio, che si è fatto uomo chiamandosi Gesù, creatore delle cose buone e belle, sia, nella sua essenza: “Semplicità Assoluta” (e quindi: sapienza assoluta); per quello se la intende così bene coi bambini (cf. Mt 19,13-14).

E gli adulti? Forse ritroveremo la strada della saggezza quando rimetteremo i piedi sulla sorprendente e disarmante saggezza della semplicità.

                                                                                                   Ignazio Cuncu Piano


* in Inghilterra e negli Stati Uniti, p. es., il numero degli abusi nelle altre confessioni, è superire a        quello dei preti e degli agenti pastorali cattolici.