lunedì 15 luglio 2013

TURISTI: NON VENITE NELL'INQUINATA SARDEGNA!

Un titolo meno esagerato, in piena stagione, no... eh ?!”. Beh, esagerato sì, ma non troppo. O meglio: un titolo dai toni (volutamente) provocativi, ma non falso.

Convengo che nessuno si sognerebbe di affiggere simile frase (magari illustrata con qualche poco edificante fotografia) nelle accoglienze aeree di Elmas, Olbia, o negli approdi di Cagliari, Olbia, Porto Torres! Equivarrebbe, come dire, a darsi una zappata sui piedi? Mah! Son ben altre le zappate che ci diamo addosso noi Sardi. Spesso inavvertite, subdolamente celate persino dietro gli zuccherati slogan vacanzieri, che riempiono d'inutile e confusa fierezza la nostra testa, e di tanti utili le tasche di altri .

Mi viene in mente a tal proposito una storiella che suona più o meno così:

- “ Turisti, se ci tenete alla salute... non andate nell'inquinata Sardegna!” - “Turisti: soprattutto se avete bambini... vi sconsigliamo di venire nella geneticamente alterata Sardegna!” - . Il terribile proclama ad opera di mano ignota venne ostentato in sale d'aspetto di porti, aeroporti, stazioni... su dépliant turistici di tutto il mondo. All'iniziale gelamento di sangue, nell'animo dei Sardi che leggevano l'obbrobrio (soprattutto i “disterraus” (emigrati), quelli che, lontani dalla Patria, ne abbiamo perennizzato la visione bucolica) subentrò una sacrosanta indignazione: - “Ma ita tiau funt iscriendi; cumenti si permitint; funt ammacchiendisì ?!!?” - (ma che diavolo scrivono; si permettono; stanno impazzendo ?!!?). Chi aveva osato scalfire l'intoccabile mito (e proprio di mito si tratta!) di una Sandalion dalle illibate geografie guarnite di tropicalizzanti spiagge, di vergini e selvagge foreste, di sorgenti, di sapori che traboccano naturali gustosità ?
In massa si recarono all'infallibile Tribunale dell'Umanità a chieder che si rivelasse la mano colpevole, l'autore di cotanto gratuito vilipendio, onde fosse comminata pubblica ammenda. Ma: colpo di scena! Tutti piombarono in un silenzio cosciente quando il fantomatico Scrittore (anzi Scrittrice) si diede a conoscere. Nessuno avrebbe potuto immaginare che fosse stata proprio lei: la nobile e sempre equanime Giudicessa suprema di quella medesima infallibile Corte : la Verità”. Nessuno, al suo apparire, osò proferir verbo. Tutti sapevano: davanti alla di lei autorità, l'unico gesto saggio era il fertile ascolto. Con dolce fermezza, donna Verità prese parola: - “Fu per amore all'Isola e a voi suo Popolo che la mia mano compose tal frase, da cui impariate a superar l'inutile costumanza, che vi fa turbare davanti ad ogni futile denigrazione verbale, mentre niente dite e meno fate di fronte a chi, con cortese disonestà, voi strugge e la vostra terra distrugge, grattugia, depreda, maltratta... goccia dopo goccia, giorno dopo giorno” .

Possiamo far finta che si tratti di una leggenda o liquidare il tutto come un brutto sogno. Invece no: è tutto vero. Non solo, il raccontino reca in se' ampia coscienza etica: non possiamo vendere pesce marcio come fosse fresco; non sarebbe onesto. Ichnusa è inquinata tanto, troppo. Urge prenderne atto.

Insomma: non è quel paradiso incontaminato da noi declamato, ove far adagiare, in piena garanzia, corpi di turisti anelanti selvagge et illibate geografie. Tanta terra, tanta sabbia, tanto mare, tante fonti e tanta aria “de sa giaiosa Insula nosta” (della nostra cara Isola) trasudano alte concentrazioni di porcherie di ogni genere; a volte veri e propri laboratori di... alterazioni genetiche.

Non so se la più inquinata d'Italia come alcuni sostengono, ma di certo sempre più ridotta a pattume. Scorie minerarie dense di principi tossici; industrie chimiche che impregnano aria e mari (le ciclopiche ed economicamente “inutili anzi gravose” servitù industriali); approdo di navi cariche di rifiuti ; ampie superfici terrestri e marine stuprate da esercitazioni belliche (le diaboliche servitù militari); scie chimiche ed il loro sospettoso strascico; lo stesso mal gestito apparato turistico, che ha tappezzato di cemento (legalmente abusivo) enormi perimetri costieri (e l'andazzo non accenna a scemare!), giusto per dirne alcune.

C'è un enorme tasso di beffa in tutto ciò, visto che la quasi totalità di queste velenose scelte sono state (e sono) imposte dall'alto e dal di fuori (con la nostra arrendevole complicità). Chissà: anche la beffa sarà da annoverare fra gli agenti contaminanti il nostro territorio interiore? Temo di sì.

Ma che problema volete che gli faccia al turista la presenza di un'industria petrolchimica !?”, esordiva un assessore regionale, qualche anno fa, in un dibattito televisivo. Così superficialmente e svogliatamente impostata la questione, saremmo quasi tentati di dargli ragione. Volendo andare a fondo, invece, ci si può accorgere che Sandalion non dev'essere sana e bella per il turista, ma per la dignità e il “gusto di vivere e di viverci” di chi vi abita: i bambini sardi, i giovani... le donne... gli uomini... gli anziani... i malati. Perché la terra, per quanto turisticamente vendibile possa essere, è prima di tutto parte vitale di chi vi nasce e di chi l'adotta come tale. Elemento simbiotico con chi in essa trova il sostentamento quotidiano, attraverso una complicità vitale protesa a rendere sempre più bella e buona sia la terra, sia chi la la popola ( “sora [sorella] nostra matre terra [che] produce diversi fructi con coloriti fiori et herba”. - Francesco d'Assisi, “Cantico delle Creature”, 1224ca.).

Quando esiste tale relazione di empatico affetto, fatto di attenzione, gratitudine ed equilibrio, verso la propria terra, allora anche il turismo diventa un'iniziativa godibile e proporzionata; altrimenti anch'esso si riduce a un aggiuntivo agente inquinante e dispendioso.

Per controbilanciare l'odioso titolo di questa riflessione, si potrebbe obiettare come nell'Isola persistano - sia in terra che in mare - rigogliosi polmoni di alto pregio floristico e faunistico. È vero, grazie a Dio. Ma attenti! L'inquinamento è un mostro che non obbedisce confini, dotato di un'incontrollabile essenza anarchica che ne determina le pericolose migrazioni! Le grosse sacche di veleni sono una macchia d'olio che deborda in ogni dove l'iniziale circoscrizione. Un pericolo in continuo movimento quindi, reso ancor più grave dal contesto dell'Isola, caratterizzata da equilibri ecologici tanto splendidi quanto strettamente interconnessi e fragilissimi, da soppesare/ utilizzare/ misurare col “bilancino dell'orefice”, e non certo da calpestare coi piedi d'elefante.

Le sostanze chimiche scaricate massivamente nel nostro mare, non sanno delle sue variopinte trasparenze, e non ci chiederanno nessun permesso il giorno in cui, giunte a saturazione, dovessero intorbidirne i colori e sterminarne la variegata e in molti espetti endemica flora e fauna!

La Sardegna è abbastanza grande e generosa da permetterci di vivere dignitosamente, ma abbastanza piccola da non poter metabolizzare i troppi agenti inquinanti che in essa coesistono in crescendo.

Quale la soluzione? Non amo parlare di soluzioni: sanno di pozione magica; micidiale veleno propinatoci dalla politica isolana e oltremare, quella stessa che ha confezionato, in questi ultimi cinquant'anni circa, i malefici “incantesimi” che ci stanno avvilendo.

Non si tratta quindi di soluzioni ma di percorsi da progettare. Percorsi che rechino in se' lo stile di vita che desideriamo per noi; uno stile di vita compatibile con la terra che la vita ci ha assegnato in dono. Chi deve progettare? Noi e non altri. Noi dobbiamo progettare, noi dobbiamo portare avanti, noi dobbiamo essere i custodi del progetto, noi dobbiamo apportare verifiche e modifiche, noi dobbiamo assumerne le responsabilità, fino in fondo. Un cammino impercorribile se non ci disinstalliamo dalla nostra piagnucolante comodità.

C'è però una pericolosa ambivalenza che va scorporata dal progetto: non possiamo vivere col diavolo e l'acqua santa, pretendendo capra e cavoli. Tutto ciò tradotto in lingua sarda significa: non si può abbinare l'industria pesante e altri agenti di inquinamento massiccio, alla geografia di un'Isola con determinate caratteristiche e dimensioni. Mille altre risorse ci offre la nostra generosissima terra, ma quella no! Sono gli scottanti avvenimenti che stiamo protagonizzando nel presente a gridarcelo in faccia. Urge cambiare mentalità e filosofia di vita. Un giro di boa che non sarà tale fin quando permetteremo che per un misero stipendio si costruiscano mastodontiche latrine nel loggiato di Casa nostra. A che vale il posto garantito alla SARAS (industria che ha usurpato, tra altre cose, un'enorme superficie di costa vocata al turismo) per un abitatore di Sarroccu (Sarroch), se ancor in giovane età dovrà lasciare orfani i propri figli? E gli enormi spazi sottratti dal Governo Italiano per i giochi di guerra? Quante possibili iniziative frustrate! Il giorno (spero presto) in cui spariranno questi mortali spettri , ci si renderà conto che, senza il vorace gatto, tanti topi potranno ballare, respirare, creare, assaporare formaggi... vivere meglio. Perché i topi non sanno che farsene del gatto per procurarsi il formaggio! Questo lineare concetto, molto semplice per i topi, non lo è ancora del tutto per noi Sardi.

Eppoi: si può sostenete un'adeguata e responsabile attività turistica in mezzo a tanto “chimico ambaradan?”. Non è cosa ne' di buon senso ne' professionalmente seria, se ci si pensa bene, visto che l'armonica coreografia ecologica è indispensabile per incoraggiare questo tipo di industria. Fermo restando quanto sopra: la ricostituzione di una vocazione turistica più sentita e curata, potrà essere solo consequenziale alla scelta di qualità di vita che ogni donna e uomo sardo farà, prima di tutto, per se' e per i propri figli.

C'è un altro fondamentale aspetto da chiarire in merito. Donna Verità (quella del raccontino in proemio) ci ricorderebbe che i proventi turistici rimanenti nelle casse dell'Isola sono... irrisori. La gestione di quest'attività (quindi i capitali) nel suo insieme non è - lo sappiamo - nelle nostre mani. E se continueremo a delegare, svendendo parchi e coste ad Emiri o a chicchessia per mendicare poscia un po' di pane secco in casa nostra (macabro sillogismo!) , le cose non andranno mai bene: tutt'altro.

Sarà cosa buona riappropriarci della Casa, con serenità e fiducia verso noi stessi, coll'entusiasmo che sostiene chi è protagonista di se stesso. Sarà possibile? Sì. Sarà difficile? Anche. Ma forse meno di quanto si pensi. Per percorrere questo nuovo cammino, c'è un assioma da non eludere mai (perchè equivarrebbe ad una falsa... astuzia): non credere ne' cedere alle ritrite/ altisonanti/ risolutive (!) chimere piombate dal cielo (specie se da... altri cieli) e camminare su progetto più semplici ma dignitosi, più intrisi di saggezza, più a misura d'uomo, e soprattutto nostri: a testa alta!

Questo dovuto protagonismo, seppure ancora embrionalmente, è già innescato nell'animo di sempre più persone. Segno di una felice primavera; forse ancor timida, ma progressiva nel suo evolversi.

Una primavera che non si acconta di rimaner tale, ma che ha la sacrosanta pretesa/diritto di andare fino in fondo: approdare alla stagione estiva dell'Autodeterminazione Politica, dell'indipendenza. Unico (non ce n'è altro) modo per costruire il nostro cammino senza le frenanti manipolazioni - e a tutt'altri scopi protese - interferenze della Nazione a cui ora siamo subordinati.

In tale nuovo contesto di protagonica, sovrana (a tutto tondo) e armonica operatività, anche gli slogan turistici (pochi, in verità, perché il “fatto bene” parla di se') avranno un altro gusto: più pieno, più nostro, più... vero:

Cari turisti, vi aspettiamo in Casa nostra! Avremo piacere di trattarvi come foste... noi stessi. Sdraiatevi pure sulle nostre spiagge, riposate sui prati. Rinfrescatevi alle nostre acque. Portate i vostri bambini: abbiamo preparato per loro le stesse cose belle e sane che diamo... ai nostri figli”.

                                                                                                  Ignazio Cuncu Piano.

domenica 30 giugno 2013

LETTERA APERTA AL SINDACO DI ASSEMINI, MARIO PUDDU.

Gentile signor Sindaco,

mi sia permesso, in apertura, porgere a Lei e alla sua Giunta, i migliori auguri per il mandato di servizio che la Comunità Asseminese vi ha di recente affidato e confidato. Auspico che il giovane (in tutti i sensi) entusiasmo e i numerosi progetti che sostengono la vostra azione politica, sappiano onorare appieno la nobile etimologia di questo termine.

Motiva queste righe il desiderio di condividerle un argomento tanto perennemente discusso in Sardegna, quanto mai effettivamente messo in atto: l'insegnamento della lingua sarda (d'ora in poi LS) nella scuola. E nel caso specifico, la possibilità di realizzare tale insegnamento nelle scuole di Assemini (e - perché no? - promuovendo anche eventuali corsi per adulti) .

Mi pare non aver letto questa voce nel vostro (peraltro intenso e dettagliato) programma.

Come saprà, alcuni paesi hanno da qualche tempo preso iniziative in proposito. Penso a Villaspeciosa, San Sperate, Pimentel, Santadi, Isili (persino nella materna), alla vicina Elmas; o ai diversi casi di maestre/i che “motu proprio” portano avanti consistenti, divertenti ed efficaci corsi, assimilati con fertile entusiasmo dagli alunni.

Personalmente considero di somma importanza che la salvaguardia della “LS” sia inclusa nei progetti dei nostri Comuni. Non solo perché si tratta di una lingua (d'ora in poi L) a tutti gli effetti (con le derivanti culturali che ne conseguono), ma perché è la nostra L, la L dei Sardi (assieme alla variante logudorese, al gallurese, al tabarchino, al catalano, a s'arromanisca e all'italiano) , usata ininterrottamente dalle nostre Genti da circa duemila anni. E, nondimeno, perché è la L che al meglio sa interpretare le nostre radici, il nostro specifico humus.

Posso immaginare come la presente proposta si inserisca in una densa prospettiva di lavoro, per Lei e la sua Giunta, aggravata da urgenze di importanti dimensioni. Forse per questo ed altri motivi, annoverare nell'immediata azione di governo un'iniziativa del genere, potrebbe apparire non prioritario, non opportuno; una specie di lezioso e obsoleto orpello in mezzo ad un mare di ben più concrete e impellenti necessità.

Eppure, a mio avviso, i benefici psicologici (quindi pratici) che tale insegnamento susciterebbe negli alunni, apporterebbero ad una maggiore presa di coscienza circa quelle urgenti concretezze cui sopra. L'approccio che un popolo o una comunità possiede con gli aspetti della propria cultura, infatti, si riverbera - nel bene e ne male - sulle realizzazioni quotidiane, sulle scelte economiche, sulla gestione del territorio.

La L ha molto a che vedere con tutto ciò. Mi permetta qualche esempio.

Nell'ambito nazionale italiano, le comunità facenti parte delle cosiddette “Minoranze Linguistiche”, vivono tale condizione come una ricchezza, un valore aggiunto da proteggere e perpetuare. Penso alle etnie di L albanese e greca, alle Valli Ladine, ai Valdostani, agli Altoatesini, alle Comunità Cimbre, ai Friulani e alla strenua difesa del loro “furlan”(la lingua friulana). Non stiamo certo parlando di società perfette, ma di gruppi umani che hanno una chiara percezione di come la propria specificità sia cresciuta in totale simbiosi con il territorio di cui sono e fanno parte e verso il quale riversano minuziose cure, valorizzandone addirittura quegli aspetti che, in apparenza, potrebbero sembrare privi di qualsiasi utilità. In genere stiamo parlando di Genti che ben si guardano dal mettere il proprio patrimonio geografico nelle mani di certi opportunisti venditori di paccottiglie, come purtroppo accadde e accade da noi.

È infatti plausibile ipotizzare che la nostra poca autostima linguistica/culturale, abbia influito non poco sulla scarsa valorizzazione e custodia del territorio, dando fianco scoperto a soprusi interni ed esterni, dimostrando remissività di fronte a nefaste iniziative economiche calate dall'alto.

Leggo in proposito sul vostro programma un rigoroso e capillare piano volto alla valorizzazione, riorganizzazione e bonifica del vasto e martoriato suolo asseminese; territorio che accusa a chiare note due patologie in cui languisce la Sardegna tutta: l'abbandono delle campagne (talvolta ridotte a pattume) ed il fallimento della Chimica. Ben sappiamo come il “Piano di Rinascita” del secondo dopoguerra abbia imposto un modello d'industria inadatto (per tipologia e dimensioni) agli ecosistemi naturali, sociali ed economici delle nostre comunità. Il precoce e in certo modo preannunciato fallimento di quella stessa industria, il deturpamento di intere aree (si pensi agli ottimi appezzamenti agricoli nella zona di Macchiareddu, disordinatamente frammentati da agglomerati industriali in parte dismessi) e l'abbandono della vocazione agricola, hanno privato il nostro territorio sia di una fiorente agricoltura che di un più simbiotico tessuto industriale.

Leggo, sempre nel vostro programma, una speciale attenzione alla salvaguardia delle tradizioni paesane (arte della ceramica...), dei siti archeologici, tesa a riscattare il percorso storico di questi ed altri aspetti della nostra comunità, per poterne ottimizzare le conoscenze, quindi i benefici umani e - mi sia dato interpretare - gli eventuali profitti economici (la cultura sanamente vissuta è anche fonte di ricchezza).

Quest'aspetto, in totale sintonia colla riscoperta del suolo quale “parte di noi stessi e generosa fonte di sostentamento” , credo possa offrire un valido contributo alla ricostruzione di una mentalità (cultura) di salvaguardia della terra (non è un caso che il termine “cultura”, affondi la sua etimologia nella terra).

Potrà funzionare questo felice binomio - cultura/territorio - per la nostra comunità? Il vostro programma dice di sì. Personalmente ne son più che certo.

È a questo punto che reinserirei il ruolo della LS. Ogni L - come già espresso - è la fedele interprete della cultura con la quale essa è nata. La LS è quindi il vettore più accreditato per riscattare, raccontare e interpretare la cultura asseminese in tutte le sue ricche poliedricità. Per questo motivo, saggiamente offerta agli alunni, potrebbe contribuire non poco a ritessere quel particolare amore verso il territorio, così tipico delle comunità bilingui.

Urge però rovesciare la frittata...

… perché - anche se qualcosina sta timidamente cambiando - ancora noi Sardi percepiamo come un aspetto di non rilevante importanza quel bilinguismo che altri vivono senza complessi, alla luce del sole e con ampio giovamento.

Mostra di tale disinteresse è l'evanescente impegno – su questo versante – offerto dalle varie Giunte Regionali susseguitesi nella storia dell'Autonomia. A onor del vero, mi consta di un certo progetto FILS (Formazione Insegnanti LS) avviato dalla Regione nel trascorso 2011, della cui evoluzione non ho conoscenza (se tale processo fosse seriamente e solidamente avviato e organicamente filtrato nei Comuni, sarei felicissimo di aprire una porta aperta!).

È da convenire che tale indifferenza linguistica sia stata indotta, in questi ultimi più o meno 100 anni della nostra storia, da alcuni interessati di turno, i quali ci hanno suggerito che la LS era poco più che un socioletto “ po pastoris, massaius, bastraxus e inniorantis, là” (per pastori, contadini, scaricatori di porto e ignoranti, per intenderci) o tuttalpiù un pittoresco ma obsoleto arredo folkloristico. E noi ci abbiamo creduto.

E così la nostra L venne surclassata, ridotta a “sa lingua de su famini [o “sa limba dae su famine”]” (la lingua della fame, dell'arretratezza). Senza forse pensare che anche gli Inglesi, i Russi, gli Spagnoli, i Portoghesi, i Tedeschi, gli Italiani e i Francesi, i Belgi e gli Olandesi... patirono fame e arretratezza (e la patirono eccome!) continuando a parlare le loro rispettive L!

Chi direbbe invece, che in ragion di tali inattendibili nozioni, stiamo rischiando di far estinguere una L che per secoli ha veicolato una storia e una cultura per niente secondarie nell'ambito della geografia politica e culturale europea?

Certo, è vero: non è comune che qualcuno ci racconti gli aspetti salienti del nostro trascorso. Di come, verbigrazia, nei regni (sardi), tra i più prestigiosi e all'avanguardia del Medio Evo (i Giudicati, 900c./1420) - con i quali tutta l'aristocrazia europea ambiva relazionarsi e imparentarsi (cfr. F.C. Casula, Breve storia di Sardegna, Delfino editore, pag.113) - la L ufficiale fosse la LS (usata anche in atti cancellereschi internazionali di notevole importanza nella storia medioevale). O di come la “Carta de Logu” ( importante opera legislativa promulgata dal grande giudice Mariano IV, nel 1365, e aggiornata dalla figlia Eleonora), in cui già si contemplava la difesa della donna e dei minori, fosse integralmente redatta in LS. O di come la LS sia tutt'ora presente nelle grammatiche di qualche Nazione estera (con tanto di citazioni pratiche) e di quanto sia accreditata presso i linguisti in ambito internazionale.

Possiamo privare le nostre giovani generazioni di un così ingente patrimonio? Possiamo privare i nostri alunni di cotanta coscienza... di se stessi?

Per questi e altri motivi, la salvaguardia della L credo debba essere, per noi tutti, un piacevole dovere. La sua possibile estinzione (il conto alla rovescia generazionale è agli sgoccioli) equivarrebbe ad un'enorme sconfitta (impoverimento) culturale, ad una vera e propria menomazione del Patrimonio Linguistico dell'Umanità.

Le attuali e pur valide conoscenze scientifiche e tecnologiche (con le quali la LS può benissimo convivere) non potranno mai sopperire al vuoto della mancata trasmissione di un densissimo patrimonio storico/linguistico, tra i più peculiari nel bacino del Mediterraneo.

Nei termini di una concreta azione didattica, anche per gli alunni di Assemini si porrebbe l'eterna questione, secondo alcuni quasi insormontabile: quale sardo insegnare? La risposta mi pare più semplice di quanto si possa immaginare: la LS nella variante campidanese-asseminese (i manuali di grammatica, morfologia e sintassi sono comuni a tutte le varianti paesane di LS campidanese).

Il fine didattico dell'insegnamento della LS, oltre alla capacitazione pratica degli alunni, dovrebbe mirare a stimolare in essi una vera e propria passione per la L, quale inestimabile ricchezza della comunità di appartenenza. Anche la constatazione della presenza della variante logudorese dovrebbe essere percepita (dagli alunni) come ulteriore ricchezza. Niente toglie che nei piani di studio, si contempli un'infarinatura di LS logudorese, molto più simile (quindi vicina e comprensibile) alla LS campidanese di quanto vogliano far credere infondati (a noi noti) luoghi comuni. Se mio padre (agricoltore) col suo sardo campidanese riusciva a conversare coi pastori barbaricini, molto di più potranno le giovani generazioni con la loro spiccata propensione all'interlocuzione (mi sia permesso pensare, fra il serio e il faceto, che i nostri giovani, con la chat, c'impiegherebbero pochi mesi per accomunare in una sorta di koinè le nostre varianti linguistiche!)

Una nozione che tutti possediamo (ma anche su questo punto molti Sardi si ritengono un'eccezione!) è che la conoscenza naturale di più lingue ne predispone l'apprendimento di altre. In genere molti giovani che oggi s'interessano alla LS, sono conoscitori di altre L (un particolare da non sottovalutare). È recentissima la notizia dell'alunno cagliaritano di 13 anni, Riccardo Laconi, che ha sostenuto l'esame di terza media in LS. Riccardo, con la tipica semplicità dei ragazzini intelligenti, ammette di conoscere, oltre che la LS: l'inglese, l'italiano, il francese e un po' di tedesco. Mi vien poi da pensare al principe Alberto di Monaco, che pur conoscendo diverse lingue, non disdegna di usare il monegasco per rivolgersi ai cittadini del “Principatu de Mùnegu” ( Principato di Monaco in L monegasca). Come del resto fa Dario, 25enne maestro di sci friulano, il quale sui campi da sci dialoga coi colleghi in “marilenghe”(in madrelingua, cioè in friulano), ma può dare lezioni in inglese, italiano, francese, tedesco, russo e sloveno. La nostra stessa storia ci viene in aiuto, ricordandoci come il già citato giudice arborense Mariano IV (+ 1376) conoscesse, oltre alle varianti della LS (arborense, calaritana, logudorese e gallurese): il latino, il volgare toscano (l'italiano), il catalano e il castigliano. Tale apertura linguistica (notevole per quei tempi) gli permetteva una diretta corrispondenza “con le maggiori personalità del tempo” (ivi, pag. 157).

Vado alla conclusione.

Oggi più che mai i nostri giovani hanno bisogno di proposte culturali profonde e motivanti, capaci di coinvolgere le loro propulsive energie. Sono personalmente convinto che, accanto alle altre discipline scolastiche, l'insegnamento della LS e l'interessamento sulle altre L parlate dell'Isola (segno di un ricca e multiforme concrezione storica/linguistica) possa favorire quella sana autostima culturale capace di agevolare – e non di “ostacolare”, come spesso si è pensato” - un'apertura più serena, non complessata e non scimmiottante, ma “a testa alta”, verso altre identità.

Un progetto ambizioso? Non so. Forse sì. O forse no. Forse semplicemente... normale, dovuto. Lo definirei piuttosto: progetto “di entusiasmanti novità per una più cosciente dignità”; a mio avviso sintonico col vostro altrettanto entusiastico e giovanilmente innovativo Programma per Assemini.


Riceva i miei più cordiali saluti: Ignazio Cuncu Piano.

mercoledì 29 maggio 2013

FUMATORI PASSIVI P€R OCCULTA RAGION DI $TATO (le basi militari in Sardegna)

Adesso che è di prassi il divieto di fumo in ambienti chiusi, è più percepibile cosa sia il tabagismo passivo. Sono i frutti delle buone campagne sensibilizzatrici e dei veti ragionevoli. Ciò che prima si tollerava come parte del costume, oggi lo si percepisce in tutto il suo pregiudiziale fastidio.

Chiaro che l'assenza di fumo da sigaretta non risolve le quantità di polveri ed esalazioni che da altre fonti raggiungono l'organismo, ma è già qualcosa in meno.

La verità è che non ci sta risultando facile porre rimedi alla nostra inquinante civiltà. Purtuttavia, seppure con tempistiche ritardatarie, alcune nazioni cominciano ad andare ai ripari attraverso normative atte a contenere e diminuirne gli effetti. In pratica siamo agli esordi, ma ne siamo coscienti. Siamo coscienti circa malattie dei tempi moderni, alimentate o incoraggiate da smog e stress. Sappiamo pure che se si vive o si lavora in certi luoghi, ci si espone di più. Gli abitanti di Milano o Londra, i Tarantini che respirano accanto all' Ilva, per esempio, sanno della loro fuligginosa realtà.

Essere resi coscienti di certi pericoli non è un optional, ma un diritto umano, che favorisce operazioni di difesa personale e collettiva più aderenti alla realtà, ergo: più efficaci.
Spesso questo diritto ci viene negato. Ogni epoca ha sfornato dei “taluni” che hanno sortito oscuri vantaggi anestetizzando la pubblica opinione circa i pericoli su di essa riversi.

Pensiamo alla tragedia della centrale di Fukushima. I mass-media italiani ci hanno fatto una narrazione molto meno drammatica di quanto abbiano fatto, per esempio, i mezzi d'informazione tedeschi. Troppo minimizzanti i primi o sospintamente allarmisti i secondi?

Non lo so. Ma se penso alla vicenda su cui mi appresto ad argomentare, mi azzarderei ad affermare che non sarebbe la prima volta che lo Stato Italiano nasconde ai suoi cittadini la reale drammaticità di certe situazioni.

Esiste un sito dagli accesi colori mediterranei, privo d' industrie e dall'aspetto apparentemente incontaminato, dove da alcuni decenni, persone e animali nascono con malformazioni, muoiono di tumore, in preoccupanti proporzioni. Gli Organi competenti non si sono mai sognati di “informare, di allertare, di render coscienti” queste genti circa le probabili cause.
Una parte importante di decessi ha riguardato allevatori, pastori di pecore e di capre, mandriani; persone che vivono all'aria aperta, in campagna, fra i boschi, e si dissetano ad acque sorgive.

Protagonisti di questi non più misteriosi fatti sono gli abitanti di un grappolo di paesini distribuiti in un'area che include parte della provincia di Cagliari e dell'Ogliastra (zona centro-sud orientale della Sardegna). Questo territorio, da più di 50 anni, ospita un poligono di addestramenti militari.

Non intendo narrare ordinatamente fatti che sono alla portata di tutti (in internet sono presenti valide descrizioni), bensì esprimere delle considerazioni in ordine sparso.

Il poligono interforze di Perdasdefogu – Salto di Quirra, creato nel 1956, comprende un'estensione di circa 12.700 ha e include 2.000 ha di mare. Il sottosuolo è caratterizzato da intrecci di caverne abitate da specie endemiche di elevato interesse scientifico, come il tritone sardo. In superficie vi pascolano migliaia di capi di bestiame. Un luogo decisamente più consono a parco nazionale che a simulazioni belliche. Quivi, oltre all'esercito italiano, eserciti di altre nazioni e ditte private (di armi), testano - a pagamento - i loro... prodotti.

È su quella spettrale presenza che si è progressivamente concentrata l'attenzione delle popolazioni autoctone, dando corpo a un cupo presentimento: le operazioni del poligono coincidono colle numerose malformazioni e morti, altro modo inspiegabili.

Non è stato facile, per chi in questi anni ha voluto sondare la verità, aprirsi un varco tra i comprensibili timori indigeni, le minacce senza volto, la vigliacca omertà delle istituzioni isolane e d'oltremare, tra il silenzio dei Vescovi sardi (un intervento in verità c'è stato – a mio parere insufficiente - da parte del Vescovo di Lanusei). In mezzo a tanto silenzio, un enorme merito va a quei gruppi di cittadine e cittadini che con coraggio e alto senso civico hanno dato voce al problema: sensibilizzando, infrangendo tabù, rischiando di persona, esigendo analisi accurate su persone, terreni, falde acquifere, suolo marino, atmosfera, mandrie, greggi.

Le insindacabili prove apportate dalle meticolose indagini del magistrato Domenico Fiordalisi, hanno coronato i tanti sforzi “remati controvento”, rivestendo di certezza ogni sospetto.

Chi salirà sul banco degli imputati? Molti, m'illudo molto ingenuamente, ma tutti congiungibili al titolare di turno: il Governo italiano. Chi, se non il Titolare, avrebbe autorizzato le esercitazioni in tutti questi anni? Chi, se non il Titolare, avrebbe approvato collaudi dagli effetti oltremodo devastanti? Chi, se non il Titolare avrebbe autorizzato l'interramento indiscriminato di rifiuti bellici? Chi, se non il Titolare, avrebbe dovuto avvisare la popolazione (civile e militare: anch'essa conta dei morti) circa l'alta pericolosità delle azioni svolte? Chi, se non il Titolare, in sommissione a più forti Alleati, ha disposto dei territori sardi alla stregua di una tenuta di caccia, deturpando a piacimento Fogesu-Quirra, Teulada (7.200 ha), Capo Frasca (1.400 ha), Decimomannu, La Maddalena (dismessa nel 2008 ma con persistenza di reliquie tossiche) ?

È gravissima la responsabilità del Governo Italiano. Silenzi, omicidio, tanto denaro, atti anticostituzionali : infrazione dei Diritti Umani.

Un'azione di così ciclopica portata, in altri luoghi e con altre sensibilità avrebbe avuto una risonanza tale da far cadere - con ragione -  lo stesso Governo. 

Perché a Taranto, a Milano, a Londra, i cittadini “sono coscienti” dei loro veleni. In Sardegna no; fino a qualche tempo fa, no. Il Titolare di turno non ha mai considerato opportuno farlo presente, e ha ostacolato chi ha avuto il valore civico di arrivare alla verità. Il“segreto di Stato” (macabro eufemismo) imponeva omertà, privando all'autentico Stato (i cittadini) il diritto di “prender coscienza” e di decidere, sovranamente su scelte così ravvicinatamente dannose.

Forse a suo tempo anche gli enti locali furono un po' remissivi, ignari della gravità reale, illusi magari da possibili vantaggi o da chissà che cosa. I dati per prevedere i futuri disastri, a onor del vero, v'erano anche allora, seppure in forma ridotta e confusa.

Ma alle generazioni attuali non sono imputabili le concessioni di allora ad opera delle autoctone amministrazioni, le quali, reitero, credo ignorassero la portata reale delle concause in gioco.
Si può poi immaginare come la pressione del Governo italiano (e non solo), mirata alla selvaggia militarizzazione dei territori sardi, non fosse così facilmente respingibile. Anche se...

… c'è una storia bella e a buon fine in mezzo a questa saga di soprusi, che seppure in breve val la pena raccontare. Potremmo titolarla: “Il Cosciente Rifiuto di Pratobello” (1969). Ne sono protagonisti gli abitanti di Orgosolo, paese ingiustamente ricordato dalle cronache italiane sempre e solo per altri fatti. Gli Orgosolesi seppero opporsi alla decisione di militarizzare i loro pascoli, i loro boschi, le loro sorgenti. Tutta la Popolazione, unanimemente, decise che le basi militari non avrebbero deturpato i propri spazi vitali. Fece fronte, compatta e non violenta, all'azione dello Stato. Ed ebbe la meglio!

Brillante esempio di sana sovranità in pro della salvaguardia di... casa propria.

A distanza di anni, i “fatti (o moti) di Pratobello” ( felice episodio nella storia della Nazione Sarda ), attestano con forza come di fronte alla decisione di una Comunità, coesa attorno ad un obiettivo di alta valenza civica, ogni ostacolo diventi cedevole.

Sono consapevole quanto l'argomento sulla militarizzazione dell'Isola sia lungo e intricato, a tal punto che, se ci si distrae un po', qualche prestigiatore di parte potrebbe tramutare i lupi in agnelli; o meglio, in difensori degli agnelli: “Amati cittadini di questa terra antica, bella, selvaggia ed incontaminata (!!): sì, è vero, la vostra aria s' è un po' appesantita, ma per il bene comune. C'è di mezzo la salvaguardia della democrazia e voi siete protagonisti di tutto ciò, il punto più strategico di difesa nel Mediterraneo. Siatene fieri! L'Europa loda la vostra ospitalità e abnegazione nell'accogliere questi centri di difesa legittima (sacrosanto diritto) del (satollo) mondo civile. (In qualche parte dovranno pur ergersi questi benedetti laboratori di... pace!). Vi state immolando per una nobile causa! Siete sempre stati bravi in questo: silenti, mansueti, sacrificali ; così ci piacete! Ma dai, ma cosa pensavate !? Le basi tra l'altro vi offrono posti di lavoro... ricchezza !! E le terre, le coste e i mari sono più protetti dagli scempi! La gestione del vostro territorio è un dovere che ci siamo presi con serietà ! Eppoi a voi piace far gestire le vostre cose ad altri: vi dà sicurezza. Su, buoni, tornate a dormire. Lo Stato vi apprezza ed è presente, vigile. Viva la Repubblica!! Viva la fierezza sarda!! Fortza paris !! Gai siat!”.

Quante volte discorsi simili, mimati con viscida solennità ci hanno lasciati "contenti, fieri e... coglionati?". Tante. Perché in effetti l'argomento in corso è ben attorcigliato, tergiversabile, e può essere impostato da molteplici prospettive capaci di offuscarne i punti nevralgici, non negoziabili. Soltanto un'impostazione etico/morale, a mio avviso, riesce a mantenere costantemente in luce le tonalità essenziali e ad offrire argomenti non raggirabili.

In base a quanto appena espresso, analizzo qualche aspetto della vicenda.

Alcuni affermano che le basi militari in Sardegna portino benessere economico. Non risulta ridicolo e fuorviante classificare in tal modo irrilevanti introiti per una quantità infima di popolazione, enormemente-inversamente proporzionali alla devastazione ambientale, alle perdite di vite umane e all'umiliante menomazione della sovranità territoriale ?

Chi è che in affari spenderebbe €100.000 al giorno, per ricavare € 0,01 al mese ?! Nessuno. Perché noi sì ?

Ma se si va a fondo della fonte dei conclamati fantomatici guadagni, si può ben affemare che non troverebbero ragion d'essere nemmeno se per assurdo tracimassero l'erario dell'intera Isola.

Perché basare un'economia attorno ad una struttura – diciamocelo pure – di morte, è azione che di etico e di morale ha ben poco. Tutti sappiamo che il Poligono è un circo privato per occulti giochi di guerra. Un enorme teatro affittato dal Governo Italiano (sarà incluso nel prezzo anche il segreto delle operazioni?) per provare non aratri o mezzi da movimento terra, ma armi; quelle vere, quelle che devono, per logica, distruggere cose, case e... uccidere le famiglie che ivi abitano.

Armi da impiegare in guerre consumate in Paesi (erroneamente chiamati) sottosviluppati: unici destinatari delle moderne azioni belliche. Sono i giovani, le giovani, le adolescenti, gli adolescenti, gli anziani, le anziane, le bambine e i bambini di quei luoghi le vittime anonime di cotanto armeggiare. Lo sappiamo tutti.

D'accordo: la guerra è un affare sporco, ma necessario! Chi ci difenderebbe dai minacciosi Emergenti [i Paesi del terzo mondo] che serbano rancori bellicosi fra loro e su di noi?”. Già: chi ci difende da chi porta armi coi nostri stessi marchi di fabbrica? Anche questo lo sappiamo tutti.

È inammissibile farsi complici indiretti dei “signori della guerra”, di questi ignoti ma operanti individui capaci di alimentare pretesti bellici fra Paesi pur di “vendere; che lucrano voracemente a scapito di porzioni di Umanità considerate carne in sovrappiù , “ stimate come pecore da macello” (Salmo 43, 23) . Quest'abusata e interessata produzione di armi, non sarà mai compatibile con niente che rechi in se' aneliti di vita, di crescita, essendo causa di ulteriori disagi tra i deboli della Terra (“impedisce di soccorrere le Popolazioni indigenti”. - CCC, n.2315)1.

Ecco il vero volto delle attuali guerre: “conflitti confezionati in fabbrica per gli Ultimi”. La gravità etica e morale di tutto ciò, è altissima.

Solo per questi motivi, i Vescovi sardi all'unisono, come “ simbolo di una Chiesa che interferisce” (don Luigi Ciotti) 2   nel non negoziabile, come Pastori che si frappongono tra il Gregge e ciò che lo minaccia , avrebbero dovuto mettere il grido al cielo! Il termine "vescovo" (dal greco epìscopos) significa appunto: custode, supervisore, protettore, pastore "che guarda a una a una le sue pecore, le rispetta e chiede rispetto per loro"  (Pino Goisis, "Agorà tra Fede e Laicità" - "Vescovi, non funzionari" - , Fonte Avellana, 19-21 aprile 2013 ).
Non riesco a capire cosa abbia impedito loro di esprimersi con decisione. Supportati da quel Vangelo che è fondamento, culmine e superamento, nella carità, dei valori etici e morali fondanti la vita umana. Supportati da quel Vangelo che è... "segno di contraddizione" (vangelo secondo Luca 2, 34).

Qualcuno potrebbe obiettare che anche la dottrina cattolica ammette la legittima difesa. È vero (cf. CCC, n.2308 ; Gaudium et Spes3, n.81). Ma dopo mille ricorsi previ. La piattaforma inamovibile è che “la vita è sacra” (CCC, n.2258), inclusa quella dei cittadini attigui ai Poligoni di Stato. Eppoi la difesa armata come “extrema ratio” è supportata da un rigoroso substrato etico circa i motivi reali, i popoli coinvolti, i prigionieri (cf. ivi, nn. 2309.2313-2314). Fermo restando che la guerra rimane una “antica schiavitù”(ivi, n.2307) da scongiurare con ogni mezzo (cf. ivi, n.2308).

I pronunciamenti del Magistero cattolico negli ultimi 90 anni, hanno fatto maturare notevolmente la coscienza cristiana di fronte alla guerra, eliminando del tutto il concetto di "guerra giusta" a favore di una proporzionata legittima difesa. Papa Benedetto XV, agli albori del XX secolo, parla di: “Abbandono della guerra […] diminuzione progressiva degli armamenti” (Nota ai capi dei popoli belligeranti, 1° agosto 1917). Numerosi gli appelli di Pio XI e Pio XII : " Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra" (Radiomessaggio di papa Pio XII rivolto ai governanti e ai Popoli nell'imminente pericolo della guerra, 24 agosto 1939). Una frase forse oggi scontata, ma non quando venne pronunciata :  impopolare, fuori coro e inascoltata, soffocata dalle  martellanti campagne propagandistiche dei Governi, protese ad eccitare l'euforia bellica dei cittadini.

Un'indubbia pietra miliare è la Lettera Enciclica di Giovanni XXIII, “Pacem in terris” (1963), che denuncia: “Come nelle comunità […] più sviluppate[...]si continuino a creare armamenti giganteschi […] ; gli stessi cittadini di quelle comunità politiche [vengono] sottoposti a sacrifici non lievi" (n.59). Da notare come l'ultima affermazione("gli stessi cittadini [...] vengono sottoposti a sacrifici non lievi") collimi coll'argomento in questione. Il Documento richiama poi all'uso corretto della ragione, dal quale non può che scaturirne  disarmo progressivo/integrale ( cf. nn. 60-63).

Il Concilio Ecumenico Vaticano II (1962/65), nella “Gaudium et Spes” condanna a chiare note “l'inumanità della guerra” (n.77) ribadendo che “il progresso delle armi scientifiche [incluse quelle testate nei poligoni nostrani] accrescono l'orrore e l'atrocità della guerra” (n.80).

Paolo VI e Giovanni Paolo II riesprimono in termini radicali i pronunciamenti del Concilio. Nell'accorato appello di Paolo VI lanciato dalla sede delle Nazioni Unite nel 1965 (“Non più la guerra! non più la guerra!”), si condensò un insindacabile discredito verso ogni tipo di conflitto armato. Un grido che il Papa espresse ripetutamente e in vari modi durante il corso del suo pontificato.

Giovanni Paolo II, instancabile sostenitore del disarmo totale, fece suo l'appello di Paolo VI: “Mai più la guerra!” (Angelus del 16 marzo 2003). Il suo lungo mandato petrino fu lastricato da numerosi interventi contro gli armamenti e i conflitti. Alcuni di essi (di questi interventi) si esplicitarono in concreti interventi. Penso alla febbrile attività della Diplomazia Vaticana per la cessazione del Conflitto del Beagle (1978-1984), dei Balcani (1991-2001), della Guerra del Golfo (1990).
Lapidaria fu l'affermazione del Papa nel discorso di Coventry, il 30 maggio 1982: “La guerra dovrebbe appartenere al tragico passato, alla storia; non dovrebbe più trovare posto nei progetti dell'uomo per il futuro”

Bendetto XVI ha ripreso il grido dei suoi Predecessori, per niente assimilabile a mero slogan religioso/pacifista, inequivocabilmente intriso dell'inscalfibile dignità di ogni persona : “Mai più la guerra!” (Assisi, 27 ottobre 2011)

Alla luce di tutto ciò: siamo così sicuri che l'uso indiscriminato dei poligoni (in Sardegna e nel mondo) risponda alle reali esigenze della legittima difesa? Ne dubito. Forse che la compravendita in armi sarebbe troppo poco redditizia per reggere un mercato di sole, essenziali e rigorosamente regolamentate difese nazionali? Penso di sì.

E in chiusura... la buona notizia. Il Governo Italiano ha stanziato € 25. 000.000 per dare il via alla bonifica dei poligoni di Quirra, Teulada e Capo Frasca, pari a “75 milioni complessivi” (comunicato stampa del Sindaco di Villaputzu) per il triennio 2013/15. Lo stesso comunicato - che stima in 500 milioni l'ammonto necessario per una bonifica ben fatta (non me ne indento, ma mi paiono ancor pochini!) - riconosce la positività del primo passo dato. Apprendo inoltre, circa l'inizio dei lavori, previsto in gennaio 2013.

La conoscenza dell'attuale corso dei fatti mi svanisce, e ingenuamente mi chiedo se i lavori siano iniziati nella data fissata e... cosa significhi in concreto “bonificare” : vuotare il portacenere una volta per tutte ?

A poco varrebbe spegnere una sigaretta per accenderne un'altra. Si volterà pagina solo quando le macabre simulazioni (che simulazioni non sono) apparterranno definitivamente “ al nostro tragico passato, senza più trovare posto nei progetti delle generazioni attuali e di quelle future” 4.

("Tutto ciò che è sottratto agli armamenti per aiutare i Popoli sottosviluppati, è già un cammino..." - Giorgio la Pira) 

                                                                                                             Ignazio Cuncu Piano

Catechismo della Chiesa Cattolica
2  Mario Lancisi, “Il Vangelo contro la Mafia”, Piemme, 2013, prefazione.
Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, 1965
4  La frase, da me adattata, è la medesima di Giovanni Paolo II riportata più sopra.

POSTILLA (09 settembre 2013).

Come ulteriore segno di maturazione del magistero ordinario,  riporto alcune parole di papa Francesco tratte, sia dall'omelia nella veglia per la pace in Siria, lo scorso sabato c.m. (“abbiamo prefezionato le nostre armi, la nostra coscienza si è addormentata, abbiamo reso più sottili le nostre ragioni per giustificarci”) che dall'Angelus del giorno seguente (dire no alla violenza della guerra in tutte le sue forme, dire no alla proliferazione delle armi e al loro commercio illegale […] ; sempre rimane il dubbio [ che le diverse guerre che si combattono siano un pretesto] per vendere queste armi nel commercio illegale”), il cui raggio morale mette in questione amche le dubbiose operazioni nei poligoni nostrani.

domenica 12 maggio 2013

BEN OLTRE GLI ALLORI - (dal blog: UNCOMUNECITTADINO, 12 maggio 2013)

Giorni fa mi è sorto il desiderio di rimembrare, aiutandomi con qualche youtube appropriato, le vicende che videro come protagonisti: il Cagliari, Gigi Riva, i suoi compagni di squadra e il popolo sardo. Mi soffermai più che altro su una registrazione che raccontava questa sorta di epopea, su un filo conduttore tracciato dallo stesso ex calciatore. Non nascondo d'esser stato toccato emotivamente, poiché, seppure piccolo all'epoca, le emozioni dello scudetto e delle prodezze del “goleador”, le potei respirare tutte attraverso l'entusiasmo generale degli adulti chi vivevano intorno a me.

In questa “intervista-documentario”, Gigi Riva parte dagli inizi, nel suo paese d'origine: Leggiuno. Ne rimarca l'infanzia, l'adolescenza e la gioventù segnata dalla prematura morte dei genitori, dagli anni cupi trascorsi in un collegio-internato caratterizzato da una severità fuori luogo, dalle varie circostanze difficili che colpivano i bambini orfani e poveri degli anni '40 e '50. Drammi che ne segnarono l'esistenza, il carattere; drammi che col tempo si son trasformati in saggezza ed empatia con chi soffre. Drammi che nemmeno l'esuberante carriera professionale è riuscita a colmare del tutto, se quasi alla soglia dei settant'anni, quest'uomo  sente ancora di dover dichiarare: “Sarei disposto a rinunciare a molte glorie che la vita mi ha offerto, per un'infanzia diversa”.

Ma a volte la vita è bene guardarla al contrario, o al rovescio se si vuole. Si, al rovescio, come le magliette che a volte indossano alcuni giovani. Eh sì, perché a volte, guardando la vita al rovescio, si possono scorgere svantaggi che si trasformano in... vantaggi. E io credo che  nel giovane Gigi Riva, quella perfetta simbiosi tra carriera calcistica, legame affettivo e identificazione quasi-etnica con un popolo popolo che come lui era segnato da una storia umiliata e sofferente, sia sorto proprio dal desiderio di trovare, insieme a questo popolo che ha saputo capirlo, amarlo e rispettarlo, il rovescio di questa comune storia di sofferenza.

È per questo motivo che la  storia di Gigi Riva è molto più di una brillante carriera calcistica. ed è per questo motivo che la sua storia porta il sapore originalissimo di quegli avvenenti che sanno smentire i tradizionali (e a volte banali) sillogismi così come la filosofia aristotelica ce li ha insegnati: “Il giovane calciatore varesino è più che promettente; e siccome si muove nella geografia dei grandi club calcistici del nord Italia , ergo: una di quelle squadre sarà la sua naturale culla di glorie!”.

Mentre invece... niente di tutto ciò, anzi il contrario! Il rovescio. Un rovescio inizialmente offerto dal caso (non fu lui a decidere di approdare nell'Isola, anzi...!), ma poi: un rovescio fatto proprio da una serie di decisioni personali e umanamente vincenti.

Ma torinamo a un po' di cronaca. Nel '63 viene acquistato dal Cagliari e ivi approda, con la forte (ma non profetica) percezione di non rimanerci troppo a lungo su quel lido così lontano dall'Italia, con un prato da gioco evanescente, più simile al poco distante deserto sahariano, che a un tappeto calcistico dovutamente amministrato.

Forse, a pensarci adesso, sono proprio questi umili esordi che, per la paradossale legge del contrasto, daranno più enfasi ai trionfi ottenuti in seguito e all'attaccamento affettivo ed effettivo verso la squadra e le genti sarde. Perché non v'è gloria più sentita che quella costruita dal basso, dall'umile (e umiliato) substrato, contro venti e maree, senza che nessuno ti regali niente. E nel Cagliari di quei tempi, di umile c'era proprio tutto: la condizione della squadra, il Popolo che le faceva da cornice, il già menzionato campo da gioco, il carattere di quel giovane lombardo appena sbarcato. E i legami più veri e duraturi, solitamente, portano il marchio di quell'umiltà che nasce dalla dignità e produce dignità.

Conosciamo tutti gli sviluppi di quel sodalizio che ebbe come apice agonistico lo scudetto del '70, ma che in termini umani ha superato di gran lunga le glorie calcistiche.

Così, in quegli anni, si scrissero forse i tratti più salienti della storia di una squadra che seppe ascendere le vette calcistiche grazie ad un felice amalgama che faceva perno senz'altro nella genialità di Riva, ma anche nella saggezza degli allenatori (si pensi a un Manlio Scopigno) e nell'affiatamento e professionalità degli altri giocatori, malgrado arbitri disonesti, spesso senza troppo nascondere, durante le partite favorissero le grandi squadre del nord. Ma il Cagliari era diventato una "grande squadra". E l'evidenza, si sa, non è un opinione, e  non la si può nascondere. Non è un caso che in quegli stessi anni l'organico della Nazionale azzurra integrasse diversi giocatori Rossoblu.

Ma torniamo a Gigi Riva. Ci sono aspetti nella personalità di quest'uomo che per la loro peculiarità fanno da controluce allo scandaloso mercanteggio dell'odierno calcio. Mi riferisco a quegli storici rifiuti opposti alle insistenti e insinuose proposte dalle grosse società calcistiche di allora. Molti ricorderanno l'umiliante paradosso a cui sottostette l'Inter, che offrì (senza esito) cifre esorbitanti pur di acquistare quel giocatore che qualche anno prima essa stessa aveva scartato in un provino (Riva giocava ancora nel Leggiuno).

Che effetto farebbero, oggi, nel mondo del calcio, quei “signorili rifiuti” da parte di un giocatore, che potendo toccare tutti i cieli con un dito, scarta la possibilità di tracciare la propria carriera nelle più quotate Associazioni calcistiche italiane ed europee dell'epoca?

Sappiamo bene che la decisione di rimanere “nel Cagliari e a Cagliari”, va ben oltre il fatto sportivo e la fedeltà alla squadra, ma soprattutto a un popolo che lo ama in maniera così congeniale al suo carattere, s'inquadra in una fedeltà dalla semantica quasi sponsale: “nella buona e nella cattiva sorte”. La squadra del capoluogo sardo ha attraversato infatti vicissitudini diverse: fase ascendente, scudetto, fase di alti-bassi e fase discendente. Soprattutto in fase calante, chissà, un giocatore del suo calibro avrebbe potuto benissimo maturare l'idea di congedare i Quattromori. Non sarebbe stato difficlile imbastire una più che sacrosanta motivazione: “Carissimi: vi ho dato anni della mia carriera, della mia bravura. Non eravate nessuno: vi ho portato alle stelle. Ora lasciatemi seguire i miei sogni sotto altri riflettori. Ne ho pur diritto, non vi pare?”.

Sono quasi sicuro che se così fosse andata, il popolo sardo avrebbe rispettato con riconoscente nobiltà le decisioni di questo figlio adottivo. Chi avrebbe potuto sindacare simile argomentazione, in cui il nobile altruismo cede passo a lecite esigenze personali? Insomma: un “arrivederci e... non ringraziatemi: è stato bello anche per me...!”

Invece no. Quelle frasi non ci sono mai state e la decisione fu altra.

Tutto ciò, reitero, porta sapore di una scelta che non si limitò alla sola gloria - quella gloria che viene e che va! - ma che mise sulla bilancia altri aspetti, altre esperienze fatte “fuori campo”. Quali? Non so: penso forse all'ospitalità sincera, umile, dal tono familiare e un po' ingenua che spesso manifestiamo noi Sardi verso i forestieri. Quell'ospitalità generosa che sa dare molto, troppo o tutto di se': nell'abbondanza e nella restrizione. Quella stessa ospitalità che a volte si fida troppo e, a volte, rischia di essere fraintesa, abusata e manipolata da ospiti col sorriso di gomma e dal cuore ingordo, come c'insegnano alcuni episodi della nostra storia.

Nel caso di Gigi Riva quell'ospitalità trovò terreno buono: collimò con un “cuore nobile alla ricerca di sentimenti nobili”, come, per esempio, l'affetto di una famiglia. La famiglia frustrata dalla prematura moorte dei genitori. E malgrado l'affetto di una sorella che gli fece da madre, nel profondo del suo animo, quel bisogno di famiglia era ancora un vuoto da colmare. E quel vuoto - chi l'avrebbe mai detto? - si stava in parte colmando perché - o che cosa strana! - un... popolo lo stava... adottando: “Si creò dentro di me un punto d'appoggio importante; c'era il pescatore che […] ti portava a casa sua, ti faceva mangiare con i suoi figli, ti trattava come un parente. E lì pian pianino mi sono accorto che mi stavo appoggiando ad una Regione, ad una città che mi stava dando una seconda famiglia”.

E di famiglia - come già rimarcato - quel giovanotto prematuramente orfano e lontano dai luoghi e dagli affetti natii, ne sente forte bisogno; come tutte le persone dai sentimenti sani, del resto.

C'è forse un altro aspetto che ha fatto buon gioco a questo spontaneo connubio: la custodia della riservatezza. Un Popolo riservato che tutto sommato seppe rispettare e... custodire la riservatezza e privatezza di un uomo al quale volle e vuole bene. Un Popolo che seppe rispettare e custodire la riservatezza di un uomo che dà molto rilievo a quest'aspetto.

Una simbiosi creatasi spontaneamente tra un ragazzo riservato (e forse un po' introverso) ed un Popolo riservato (e forse un po' introverso). Una simbiosi che forse ha fatto scoprire a questo giovane del lontano nord, un affetto lietamente "strano" (nel senso di: diverso, altro) verso una terra e una Gente dignitosamente... strana (nel senso di: diversa, altra). Sì, strana, cioè diversa, come lo è un artista fertile di geniali novità, come lo è (per fortuna) ogni persona, come lo è ogni entità dalla forte identità-personalità propria. Quella diversità che noi Sardi (per il susseguirsi di pilotate e artificiali pressioni ideologiche e politiche che ci fanno essere ciò che, in realtà, non siamo) autopercepiamo in maniera confusa e tossica, passando dallo sterile euforismo circa una sardità per niente fondante, allo scimmiottamento dell'alterità al peggior stile "copia-incolla". È con quest'atteggiamento schizofrenico che molti Sardi hanno vissuto l'euforia dello Scudetto.

Chissà! Che forse quel giovanotto scelse di farsi adottare da questa "strana Isola", proprio perché seppe cogliere più di noi (con quell'obbiettività che a volte favorisce chi osserva "dal di fuori") quelle sottili linee di identità che innobiliscono la personalità del nostro Popolo, ma da noi percepite - per quel perverso e  non casuale gioco di specchi cui sopra - come "marchio di inferiorità"? 

Mi rendo conto che fin'ora ho evocato l'epopea di Riva in modo forse troppo scevro da punti grigi. Senz'altro ce ne sono stati. Una storia non è mai del tutto rosea.

Anche allora per esempio esistevano aspetti soggetti alla polemica. Penso ai conflitti di opinioni scaturiti alla vigilia della costruzione del nuovo stadio, in una Cagliari che aveva urgenza di certi servizi primari (come un nuovo ospedale, a detta di molti). Penso alle polemiche sulll'appoggio economico offerto dalla Regione alla squadra Rossoblu. Penso alla stessa retribuzione del Nostro, ingente se proporzionata ai tempi.  Penso allo zampino dei vari Moratti, Rovelli, nefasti Feudatari della Sardegna di quei tempi. Fomentando l'euforia sportiva, i loro velenosi affari (velenosi in tutti i sensi) fruiti dai mostri chimici collocati nell'Isola (costruiti coi soldi dei Sardi), si sarebbero ingraziati  un po' più di bonomia popolare. Anche per la fiammante Nazione (con tanto di "dogana razziale") adiacente alla Sardegna, ribattezzata "Costa Smeralda" (il suo vero nome è "Monti di Mola"), lo Scudetto avrebbe significato una prestigiosa reclame. Penso ai problemi personali che, immagino, può aver avuto Riva nella vita personale.

Ma al di là di tutto ciò, il rapporto tra quest'uomo timido e l'Isola ha saputo collocarsi molto oltre i confini contrattuali, divenendo così una storia fatta di di calore umano e non di compravendita mascherata da sorrisi di gomma.

Ed è proprio quest'ultimo aspetto che la rende: bella, nobile e ancor oggi non appassente.

                                                                                                     Ignazio Cuncu Piano

giovedì 25 aprile 2013

SARDEGNA: LA NAZIONE DALLE INNOVAZIONI NEGATE ?


Se in quest'articoletto volessi convincere ad usare l'aggettivo “rosso” per indicare il colore verde, o che “onesto” significa “corrotto”, o che le Alpi siano una vasta pianura; o a dimostrare scientificamente che i telefoni hanno sentimenti, molto probabilmente a chi legge verrebbe da sorridere, o quanto meno da sospettare che il mio cervello cominci a far cilecca!

Eppure bisogna ammettere che in molti aspetti fondanti della vita, noi pensiamo con la stessa distorta metrica cui sopra gli esempi, semplicemente perché alcuni addetti ai lavori, nel passato e nel presente, hanno avuto la disonesta abilità di adulterarci la realtà dei fatti attraverso un perverso gioco di specchi.

Il colmo del paradosso in questa “truffa del reale” si dà quando, assuefatti ormai al “falso storico accettato come autentico”, sorridiamo (a mo' di presa in giro) o mugugniamo sospettosi davanti a chi, con onesta lucidità intellettuale, vuol restituircene l'interpretazione adeguata.

La realtà di fondo che tutti dovremmo tener presente, sempre, è che la vita risulta molto meno inquadrabile (va molto più in là) di quanto alcuni abbiano voluto e vogliano farci credere! Lo stesso dicasi della storia trascorsa, spesso narrata in dissonanza circa la misurazione oggettiva dei fatti.

Se trasportiamo il discorso sulla realtà sarda, potremmo soffermarci su miriadi di falsi luoghi comuni (incentivati dall'opportunista di turno) che hanno trovato buona accoglienza nel nostro mal nutrito bagaglio storico e nella nostra sbiadita e manipolabile auto-percezione.

Pensiamo al più infame, falso e dannoso assioma a noi ben noto: “niente di nuovo [cioè: di buono] è mai sorto dall'Isola”, quasi fosse stregata da arcani e arcaici immobilismi cosmici! Mentre: “tutta la novità è arrivata da al di là del mare”. Se ci si pensa bene, si tratta di un'asserzione a dir poco ridicola; eppure ha fatto e fa breccia... !

Complice di tale leggenda nera è stata, fino a qualche decada fa, una certa classe - pseudo? - intellettuale nostrana, la quale, consapevole o meno (non sta a me giudicare), ha dato cattedra, insegnando, o forse più banalmente, ripetendo pregiudizi storici e antropologici scarsamente documentati.

Oggi per fortuna le cose stanno cambiando: storici ed archeologi riportano sempre più alla luce del vero le innovazioni sorte (e a volte esportate) in seno alle civiltà autoctone e alla vita propria della Nazione sarda.

Dal mare son certo arrivate cose buone, ma anche guai. Che dire se si pensa che i saccheggi di ingenti risorse sono stati (e sono) opera dei Civilizzatori (!) di turno? Chi direbbe che il banditismo fu incoraggiato da inique decisioni oltremare, che alterarono l'ecosistema economico/sociale isolano, basato su tutt'altre (e più sane) regole di convivenza? Che pensare sull'ambiguo “Piano di Rinascita” del secondo dopoguerra, il quale, anziché favorire un tessuto di piccole industrie sintonizzate colla vocazione artigianale, agricola, pastorale, turistica, ha innalzato mostri chimici, devastanti (in tutti i sensi) e precocemente fallimentari? E le basi militari? Enormi teatri di misteriosi addestramenti a favore dell'industria delle guerre destinate a Paesi poveri (gli unici destinatari dei contemporanei conflitti bellici). E così di seguito.

Mi piace però ripetere che le cose stanno progressivamente cambiando, in parte grazie al già citato processo di sana revisione della storia remota e recente (cf. Omar Onnis, "Tutto quello che sai sulla Sardegna è falso", Arkadia, 2013), in parte grazie a tante persone di buona volontà che “coi fatti” stanno dimostrando a se stesse e agli altri che tante stupide e false etichette non valgono le radici ricche e profonde di un popolo dignitoso e creativo.

Certo, da qui a che cambi la mentalità ce ne vorrà ancora un po'. Perché la mentalità, lo sappiamo, non è qualcosa che muta col solo dato scientifico/razionale. Sedimenta nell'ambito delle emozioni e quindi scatta in automatico, con ampio stacco sulla ragione, davanti alle sollecitazioni che rispondono a distorte ma assimilate rappresentazioni del reale. Con pazienza e costanza ci sarà da ricostruire (molti, reitero, già l'hanno fatto o sono a buon punto dell'opera) emozioni nuove basate su una "percezione reale del nostro passato-presente", costituito, niente più e niente meno , da cose buone e meno buone. Come succede a tutti i popoli, del resto.

Ma torniamo all'oggetto della la presente riflessione: le innovazioni. Non tanto quelle del passato (che ce ne sono state tante) , ma del presente storico.

Cosa può significare avere capacità innovative? Non chiudersi alla novità, ma discernerla; prendere spunto anche – perché no? - da quelle ideate fuori casa per poi metabolizzarle, adattarle al nostro (niente nasce da niente) o, prendere come buona una novità nata in casa e integrarvi aspetti già messi in atto in altri luoghi. Quest'arte eclettica vien bene solo quando si ha sana e profonda stima dell'identità culturale propria; altrimenti si rischia il  "copia-incolla" , si fanno danni e nient'altro.

È cosa sana infatti, che i benefici di un'innovazione, per essere tali, mai debbano alterare l'humus culturale specifico, bensì fomentarne la crescita. L'immolare sull'altare “dell'innovazione fine a se stessa” - quand'anche apportasse un qualche iniziale (momentaneo) beneficio economico - la dimensione identitaria, sfocerebbe inevitabilmente in una gravissima deriva globale; quindi, alla fin fine, anche economica. Al riguardo, Il già citato piano di rinascita può essere un monito tristemente calzante.

Esistono azioni innovatrici, in Sardegna, oggi?  : nell'ambito della politica, dell'economia, del lavoro, della cultura, dell'arte. Ma allora, perché non si riesce a vederle, a toccarle, ad assaporarne i frutti? Be', chiariamo innanzitutto che chi vive con mente e cuore ben disposti verso una sana auto-percezione etnica, chi vuol cercare e rischiare in prima persona su nuove strade...: le vede, le tocca, le apprezza, le sperimenta, le fomenta e in molti casi ne gode i frutti (penso al progetto “Sardex”, all'impatto positivo sulle imprese isolane, offrendo percorsi di interscambio monetario e di beni, in termini molto più umanamente sostenibili a confronto degli oppressivi circuiti bancari). Insomma: chi cerca... trova!

Si è già in tanti, per fortuna, ad aver trovato e... toccato. Ma c'è ancora molta strada da fare. È ancora tenace la poca autostima che ribassa il valore delle autoctone iniziative, annichilendole dall'umiliante e irragionevole paradosso dell'ipermetropia, che spesso ci fa mettere a fuoco solo le cose lontane. Dovremmo decisamente far indossare occhiali da lettura alla nostra visione della realtà, per renderci conto di come tante novità che nascono nell'ambito vitale nostrano, portino in se' un efficace valenza innovativa.

Eh sì, bisogna proprio ammetterlo: si mal tollera l'iniziativa nata in casa. Arriva poi il primo illuminato d'oltremare a proporre - perché no? - in buona fede, più o meno le stesse cose... e noi lì, a sgranare gli occhi sulla risolutiva novità portata dalle onde : "Ma la' ca seus...!"

Nella politica questo modo di fare è palese. Si pensi ai fatti di storia recente. Nel suffragio del febbraio 2013, sia in Italia che in Sardegna, una significativa parte dell'elettorato ha puntato su proposte alternative, verosimilmente più trasparenti e dal volto giovane. Un chiaro rigetto della politica stantia e inconcludente. Una scelta che rispetto e condivido.

Ma se penso che in Sardegna, una politica dal volto ugualmente giovane sta portando avanti proposte innovative, concrete, intelligenti, argomentate e trasparenti (osservate con attenzione da partiti italiani e di altre Nazioni) da circa una decada, quindi prima che certe idee (in alcuni aspetti) simili arrivassero dall'Italia per ricevere (dai Sardi) tanto plauso e consenso: riconosco che un po' di rabbia sui tempismi perduti... mi assale !!

A scanso di equivoci, è bene chiarire che la responsabilità non è di coloro che, con onesta intenzione ci porgono le loro proposte oltremare. Ripeto: tutto ciò che è buono ed efficacemente adattabile, venga da qui o da lì, sia bene accetto. Il problema siamo noi e i citati pregiudizi che ci precludono ai vantaggi immediati e più plasmanti che la valorizzazione dell'innovazione locale ci offrirebbe.

Morale della favola: dobbiamo sganciarci una volta per tutte da questa terribile distorsione mentale: terribile ingiustizia verso noi stessi. Sì, terribile; solo questo superlativo dà giusto peso al devastante paradosso di un popolo che reprime se stesso, che pensa di non essere ciò che è o di non poter essere ciò che può essere; un popolo che vive la favoletta del “Re nudo” ... al contrario !!

Certo: sarebbe più comodo continuare a credere di non saper innovar da noi stessi, ché il nostro comodo andazzo avrebbe ragion d'esistere! Però, purtroppo, tal capacità è a noi consona.

Ma! C'è un "ma" nella questione. La nostra storia parla di maggiore innovazione/ creatività, nei momenti in cui siamo stati liberi e sovrani, nei momenti in cui ci siamo autogovernati. Viceversa, la nostra stessa storia ci racconta pesantezza "nel crescere" e spesso regressione, nei periodi di forti condizionamenti (dominazioni) imposti da entità politiche esterne.

Forse, bisognerebbe rifletterne i profondi perché, analizzare se qualcosa di simile non accada ancor oggi, ed assumerne tutte le derivanti... in prima persona.

                   Ignazio Cuncu Piano

domenica 14 aprile 2013

IL PARADISO DEI BACHI CHE VESTIRONO LA ZARINA

(Breve biografia di Francesca Sanna Sulis)

Non intendo narrare la Russia degli Zar, l'India dei Mahatma, la Cina Imperiale e nemmeno il Medio Oriente delle Mille e una Notte. Senz'altro queste grandi culle di civiltà lo meriterebbero, ma non adesso.

Desidero invece raccontare un'avventura molto più vicina e bella. Bella perché meravigliosamente normale e geniale al contempo. Un'avventura costruita da gente normale che sa rendere geniale e creativo il quotidiano. Si tratta di una lunga storia che ha come protagonisti donne sarde, uomini sardi e la Sardegna; una storia che fino a qualche anno fa, ahimè, non conoscevo. Una storia che va raccontata, perché apporta alla nostra memoria un tassello felice. E di tasselli felici la nostra storia ne ha talmente tanti, che se dovutamente disposti e incastonati assieme a quelli... meno felici, sarebbero, o meglio...  sono in grado di offrirci un quadro del nostro trascorso assai più equo rispetto ai racconti di certi catastrofisti cantastorie.

Mi appresto a raccontare, con poche ed imprefette pennellate, l'avventura di alcuni bachi da seta, i quali:

Scoprirono come il clima e l'ecosistema della Sardegna, fosse perfettamente rispondente alle loro vitali esigenze. E chi si trova a suo agio in un luogo, di solito ci fa casa, mette su famiglia e vi impianta bottega, soddisfatto e creativo. E fu proprio quello che i nostri laboriosi animaletti fecero in questo lembo paradisiaco del mondo: cominciarono di buona lena a tessere il prezioso filamento con quel tocco in più d'eleganza e precocità offerti dal vantaggioso contesto ambientale”.
La cosa sarebbe passata certo in sordina se non fosse caduta sotto l'attenta osservazione di una donna intelligente, intuitiva, audace, colta, imprenditrice, organizzatrice, sensibile ed efficacemente impegnata nella promozione umana: Francesca Sanna Sulis”.

Francesca Sanna Sulis* nasce a Muravera, nel 1716, in seno ad una famiglia benestante dedicata all'agricoltura, all'allevamento ed al commercio. All'età di 19 anni convola a nozze con Pietro Sanna Lecca, brillante giureconsulto cagliaritano.

I due coniugi fissano la loro dimora nel capoluogo isolano. Qui Francesca approfondisce la propria formazione culturale, con un taglio, oltre che umanistico, sociale ed imprenditoriale. Si tratta di uno studio non fine a se stesso, ma proteso a fini di alto volo, squisitamente nobili.

L'attenzione sociale della Sanna Sulis infatti è rivolta alle giovani generazioni delle classi più povere, con particolare attenzione alla condizione delle ragazze. Queste ultime sono doppiamente disagiate per l'impossibilità di crearsi un'indipendenza economica (la dote matrimoniale, per esempio) che possa veicolare il loro futuro, qualora la famiglia non ne abbia le possibilità.

La Nostra comincia a prender coscienza che la propria indole sensibile, di fronte a tale miserevole scenario, non può limitarsi alla sterile commiserazione. Altri aspetti della sua stessa personalità devono esser chiamati in ballo: la capacità decisionale, la tenacia, la voglia di fare. Insomma: è troppo intelligente (da “inter lègere”: saper vedere/agire in profondità) per non capire che può e deve fare qualcosa, ché la posta in gioco è niente meno che la dignità di un Popolo: il suo Popolo.

La storia dell'umanità è densa di lieti paradossi che raccontano come cuori sensibili e generosi abbiano trasformato le più agghiaccianti situazioni umane in vere e proprie avventure di misericordia (misericordia: entrare in feconda empatia con chi ha bisogno, per produrre speranza dalla disperazione, vita dalla morte). Si tratta di uomini e donne che il più delle volte operano nell'anonimato questi “miracoli del cuore”. Peccato che i mass media, così indaffarati nel terrorizzare (per conto di chi ?! ) con continui bollettini di guerra (certo, i problemi esistono...), non sappiano – non vogliano? - trasmetterci le tante buone gesta che, alla fin fine, sono quelle che apportano linfa vitale al mondo.

Ma riportiamoci al '700 sardo. Pare che Francesca, nella tenuta di famiglia, sia sempre stata attratta dalla buona resa di alcuni gelsi, favorita dal clima e dalle caratteristiche del terreno. Saranno proprio questi alberi ed i loro preziosi degustatori, i bachi, a suggerire alla nostra protagonista l'inizio di un'avventura decisamente grande.

Decide così di incrementare un'ampia coltivazione di gelsi (nelle campagne tra Muravera e Quartucciu) e ad intraprendere, con molta audacia, l'arte della bachicoltura, filatura e tessitura. Questo tipo di attività imprenditoriale diventerà la risposta concreta al suo intimo anelo: creare un ambito di lavoro dignitoso alle ragazze e ragazzi appartenenti al popolo affamato e oppresso. Un sogno che diventa realtà. Nel giro di alcuni anni, nelle le colture di gelso e nei laboratori (allestiti coi più moderni telai dell'epoca) per la lavorazione del prodotto, trovano lavoro centinaia di giovani, per lo più donne.

Ma donna Francesca non è ancora soddisfatta. Le sue ragazze, i suoi ragazzi, meritano molto più che solo lavoro, meritano: “formazione culturale e professionale”. Quest'intuizione, oggi del tutto acquisita, per quei tempi e nella realtà di una Sardegna che persiste ancorata nel feudalesimo, racchiude una valenza quasi (o senza quasi) rivoluzionaria.

Nascono così per sua iniziativa vere e proprie Scuole Professionali, fornite di docenti tra i più competenti nel settore. Non vi si insegna solo l'arte del baco e della seta, ma anche a leggere, scrivere, studiare, “attraverso veri e mirati piani scolastici di formazione di base” (Lucio Spiga), in modo che, quelle giovani e quei giovani che si scoprano portati, possano valorizzare appieno le proprie capacità intellettuali. Alla fine del corso di formazione, ogni ragazza riceve in dono un telaio nuovo di zecca: simbolo dell'autonomia umana ed economica che un'autentica formazione deve fomentare .

Le suddette scuole, per la loro concezione articolatamente moderna, non hanno antecedenti in Europa. Il Regno d'Italia, per esempio, vedrà sorgere i suoi primi istituti professionali, dal 1859 in poi. 

E a proposito di incremento professionale, mi si permetta una parentesi storica e volutamente polemica: sarei curioso di sapere - per esempio - quanti operai sardi della Saras (sì, quella che avvelena gli abitanti di Sarroch e non solo), dalla fondazione (1965?) ad oggi, siano arrivati al top della formazione professionale e manageriale in campo petrolifero. Non ho la risposta, ma temo di rimanere deluso! Altra curiosità: quanti utili offre alla collettività sarda, la Saras (ed altre realtà industriali simili) in proporzione all'altissimo scotto ecologico (ed economico) che si sta pagando? Questa risposta sì la so... la sappiamo tutti: minimi, irrisori : è (molto) più la spesa che l'impresa !

Simile devastazione ecologica ed economica (ovvero: calpestio dei diritti umani) non si giustificherebbe nemmeno se si ribassasse il combustibile a tutti i residenti isolani (cosa che, stiamone certi, mai avverrà). Se poi c'aggiungiamo il Progetto Eleonora”, (non è la prima volta che nella storia sarda il nome di Eleonora è manipolato a danno di... Eleonora) - per fortuna massicciamente contrastato da mobilitazioni di cittadine e cittadini vocati al bene della propria Patria - eccoci che pioverebbe sul bagnato, e si arriverebbe (speriamo di no) all'ennesimo caso di sfruttamento selvaggio legalmente riconosciuto!

Insomma, non c'è che dire: i signori dirigenti della Saras (et altri!) avrebbero urgente bisogno di un intensivo corso su “etica imprenditoriale” dettato dalla settecentesca donna Francesca Sanna Sulis!

Chiudo la parentesi e torno al Diciottesimo... ché forse è meglio (non sempre il passato – per certi aspetti - è sinonimo di maggiore arretratezza rispetto al presente!).

Le già citate scuole professionali tendevano ad innalzare la qualità delle persone prima di tutto, ma anche quella del prodotto elaborato. Si trattò di un'altra idea all'avanguardia per l'epoca: la qualità rende competitivi nel commercio internazionale. La qualità onestamente pubblicizzata... premia. E la qualità premiò abbondantemente gli sforzi di donna Francesca e dei suoi amati giovani.

Fu proprio per qualità superiore, che la seta sarda venne massivamente richiesta in più parti d'Europa. Inoltre, i precoci tepori primaverili isolani anticipavano la “schiusa dei semi” di circa un mese rispetto agli altri luoghi, con gli intuibili vantaggi commerciali che ne derivavano.
Le cronache narrano addirittura di sei golette noleggiate dalla Sanna Sulis per traghettare verso i porti europei la la seta e gli abiti confezionati dai suoi laboratori.

La fama dei bachi nostrani si protende fino all'aristocrazia femminile di Casa Savoia, che richiede di essere fornita e... vestita da donna Francesca, che nel frattempo è diventata anche una prestigiosa e creativa stilista: “Per parecchi anni le sue collezioni furono proposte al pubblico milanese a palazzo Giulini” (Maria Paola Masala) .

Anche la zarina Caterina di Russia (+1796) viene a conoscenza dell'alta moda inaugurata in Sardegna, e non dubita un istante nel scegliere di “coprirsi” con cotanta morbida eleganza.

L'attività lungimirante della Sanna Sulis ( insieme a quella di altre donne che citerò più sotto), arreca un grande beneficio in tutta la società sarda, permettendo la rivitalizzazione del tessuto economico che ruota intorno agli imprendimenti da lei sostenuti: “Avviò [anche] tentativi di sviluppo dell'agricoltura […]. Queste iniziative, che intanto si estesero in varie località sarde, ebbero il merito di far diminuire il numero dei disoccupati e di evitare l'importazione dei manufatti, che a quei tempi venivano pagati a prezzi altissimi.[…] Favorì l'esportazione di [...] prodotti che portarono alla Sardegna capitali notevoli” (Lucio Spiga).

La lunga e felice avventura terrena di questa splendida donna termina in bellezza nel 1810. Si può morire in bellezza? Direi di sì. La morte può essere addirittura l'ultima opportunità per amare, l'ultimo gesto di carità (su questa terra), il tocco finale di una vita trascorsa all'insegna della... vita. Cediamo parola ad un estratto del testamento: “ In primo luogo ordino e comando che [mi] si dia sepoltura [...] nel modo più semplice e senza pompa magna alcuna […]. I beni, terre e tanche è mia espressa volontà si divida tra quei poveri [...] i più necessitati preferendo quelli di migliore estrazione e di buoni costumi”. L'amore niente trattiene e dà tutto di se'.

Pare proprio che questa “pioniera dell'imprenditoria femminile e della formazione professionale” (Masala), abbia disposto di ingenti ricchezze! Ma quando la ricchezza materiale diventa espansione d'amore, quando chi possiede tanto si fa di quel “tanto” saggio amministratore come se niente fosse suo, e tutto usa come strumento funzionale ad allargare gli orizzonti di vita di chi dalla vita ha avuto poco o niente... allora il mondo acquista colori variopinti.

Donna Francesca Sanna Sulis è stata una donna che ha saputo dar colore al mondo, ai cuori. Di questi artisti ha bisogno l'umanità!

Per avere un quadro più completo dell'imprenditoria femminile sarda dell'epoca, mi permetto di aggiungere quanto: “Anche sua sorella [della Sanna Sulis] Lucia intraprese questa professione, ma in un'altra zona della Sardegna, quella di Sassari. In quegli stessi anni altre donne si dedicarono alla bachicoltura; erano figlie del marchese Giovanni Manca di Villahermosa: Maria Caterina, Anna, Giuseppina, Maria Teresa, Antonietta e Bona. Soprattutto la marchesina Anna era molto intraprendente; soggiornava spesso fuori Sardegna per approfondire tecniche imprenditrici” (Donne e storia, ed. Kita, 2011, pag.124).

La vicenda di Francesca e di queste altre donne decisamente emancipate per i loro tempi (e anche per i nostri), richiama ad una costante nella storia sarda, attraversata da un'intensa “scia rosa” che ha lasciato tracce felici nella nostra memoria. Le giudicesse Elena di Gallura, Benedetta di Calari (tra le prime regnanti donne in Europa), Eleonora d'Arborea, Francesca Sanna Sulis e le altre imprenditrici qui citate, Gabriella Sagheddu, Grazia Deledda, Paola Satta, Adelasia Cocco Floris, Antonia Mesina, Maria Lai, Maria Giovanna Dore (e tante eroine dell'anonimato) : donne che hanno saputo esprimere, ciascuna nel proprio contesto, d'accordo alla propria indole e ai propri valori di riferimento, una granitica coerenza nel portare a termine quella missione da loro intesa come tale.

"Nelle campagne di Muravera, Quartucciu, Laconi e Sassari" (ivi, pag. 128), si possono contemplare ancor oggi numerosi alberi di gelso che ci rimandano, composti, silenti e un po' malinconici, ad una meravigliosa storia di donne e di uomini, che purtroppo non è più. Una storia che c'interpella con quella forza evocativa di ciò che, anche se già fu, potrebbe - perché no? - tornare a... essere.

Niente e nessuno regalò a questa donna ciò che ella riuscì a realizzare, la quale si trovò a dover "superare non poche difficoltà per ottenere quanto ai soli imprenditori maschi era allora concesso anche dai monti granatici, che finanziavano le imprese agricole" (Spiga, Francesca Sanna Sulis, Workdesign, 2004, pag.63). Tutto ciò che ottenne fu conquistato, palmo a palmo, dalla sua voglia di fare, di far bene e di far del bene, dalla voglia di innovare e di rischiare per sana autostima e amore alla sua amata Gente.

Non so se oggi le cose siano più facili o difficili di allora. Ogni epoca ha i suoi pro e contro. Ma di una cosa son certo: alla luce della tenacia di Francesca, qualsiasi obiezione del presente acquista il sapore di una deplorevole e smentita scusa per non fare, per non creare, per non rischiar di nostro; per rimanere riversi sul comodo pregiudizio “ch'è inutile tentare perché oggi, come sempre (?) ogni vento ci soffia contro con forza inrisalibile!”.

In effetti nell'Isola, soprattutto quando è  Maestrale, il vento soffia forte. Anche al tempo di Francesca Sanna Sulis quel vento soffiava forte. Lei riuscì a mettersi di spalle, a farsi spingere. Ma anche a navigar di bolina; e all'occorrenza, a usare muscoli propri e remi, per vogar con bonaccia.
                                                                                          
                                                                                                               Ignazio Cuncu Piano

* La maggior parte dei dati biografici, sono estratti dal libro: “Donne e Storia”, pagg. 123-129