Accolgo con gioia e soddisfazione la notizia sull'Unione Sarda di oggi: "... Lingua sarda nel rito: prime aperture". Non c'è dubbio che questa saggia decisione dei Vescovi sia una risposta - oltre che al buon senso - all'accorato anelo non solo di moltissimi fedeli, ma anche di coloro che pur non avendo fatto una scelta di fede, sanno leggere nell'enorme serbatorio sacro "in limba", un non indifferente Patrimonio dell'Umanità. Una ricchezza che beneficia i sardi e l'Umanità intera quindi (la quale attinge unicamente dalla cultura di ogni popolo di cui è composta).
Se c'era qualcuno - soprattutto negli ambiti clericali - che serbava dei dubbi circa l'idoneità della lingua (sarda) ad esprimere concetti liturgici, teologici, o formule sacramentali, questa notizia reca una smentita finale. Si è trattato di un dubbio tanto dannoso quanto sciocco, del tutto anticulturale, che ha arrecato solo danni e ritardi! Perché - siamo seri! - se si può esprimere una formula sacramentale in cinese, in malayalam, in lingua curda o kirghisa, in furlan o in kirundi: qualcuno saprebbe spiegarci perché in lingua sarda no? Del resto: le nostre Genti hanno parlato in sardo - con Dio - per circa duemila anni. E Dio le ha sempre ascoltate e... capite!
Mi sia concesso ora un amabile rimprovero ai nostri Presuli: "Ben svegliati cari Vescovi sardi! Perché - siate sinceri! - finora non avete mai dato peso all'importanza della liturgia in lingua madre, prestando disattento ascolto ai tanti del Popolo di Dio che ve lo chiedevano. Ora, siccome lo auspica il Papa...!". Ad ogni modo: meglio tardi che mai.
Questa "estetica" decisione dei Vescovi, porta anche una sfumatura di dovuto ripristino, di azione riparatrice. Alcuni - molti? - preti infatti, interpretando malamente il Vatcano II (che da tutt'altra parte andava), si arrogarono il diritto di eliminare, dall'oggi al domani e senza consultare la comunità dei fedeli (!), preziosi riti in sardo, densi di spiritualità millenaria tramandataci dai nostri progenitori nella fede. Come fu possibile che questi capolavori della devozione siano stati considerati, di punto in bianco, inadatti alla trasmissine di così alta spiritualità. La risposta c'è, ed è alquanto superficiale: stava prendendo piede la moda dell'italiano, la moda del... moderno. Moderno: vaga chimera; termine ambiguo e pericoloso, di fronte al quale, tutti i termini di contrappasso (come, ad esempio: antico) dovevano tramutarsi, per forza, in mali da estirpare sì o sì.
Ma sembra che Dio se ne infischi degli imposti pseudo-concetti di modernità! E anche Maria Santissima. E così, quando la Madre di Dio apparve a Bernadette Soubirous (1858), non le parlò in "francese moderno", ma in occitano. E se la veggente fosse vissuta ad Uras, a Nuxis, a Mandas, a Bitti, a Tissi, al Ales, a Monastir, a Nuragus, a Sestu, a Soleminis o a Sinnai, la Vergine Maria le avrebbe parlato in sardo (e non in altra lingua teologicamente più affine), per manifestarle niente meno che la personale approvazione circa un dogma di fede.
Mi sia concesso ora un amabile rimprovero ai nostri Presuli: "Ben svegliati cari Vescovi sardi! Perché - siate sinceri! - finora non avete mai dato peso all'importanza della liturgia in lingua madre, prestando disattento ascolto ai tanti del Popolo di Dio che ve lo chiedevano. Ora, siccome lo auspica il Papa...!". Ad ogni modo: meglio tardi che mai.
Questa "estetica" decisione dei Vescovi, porta anche una sfumatura di dovuto ripristino, di azione riparatrice. Alcuni - molti? - preti infatti, interpretando malamente il Vatcano II (che da tutt'altra parte andava), si arrogarono il diritto di eliminare, dall'oggi al domani e senza consultare la comunità dei fedeli (!), preziosi riti in sardo, densi di spiritualità millenaria tramandataci dai nostri progenitori nella fede. Come fu possibile che questi capolavori della devozione siano stati considerati, di punto in bianco, inadatti alla trasmissine di così alta spiritualità. La risposta c'è, ed è alquanto superficiale: stava prendendo piede la moda dell'italiano, la moda del... moderno. Moderno: vaga chimera; termine ambiguo e pericoloso, di fronte al quale, tutti i termini di contrappasso (come, ad esempio: antico) dovevano tramutarsi, per forza, in mali da estirpare sì o sì.
Ma sembra che Dio se ne infischi degli imposti pseudo-concetti di modernità! E anche Maria Santissima. E così, quando la Madre di Dio apparve a Bernadette Soubirous (1858), non le parlò in "francese moderno", ma in occitano. E se la veggente fosse vissuta ad Uras, a Nuxis, a Mandas, a Bitti, a Tissi, al Ales, a Monastir, a Nuragus, a Sestu, a Soleminis o a Sinnai, la Vergine Maria le avrebbe parlato in sardo (e non in altra lingua teologicamente più affine), per manifestarle niente meno che la personale approvazione circa un dogma di fede.
Eppoi: l'animo innamorato di Dio, è capace di conformare, di forgiare e cesellare... "nuovo linguaggio dentro il linguaggio": modificando termini e creandone di nuovi, così da rendere la lingua stessa più malleabile nell'interpretazione ed espressione delle sublimi manifestazioni che lo Spirito Santo sa suscitare nel dialogo creativo tra l'anima e Dio. È quello che succede, per esempio, nei Goccius, ove troviamo termini specifici al sacro, non usati nel parlare corrente; è quello che succede anche nella lingua italiana e in altre lingue. Chi conosce a fondo l'inglese, per esempio, sa che nel leggere la bibbia o un libro di mistica cristiana, potrà trovare innumerevoli vocaboli sconosciuti al linguaggio ordinario, sia per la loro arcaicità, sia per la specificità di ciò che esprimono.
L'esperienza degli autori sacri è emblematica al riguardo: pensiamo ad esempio all'evangelita Giovanni, che spesso ha spesso esposto la fraseologia greca al limite della grammatica, per esprimere con più aderenza possibile l'inesprimibile bellezza del Messaggio divino. O alle sgrammaticature e spesso sgraziature di alcuni versetti biblici, attraverso i quali, paradossalmente, Dio ci condivide aspetti - di per se' indicibili - di se stesso.
Nella stessa linea: pensiamo all'Antico Testamento nel suo insieme. Fu redatto in una lingua essenziale, ricca di non troppi vocaboli, tendenzialmente basata sul visibile, finalizzata a descrivere un ambito agropastorale, quindi poco affine ad esprimere l'eterno. Eppure Dio face la sua strana scelta; pur potendo disporre già da allora - nello stesso bacino del Mediterraneo e nella geografia medio-orientale - di lingue più raffinate ed evolute!
Riassumendo: non solo la lingua sarda è idonea al sacro, ma attraverso il compendio dei testi sacri auspicata dai nostri Presuli (speriamo che si faccia davvero!), la lingua sarda-sacra ci restituirà alla memoria innumerevoli-poco noti-espressivi vocaboli. C'è di più: la ripresa della preghiera in sardo, contribuirà, coe già sopra, alla nascita di ulteriori termini, che in modo sempre più vivo e attuale, sapranno esprimere la progressiva maturazione della comunità dei credenti all'interno dell'inesauribile bellezza delle cose di Dio.
Questa nuova avventura "nella fede", ci riavvicinerà, lo auguro, alla genuinità del nostro essere Chiesa Cattolica: un unico messaggio di salvezza inculturato nello specifico humus de tutti gli uomini: " Di ogni tribù, lingua, popolo e nazione" (Apocalisse 5, 9b).
Ignazio cuncu Piano.
Nessun commento:
Posta un commento