venerdì 21 dicembre 2012

L'ECONOMIA DEI DEBOLI

Natale - anche nella percezione di molti non credenti - è la festa dei deboli, dei diseredati, dei perdenti, oppressi dalle varie ingiurie della vita. Natale in poche parole è la festa degli “sfortunati dell'esistere”. La simbologia dei pastori, primi destinatari del lieto annunzio fatto dagli angeli (cf. Lc 2,8-20) dice per l'appunto un Natale che si fa lieta notizia per gli emarginati, nell'ambito sociale e morale (i pastori dell'ambiente giudaico non erano affatto avvolti dal romanticismo bucolico dei nostri variopinti presepi. In un ecosistema socio-religioso ove le accumulate, puritane e spesso ritorte glosse rabbiniche rendevano la fedeltà alla Legge insostenibile per il popolino, i pastori, per la loro vita randagia, non igienica e spesso dedita alla violenza, al furto, erano considerati tra la peggiore feccia d'Israele. Maledetti da Dio, senza salvezza; di certo sterminati alla venuta dell'atteso Messia giustiziere).

Non è mia intenzione mandare di traverso il panettone a nessuno, ma invitarmi (e invitare) a non espropriare questa festa della sua peculiarità più vigorosa: la speranza. E la speranza, si sa, va offerta soprattutto a chi non ha più motivi per sperare. Fa parte della logica dell'amore di Dio; quella logica di misericordia che pervade tutta la Storia Sacra. Quella logica che spinge Dio stesso a nascere uomo nella persona del figlio Gesù (quest'avvenimento - e nient'altro - ci ricorda il Natale). In Lui Dio entra nel tessuto della storia, nella povertà umana, svuotandosi, in un certo senso, dalle prerogative della Sua stessa divinità (cf. Fil 2,6-8). Viene a nascere in questo modo nella piena condivisione della normalità umana che, per un Dio onnipotente, ha valenza di estrema povertà. Povertà che condividerà fin nella morte - e morte infame (cf. ib 2,8; Gal 3,13) – per la salvezza di ognuno di noi.

Chi desidera vivere questa solenne festa (il Natale) in aderente spirito di fede (o in umana coerenza), non può escludere dalle proprie scelte di vita la condivisione con chi è nella necessità. Ma: chi è nella necessità? L'antropologia cattolica ci viene in aiuto: ognuno di noi, stringi stringi, è un necessitato. Sì: siamo - poiché umani - ontologicamente bisognosi. Non bastiamo a noi stessi. Dio ci ha fatti così. Ma non si è posto nessun problema circa questa nostra intrinseca limitatezza creaturale, visto che Egli stesso - e con immenso piacere - supplisce colmando i nostri aneli più essenziali e mai sazi ( vivere, essere amati, amare, gioire, godere...) con la sua eterna Perfezione Amante.
Ma se è vero che tutti siamo poveri, è pur vero che esistono - come ricordava la Madre Teresa di Calcutta - dei “poveri fra i poveri”. Sorelle e fratelli nostri di ogni età, che per diverse ragioni portano impresse nelle carni, nello spirito: segni, cicatrici di povertà, di dolore, di bisogni estremi.

Ma che c'entra tutto questo col titolo del post (l'economia dei deboli)? Tanto; forse tutto.

Se siamo d'accordo che le povertà più sopra espresse siano una minaccia agli essenziali aspetti dell'umano, spingendolo nel confine dell'esistenza non umana, siamo anche d'accordo che tutto, in uno Stato di Diritto che si dica moderno, debba concorrere – economia inclusa – al loro superamento.
In effetti, il “Certificato di Civiltà” di uno Stato di Diritto trova luogo proprio nella salvaguardia delle persone, avendo le più deboli come punto di riferimento. Deboli perché socialmente sfavorite; deboli per salute cagionevole, per handicap; deboli perché bambini, anziani, donne, immigrati, carcerati,...

La costante e naturale attenzione ai più deboli, per esser tale (quindi efficace) ha da toccare tutte le istanze della vita civile: dall'urbanistica (penso, per esempio, a quanto sarebbe più vivibile “per tutti” una città ideata per gli handicappati e per i bambini) ... all'economia.

Sarebbe a questo punto ingiusto non evidenziare gli enormi passi dati(in alcune parti della popolazione umana) in questo senso: nel campo medico, della legislazione sulle previdenze sociali eccetera. Ma è altrettanto doveroso e giusto fare continua autocritica per mettere in evidenza che soprattutto la filosofia del profitto, non sia così naturalmente incline verso i più deboli. L'ancestrale istinto alla legge della giungla, pur ampiamente abolito (e ne prendiamo felicemente atto) in tanti ambiti della vita civile, è in buona parte persistente - mimetizzato da altisonanti tecnici eufemismi - nei modelli finanziari vigenti. Lo vediamo nella macro-economia: vera e propria “struttura di peccato” (o, detto in termini non cristiani: di anti-vita). Padre Ellacurìa (gesuita, assassinato a San Salvador nel 1989) sottolineava come l'assetto finanziario del globo così impostato sia da considerarsi una struttura di peccato (anti-uomo) visto che per assicurare l'esuberante fatturato dei pochi, necessita far languire i molti nella miseria. La legge del più forte. La legge della giungla.

Ma, un sistema economico che escluda i molti, col tempo è votato a volgersi contro... tutti; inclusi gli stessi che in un primo momento ne sono i ristretti beneficiari. Diventa un imbuto, nel quale, un po' alla volta, tutti ci troviamo... strozzati. Qual'è la trappola ad esso (il sistema) intrinseco? La voracità egoista (su questi due aspetti, forse, tutti dovremmo fare un profondo esame di coscienza). Voracità, egoismo. Due ingredienti capaci di far collassare ogni progetto che voglia dirsi “umano”. Senza dubbio l'ambito economico è dove sono più tangibili i devastanti effetti di queste due tensioni-sorelle (voracità ed egoismo appunto) che dimorano - sempre arzille! - in ognuno di noi. Per fortuna non sono sole! Il nostro intimo è abitato da altri e altrettanto vivaci abitanti (altruismo, compassione, tenerezza, desiderio di crescere e di far crescere...) capaci di vigilare, zittire e neutralizzare (se vogliamo) le due perniciose e mai arrendevoli coinquiline.

Io non intendo di macro economie; me la cavo abbastanza nell'economia della massaia (quella che, forse, più dovrebbe essere presa in considerazione dalle macro economie). Ma sono fermamente convinto che la base di ogni sistema economico dal volto umano, si basi su un insindacabile assioma: la solidarietà: l'attenzione verso i meno protetti. Come sono convinto che un'economia di questo tipo - un economia “dal basso, che parta dai più piccoli della terra” - sia vincente, fautrice di giusto benessere... per tutti. Sì, dico bene: giusto benessere. Perché ciò che sa di sproporzione non è umano e non fa bene a nessuno: nemmeno a chi ha... sproporzionatamente.

In tempo di crisi come il nostro si nota ancor più come le finanze giochino con indifferenza verso chi è “parte debole” della società. Ed è tale (lo sappiamo) la loro influenza sui Governi che questi ultimi spesso scelgono il remissivo gioco complice. E così assistiamo a restrizioni che penalizzano ulteriormente, selvaggiamente e vigliaccamente: famiglie dove sia presente una persona bisognosa di assistenza, perché malata o handicappata (penso all'indecente comportamento del Governo italiano verso i malati di Sla); famiglie che debbano crescere i figli; anziani nelle loro ristrette pensioncine; piccole e medie imprese avviate con tanta passione e sacrifici... Altrettanto vigliaccamente non vengono toccate le scandalose spese armamentari (vedi F-35. Il Canada, l'Australia, l'Olanda e la Turchia, verbigrazia, pare abbiano rinunciato a tale acquisto); i ben noti privilegi della , tra l'altro, screditata classe politica; i grossi immobili e via dicendo.

Ma torniamo all'argomento: nella pratica, può essere vincente un'economia basata sulla solidarietà?
Sì: lo confermano tante esperienze disseminate nella storia passata e presente. Mi vien da pensare, ad esempio, a certe tribù preistoriche impostate sul principio distributivo o alle primitive comunità cristiane, che condividevano i beni per sostenere chi si trovava nel bisogno(cf. At 2,44-45; 4,32.34-35). Mi vien da pensare al Monachesimo, che convogliando la Buona Notizia in quel “ora et labora” di occidentale indole, innovò in agricoltura, architettura, farmaceutica, organizzazione civica, arte, cultura, norme igieniche... ridestando gli animi (e l'economia) delle prostrate e disorientate genti europee degli oscuri anni post Impero (Romano). Penso ai Monti di Pietà di francescana memoria, creati per facilitare liquidità alle classi più umili. Mi vien da pensare alle geniali Riduzioni gesuitiche (1610c-1767): veri e propri centri di liberazione-promozione umana, di rispettoso interscambio e reciproco arricchimento delle culture indigena-europea e di giusto benessere prodotto dal lavoro di tutti per il bene di tutti (attraverso una meticolosa attenzione alle reali necessità dei singoli). Penso ai sempre più numerosi sostenitori della saggia ed ecologica filosofia di vita conosciuta col nome di Decrescita Felice.  Penso alla Grameen bank sorta negli anni '70 in Bangladesh, dalla mente e dal cuore di Muhammad Yunus, che ha strappato tanti poveri lavoratori dalle tenaglie della fame, dagli usurai, e ha sfavorito segregazione femminile. Penso al successo del recente circuito di credito Sardex che tanta vitalità sta restituendo a molte imprese sarde sfiancate dalla crisi e dall'annichilante sistema bancario convenzionale. Penso all'economia solidale (Economia di Comunione) ideata e promossa con successo dal Movimento dei Focolari in luoghi di povertà estrema (come il Brasile), e a tante altre anonime (ma efficaci) iniziative del genere che stanno germinando in diverse parti del mondo - ma i telegiornali non si perdono in simili notiziole! - per far fronte alle necessità della gente che vive al “piano terra e scantinato”.

Un'economia “dal basso” non va confusa con elemosina, ma si coniuga con il senso più genuino (qindi concreto) della giustizia sociale. Nella Bibbia (tradotta dai Settanta) il termine greco eleemosyne (da cui elemosina) traduce il vocabolo ebraico sedaqàh: giustizia (cf. Es 22,21-24; 23,10-11; Dt 14,28-29; 24,19-22; 26,11-12). San Luca, nel suo Vangelo (particolarmente sensibile alla situazione degli ultimi, dei miseri e della condizione segregata della donna...), colloca in modo particolarmente esplicito l'elemosina nel contesto della pura giustizia sociale, inscindibile dalla prassi cristiana e umana.

Perché un'economia basata sui più deboli è proficua per tutti? In primo luogo perché contribuisce in maniera notevole alla felicità di... tutti - di chi ha e di chi non ha - in termini di appagamento emozionale e spirituale (non di sola economia vive l'uomo!” - cf. Mt 4,4; Lc 4,4) : fa bene ricevere quando si ha bisogno; fa bene sentirsi utili a chi ha bisogno. Eppoi: un bilancio che parta dagli ultimi ha una potente valenza pedagogica. Ci insegna a capitalizzare secondo una precisa scala di valori che pone la persona al primo posto. C'insegna ad “includere” e non ad “escludere” (come il sistema imperante). Ci insegna a concentrare le risorse all'interno del principio dell'essenzialità: giusto impiego aderente al giusto (e prioritario) fabbisogno. C'insegna a capire che - prendendo esempio dalle operose e comunitarie formichine - il sovrappiù va debitamente stivato, in vista di chi ne può avere bisogno (potrebbe essere ognuno di noi) e tenendo d'occhio con fare previdente anche il provento delle generazioni future (cf. *CCC, 2415) se non vogliamo che queste ultime ci stramaledicano per aver estinto follemente denari e risorse planetarie.

Si tratta dunque di cambiare stile di vita, e di molto! Perché l'attuale ci sta portando all'infelicità, o all'autodistruzione se si vuole (i due termini, nella sostanza, si equivalgono). Nel nostro caso “cambiare stile” significa: vita più sobria. Allora forse, potremmo scoprire che: risorse monetarie e risorse del pianeta bastano per tutti senza bisogno di limitare – arbitrariamente (cf. Populorum progressio, 22) – la crescita di certe Popolazioni (guarda caso quelle dei Paesi più poveri: le meno responsabili - anzi le vittime - delle occidentali rapine).

Dovremmo allora livellarci tutti al peggior stile sovchoz? No. È normale e non moralmente scorretto che ci siano persone che guadagnino, posseggano di più per molteplici oneste ragioni (come posso, verbigrazia, biasimare gli agricoltori del mio paese che, partiti dalla miseria, si sono arricchiti col proprio sacrificio?). Non è normale, quello sì, che ci siano persone che si arricchiscano abusando i beni del creato a loro uso e consumo, come se ne fossero i soli padroni (cf. Gaudium et spes, 69), che accumulino ricchezze a scapito degli altri, preventivando profitti sulle sciagure altrui (CCC, 2409).

C'è di più: la giusta e onestamente procurata ricchezza va anche sanamente goduta e condivisa. La Bibbia dice che ogni uomo deve usufruire con gioia e gratitudine dei doni del creato, messi da Dio a dipendenza della sua (dell'uomo) felicità responsabile (cf. Gn 1,26-29).

Quando si vive il lavoro - e in esso l'economia - nella suo autentico significato: l'abbellimento del creato per la gioia di tutti, oltreché da questi (il creato) procurare il giusto provento per se' e facilitare quello degli altri (non sono mai mancati, non mancano - e sono tanti - uomini e donne che lavorano con questo spirito!), si può scoprire come il lavoro sia... festa. La festa è la naturale culminazione del lavoro come più sopra inteso. Il lavoro di tutti a favore di tutti... è festa. Un'economia per tutti... è festa. La festa non è concepibile... da soli. La festa non ha successo quando gli invitati (l'umanità tutta) non sono parzialmente impossibilitati a prendervi parte.
La festa è la sana-esuberante espressione delle emozioni del cuore; quelle che si provano solo quando ci si costruisce quali persone “esistenzialmente attente” (= realizzate) ai deboli. Si fa più festa quando si ha l'accortezza a che “tutti” abbiano diritto alla festa.

Insomma: un bel maialino arrosto (annaffiato con robusto vino nero!) ha più sapore se mangiato... insieme. E chissà: se il cuore è speziato dagli intensi aromi della solidarietà, l'aromatico porchetto natalizio acquisterà ancor più... sapore.

* Catechismo della Chiesa Cattolica
                                                                                                           (Ignazio Cùncu Piano)

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