La morte di Erich Priebke, l'11 ottobre scorso, ha riaperto una
ferita storica di non
facile rimarginazione: l'eccidio di 335
persone nelle Fosse Ardeatine.
Conosciamo tutti il detonatore di quest'abominevole fatto. Il 23 marzo
1944, in via Rasella (Roma), un gruppo di prtigiani del
GAP fece esplodere una bomba contro il Polizei-Regiment
Bozen : soldati altoatesini, quindi... italiani. La reazione dei comandi tedeschi fu di una spietatezza
inaudita: l'esecuzione di dieci italiani
per ogni soldato ucciso. Pare che le autorità militari (tedesche)
residenti in Italia, riuscirono a ridurre il massacro (nell'iniziale
delirio di Hitler avrebbe dovuto avere più ampie
dimensioni); tuttavia l'efferatezza della
rappresaglia calpestò spudoratamente i criteri sanciti dalle
Convenzioni di Guerra. D'altro canto: come stupirsi? Come non
immaginare una reazione drasticamente violenta da parte di un Regime
(quello Nazista) che usava la ferocia e lo sterminio come prassi abituale?
Ignoro le ragioni di fondo che spinsero i partigiani comunisti a un'azione (l'attentato) che considero un
“sovrappiù di violenza” che non sortì nessun effetto, se non quello di inasprire le posizioni nemiche. Inoltre gli Alleati, cioè coloro che effettivamente liberarono l'Italia dai Nazisti, erano ormai a pochi chilometri dalla Capitale.
Come molti, anch'io mi chiedo perché quei partigiani non si siano consegnati subito - per evitare ritorsioni su altre persone - , allo stesso modo del carabiniere Salvo D'Acquisto (+23 settembre 1943) o del finanziere Vincenzo Giudice (+16 settembre 1944), i quali si addossarono colpe non loro pur di salvare vite innocenti.
I partigiani erano perfettamente al corrente dell'inevitabile rappresaglia che avrebbero scatenato. Tutti i romani ne erano al corrente. Il comando tedesco infatti, aveva affisso per tutta la città numerosi manifesti che a chiare note ammonivano sulle severe ritorsioni che sarebbero scaturite da ogni eventuale attentato.
Come molti, anch'io mi chiedo perché quei partigiani non si siano consegnati subito - per evitare ritorsioni su altre persone - , allo stesso modo del carabiniere Salvo D'Acquisto (+23 settembre 1943) o del finanziere Vincenzo Giudice (+16 settembre 1944), i quali si addossarono colpe non loro pur di salvare vite innocenti.
I partigiani erano perfettamente al corrente dell'inevitabile rappresaglia che avrebbero scatenato. Tutti i romani ne erano al corrente. Il comando tedesco infatti, aveva affisso per tutta la città numerosi manifesti che a chiare note ammonivano sulle severe ritorsioni che sarebbero scaturite da ogni eventuale attentato.
Ma torniamo alle responsabilità non assunte: perché gli autori dell'attentato di via Rasella non si costituirono ai comandi Nazisti, per salvare le vittime della rappresaglia? Alcui anni dopo, gli stessi ex-partigiani addussero a propria difesa che quell'attentato fu un'azione di guerra. La
mancata consegna al nemico rispondeva a quella logica: erano
combattenti, forze di contrasto contro il nemico invasore, e il loro compito non era costituirsi, ma seguitare nella... guerra
per la liberazione del popolo italiano. Precisarono inoltre che la previsione di rappresaglia (su altri) non avrebbe impedito l'attentato.
Peccato che questi “condecorati al valor militare” si
siano dimenticati che il codice etico di guerra (scritto o non
scritto non fa differenza) afferma che la popolazione civile debba essere
difesa ad oltranza - con l'offerta della vita se necessario - da parte di coloro che
presumibilmente si sono rivestiti di tale compito: come, per esempio, certi sedicenti partigiani.
Dedico questa riflessione all'adolescente Pietro Zuccheretti, dilaniato dall'esplosione di via Rasella. Lasciato in ombra dalla storia.
Ignazio Cuncu Piano.
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