martedì 5 marzo 2013

LA STRAGE DEGLI INNOCENTI

Vista la prossimità del Conclave, si è riaccesa la polemica attorno all' arcivescovo emerito di Los Angeles. A quanto pare, questo prelato a suo tempo insabbiò casi di pedofilia consumati da presbiteri della sua ex-diocesi.

Non è mia intenzione disquisire sul porporato in questione (ancor meno giudicare le intenzioni del suo agire), ma cogliere l'occasione della polemica accennata per cercare di ri-cordare (riportare al cuore e alla mente) e rifletere su aspetti connessi al dramma della pedofilia, e in senso più ampio, sulla salvaguardia della dignità dei minori: bambini , adolescenti e - perché no? - giovani appena maggiorenni ( non è la carta d'identità che ci fa adulti).

Parto da un dato in apparenza fuori contesto. L'agire della nostra comunità umana è marcato da paradossi devastanti. La filosofia della Rivoluzione Industriale ha progettato - riuscendovi - una società di “adulti bisognosi di... consumare più del dovuto, in modo compulsivo”. Come? Facendo sì che (qui il paradosso) tali adulti permangano in uno stato adolescenziale. I bambini e gli adolescenti (quelli veri, cronologici) in questo “circo del profitto senza fondo” sono relegati in un duplice sub-ruolo: da una parte anch'essi oggetto di consumo; per il resto (insieme agli anziani)... piuttosto emarginati.

Una società che emargina e stupra i minori, inquadrandoli in selvaggi preventivi di compravendita.

Per il resto: c'è poco spazio per i sentimenti dei minori, la cui innocenza è spesso violata dall'ingerenza di una cultura istupidita che vuol renderli anticipatamente... grandi (!) facendoli scimmiottare atteggiamenti che parrebbero (parrebbero!) adulti (vedi penose pantomime a sfondo sessuale o commerciale); atteggiamenti per i quali, bambini e adolescenti non sono attrezzati.

Tutto ciò è “abuso di minori”. Senz'altro molto più diluito, meno percettibile se paragonato all'efferatezza di un abuso sessuale personalizzato; ma sempre di abuso si tratta.

Torniamo agli scandali nella Chiesa cattolica. In questi ultimi dieci anni circa, si è assistito ad un'incalzante denuncia nei suoi confronti. Quale il bilancio di tale campagna? Positivo.

Positivo perché ci si è maggiormente sensibilizzati sull'aberrazione dell'azione pedofila, sull'enorme danno che si provoca nel minore. Positivo perché ci si è maggiormente allertati circa un'azione che in molti casi viene silenziata. Positiva perché, nel caso della Chiesa Cattolica, tutto ciò ha significato un profondo transito di “umiliazione/riflessione/purificazione” (nell'ambito della spiritualità, l'umiliazione possiede una valenza fortemente correttiva e rigenerativa).

A questo punto poco importa se chi ha scatenato quegli attacchi mediatici l'abbia fatto per vero amore ai minori o per astio verso le Istituzioni cattoliche. Se bambini e adolescenti se ne sono beneficati, e con loro tutta la collettività, il resto passa in second'ordine.

Peccato che le stesse penne giornalistiche non si stiano stracciando le vesti con la medesima veemenza, di fronte ai milioni di abusi che ogni anno vengono fatti - per esempio - in molte società musulmane , alle minori, perpetuando devastazioni fisiche e psicologiche nell'umanità femminile (e maschile di rimbalzo) che si protraggono da generazioni. Qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di una prassi strutturata da sempre in quell'ambito religioso-sociale, accettata quindi come normale (da chi: dai minori ?!); ma si dà il caso che sulla psicologia infantile, omologata negli stessi fragilissimi meccanismi in tutte le bambine e bambini del pianeta, non ci sia cultura adulta-violenta che regga. Qualcun altro potrebbe oltremodo obiettare che bisogna andarci cauti nel fare osservazioni di sorta al mondo musulmano per via di certa suscettibilità. Ma se è vero che la difesa dei minori - i più deboli insieme agli anziani - , prima su tutto e su tutti (e così dev'essere), il coraggio e il... rischio della chiarezza garbata, che non annulla il rispetto anzi lo rafforza e lo rende operativo, non può non essere corso. Perché in questi casi, a mio avviso, la parzialità equivale a non autenticità e, in fin dei conti: a non vero amore verso quella realtà umana (i minori in questo caso) che si pretende salvaguardare.

Più in là dell'esempio appena riportato, sappiamo bene che se ci si vuol prodigare sugli abusi ai minori in tutto il mondo, ci si inoltra in una fitta selva ancora largamente inesplorata: bambini e adolescenti dilaniati, traumatizzati, resi orfani o precoci soldatini dalle ancora troppe guerre in corso; bambini e adolescenti schiavizzati per lavoro, per commercio sessuale, per il commercio degli organi; bambini uccisi dalla fame, dalle malattie; bambini e adolescenti vittime di un'educazione permissiva e consumista che altera il significato della loro esistenza; bambini assassinati causa i milioni di aborti praticati, ...

In questa rosa “color rosso sangue”, chi per un motivo o chi per un altro, ci vediamo tutti implicati: Paesi ricchi, Paesi poveri, Oriente e Occidente, Sud et Ovest. Tutti abbiamo le mani un po' imbrattate di sangue innocente.

Ma torniamo ai panni sporchi di casa.

Davanti all'esecrabile gesto di un abuso sessuale, ferve il sentimento di una giustizia immediata che spesso ha colore di vendetta. Più che comprensibile. Sarebbe, molto probabilmente, anche la mia reazione di fronte ad un abuso su mio/a figlio/a, sorellina, nipotina, cuginetto, ...
A questo punto fare “distinguo” tra giustizia e vendetta non è uno scontato valore aggiunto, quasi che tutti ne avessimo assimilato una volta per tutte il netto margine.

Cos'è la vendetta? Qualcosa che non porta a niente. Detto in altri termini: non è azione pratica, operativa, risolutrice, anche se nell'immediato, nell'apparenza, lo parrebbe. Il suo strascico è nient'altro che un “crescendo di guai”. Anche la vittima, alla fin fine, ne ricava un addizionale trauma. La storia insegna.

Cos'è la giustizia? Dallo stesso termine si evince: fare la cosa giusta. L'antropologia cristiana, fondata sul messaggio di Gesù di Nazareth – sulla base del quale sono stati assemblati i diritti umani modernamente intesi – intende la giustizia come quell'insieme di azioni che hanno come fine le cose giuste, ovvero: le cose più utili per il bene, per la crescita dell'uomo (cioè: tutti gli uomini) a prescindere dal merito o meno( questa ortoprassi ha la sua genesi nella stessa azione di Gesù, che ha considerato giusto amarci e salvarci senza alcun merito nostro – cf. Rm 3,22-24). Non sarebbe giustizia rettamente intesa un'azione che danneggi alcuni per il presunto bene (o salvaguardia) di altri (ecco perché, per esempio, il sistema economico imperante non può essere considerato giusto). Una giustizia che si alimenti alla fonte dei diritti umani come sopra intesi, implica sempre una connotazione riabilitativa o, detto in termini più maccheronicamente penali, “risarcente-riabilitativa”.

Quanto sopra non vada minimamente confuso con la tendenza, oggi in voga in ambiti giudiziari, che vorrebbe trasformare i “lupi in agnelli”. L'attore di un delitto va inquadrato nella dinamica del danno oggettivo commesso, quindi nella conseguente e proporzionata azione penale non fine a se stessa, ma dicotomicamente propedeutica alla salvaguardia della società, al risarcimento (verso la comunità umana) e alla sanazione (o riabilitazione) del vittimario. E la vittima? La giustizia stessa (intesa come sopra) non sarebbe tale e soprattutto... efficace (verso la vittima) se non adoperasse ogni energia per migliorare il più possibile la “triplice realtà umana”, ovvero: aiuto concreto alla vittima(attraverso persone e centri abilitati di cui accennerò più sotto); riabilitazione dell'autore del delitto; sensibilizzazione della comunità tutta. Questo, a mio avviso, il più valido risarcimento per tutti e per ognuno.

Non sia di troppo a questo punto ribadire due aspetti base di ogni progetto umano : prevenzione, e laddove non si è potuto: sanazione.

Prevenire. È il centro di ogni educazione protesa in modo “rettamente naturale” ad iniziare ed accompagnare il bambino verso abiti sani che di rimando scalzino vizi e derivati vari.

Sanare. La nostra società ha bisogno di tanta sanazione. Se crediamo che ogni persona sia un patrimonio da salvaguardare, urgono gesti di sanità da parte di tutti.

Nel caso della pedofilia, anche la Chiesa cattolica si è sottoposta, volente o nolente, ad un processo di sanazione. Le massicce pressioni mediatiche sono state, come già espresso, provvidenziali. Il buon Dio sa servirsi anche di vicende umane spiacevoli, per guarire e purificare (cf. Sir 2,4-5).

Certo: la sanazione non è un dato automatico, ma scaturisce da: accettazione, discernimento. Accettare la realtà dei fatti senza girarci troppo intorno e discernere in vista del cammino di guarigione.

Cosa discernere per primo? Le cause.

E qui tutto diventa più profondo e complesso. La denuncia e l'indignazione iniziali devono cedere il passo alla riflessione sulle cause di tale dramma. Riflessione che tutti possiamo (e dobbiamo) fare; ma visto che spesso le radici di un abuso affondano in una condizione di patologia (dell'abusatore), va data speciale precedenza agli addetti ai lavori.

Validi specialisti di molti Paesi del mondo stanno lavorando intensamente sul versante del recupero sia degli abusati che degli abusatori, e sul come esercitare prevenzione. Stiamo parlando di singoli professionisti, equipe o veri e propri Centri di recupero; un lavoro spesso esercitato in ombra, nella dovuta discrezione, ma con saggia efficacia.

Per quanto riguarda la pedofilia dei preti, se ne son dette tante; bisognerà quindi discernere “quali delle tante” possano servire e quali no.

Mi preme citare solo due aspetti: il celibato e la formazione.

Sia fuori che dentro la comunità cattolica, molte voci hanno messo sul banco degli imputati la scelta di vita celibataria. In poche parole: la convivenza prolungata con soli uomini (negli anni di seminario) e l'assenza di una vita coniugale cui far confluire le energie affettive-sessuali, provocherebbero alterazioni/deviazioni psico-affettive, eccetera.

Lo stesso dicasi delle Religiose (celibi e formanti comunità, in genere di sole donne) e dei Religiosi (celibi e formanti comunità, in genere di soli uomini).

Se così fosse: non si spiegherebbe come mai la maggior parte dei presbiteri, religiose, religiosi, siano persone non affette dalla patologia in questione. Se così fosse, non si spiegherebbero numerosi casi di pedofilia tra i ministri religiosi appartenenti ad altre confessioni*, sposati e con prole. Se così fosse, non si spiegherebbe come mai numerosi casi di pedofilia si enumerano tra uomini e donne sposati e con prole, ...

La condizione celibe (ma anche la convivenza o il matrimonio), è, in se stessa, del tutto estranea alla perversione pedofila, che ha le radici poste altrove. Ciò significa che i portatori di tale patologia (che solitamente trova radici nell'infanzia/adolescenza), la innestano nelle diverse opzioni di vita (matrimonio, vita religiosa, sacerdozio, ...). 

Altre voci hanno puntato l'attenzione su certe carenze nell'iter formativo dei presbiteri, delle Religiose e dei Religiosi. Mi trovo d'accordo.

Soprattutto nei seminari diocesani - tranne alcune eccezioni – l'attenzione/formazione alla dimensione psico-affettiva (che include il rilevamento di eventuali patologie nei candidati) non ha ancora ricevuto lo spazio dovuto. Lo stesso dicasi della formazione alla spiritualità personale, che contribuirebbe  non poco ad un più sano e fibroso ecosistema umano dei futuri presbiteri.

Vado al termine della riflessione, certo di aver toccato solo la punta dell'iceberg circa un dramma con numerose ramificazioni.

Al di là del problema "pedofilia", reitero la necessità che tutti abbiamo di recuperare un più reale rispetto verso il mondo infantile e adolescenziale. Abbiamo bisogno di riacquistare la capacità di ri-alimentarci della saggezza dei bambini, della saggezza che porta il marchio dell'innocenza!

Che bello se nei Parlamenti di tutti i governi del mondo, ogni azione politica fosse messa al vaglio di un piccolo Senato composto da bambini! Forse tutto diverrebbe più autentico.

Ma noi siamo adulti, e dobbiamo complicare, appesantire; sennò: che adulti saremmo?!!

Ma si dà il caso che Dio, che si è fatto uomo chiamandosi Gesù, creatore delle cose buone e belle, sia, nella sua essenza: “Semplicità Assoluta” (e quindi: sapienza assoluta); per quello se la intende così bene coi bambini (cf. Mt 19,13-14).

E gli adulti? Forse ritroveremo la strada della saggezza quando rimetteremo i piedi sulla sorprendente e disarmante saggezza della semplicità.

                                                                                                   Ignazio Cuncu Piano


* in Inghilterra e negli Stati Uniti, p. es., il numero degli abusi nelle altre confessioni, è superire a        quello dei preti e degli agenti pastorali cattolici.
                                                                                                      
                                                                                                                     

venerdì 8 febbraio 2013

LE LINGUE MODERNE? QUELLE CHE DECIDIAMO PARLARE

Giorni fa ho trascorso una settimana sulla neve assieme ad alunni e genitori. Siamo stati in Carnia, tra Sutrio e Ravascletto (Udine). Un posto incantevole per chi, come me, apprezza la montagna.

Ho sempre considerato i Friulani (in special modo i Carnici) delle genti attente e gelose (nel senso buono del termine) della propria specificità culturale, della propria... lingua (difesa ad oltranza e con proficui risultati); motivo per cui non mi son lasciato sfuggire l'occasione per: curiosare, osservare, chiedere e soprattutto... ascoltare.

La prima occasione per... l'ascolto, mi cadde addosso comoda comoda, senza doverla cercare, e, guarda caso, toccava l'aspetto che più mi premeva: la lingua. Sulle piste, il primo giorno, i/le maestri/e di sci hanno diviso i nostri ragazzi in gruppetti a seconda delle abilità sciistiche di ciascuno. Ovviamente con noi parlavano in italiano.

Le mie antenne si aguzzarono quando sentii che tra loro la conversazione si svolgeva in rigoroso furlan (friulano), senza distinzione di età (che variava dai 24 ai 60 anni). Ho sentito alcuni/e (maestri/e) dar lezioni in inglese, francese, tedesco e sloveno. Ma tra di loro...!

Dopo qualche giorno di convivenza sui campi da sci, è sorta certa confidenza. Così, nei momenti di pausa, attorno a delle fumanti tazze di vino cotto, ho esternato le mie curiosità riguardo la... lingua friulana ( lingua e non dialetto, come gentilmente hanno tenuto a precisarmi!). E così Marco, 24 anni, mi condivide con simpatico e spontaneo orgoglio il suo vanto per saper parlare correntemente il furlan carnico. Può dare lezioni di sci e snowboard in inglese e francese, tedesco, russo, sloveno e parla un italiano (ne prendo atto) abbastanza scevro da inflessioni (cosa, quest'ultima, non troppo importante).

“E gli altri giovani: cosa pensano in proposito?”. La domanda che più m'interessa : “Soprattutto nei paesi, molti [giovani] parlano in furlan, coscienti che in questo modo stiano preservando un aspetto midollare del patrimonio culturale...”. Risponde Marco.

Non c'è tanto da stupirsi, se pensiamo che queste valli, circa quarant'anni fa, hanno visto sorgere una vera e propria battaglia culturale da cui sorse, per esempio, il movimento “Glesie Furlane” (Chiesa friulana): un gruppo di cittadini che, sostenuti da molti parroci, rivendicano il diritto di esprimere la fede nella lingua più connaturale. La Bibbia e la Celebrazione Eucaristica in “marilenghe” (lingua madre) sono già una realtà.

Il furlan è una lingua romanza appartenente al gruppo retoromanzo (insieme al romancio e al ladino). Viene tutt'ora parlata anche in varie parti del mondo ove siano presenti comunità figlie dell'emigrazione friulana (Brasile, Argentina, Stati Uniti, Sudafrica, Sardegna, Roma, Agro Pontino). In Sudamerica ho avuto modo di comprovarlo con amici discendenti...

Nel 1999 lo Stato Italiano l'ha riconosciuta come lingua minoritaria, permettendone l'insegnamento nelle scuole.

Possiamo parlare del furlan come di una lingua viva e moderna? Certo che si! Perché, in fin dei conti, ciò che conferisce modernità, attualità, vitalità ad una lingua, è la “determinazione a volerla parlare in tutti gli ambiti del normale quotidiano, senza vergogna alcuna”. Quei maestri, verbigrazia, nel parlare tra loro, non si ponevano nessun problema circa la presenza di turisti anglofoni, francofoni, teutonici, balcanici, men che meno italiani. E così dev'essere!

La scelta di preservare e favorire il furlan è stata portata avanti dai Friulani; e da chi se no? Ogni popolo è il naturale custode della propria lingua madre. Ogni popolo ha l'onere, l'onore, il diritto e - perché no? - il piacere di preservare, arricchire e tramandare la medesima. Ogni popolo possiede il naturale diritto (che il legislatore dovrebbe semplicemente riconoscere senza i troppi indugi spesso offerti dalla ragion di Stato) di usare l'idioma che esprima il proprio humus culturale.

In tal proposito fu chiaro un mio caro amico del sud delI' India: “Parlo l'inglese per interagire con le realtà indiane contestualizzate in questa lingua e col resto del mondo; ma la mia [vera lingua], quella che mi permette di esprimermi a tutto tondo, quella in cui mi identifico, è ...”

Le Genti friulane, pur tra mille difficoltà, alcune contraddizioni interne e forse qualche esagerazione qua e la', stanno riuscendo nel loro intento. Nessuno ha regalato loro niente. Tutti i traguardi sono stati raggiunti in... salita e spesso contro vento.

C'è un aspetto in tutta questa creativa vicenda che mi preme risaltare. Qual'è stata l'idea portante sulla quale il Popolo friulano ha fatto perno? Secondo me, un'idea che è più di un'idea, ma una verità, un assioma: le lingue minoritarie possiedono lo stesso tenore culturale di quelle maggioritarie! Non basta prenderne atto, bisogna poi convincersi e passare ai fatti, cioè alla salvaguardia (della lingua minoritaria), senza guardare in faccia a nessuno!

Il percorso del furlan, presenta analogie e differenze con quello della lingua sarda (lingua che, tra l'altro, riscuote simpatia e solidarietà tra i Friulani).

Quali le analogie? Ne cito tre, fra altre: anche il sardo è una lingua minoritaria; anche il sardo è una lingua ( nella grammatica, nel lessico, nella morfologia, nella capacità espressiva, poetica, descrittiva...) dallo spessore culturale e storico pari alle altre (lingue); anche il sardo è una lingua che ha il diritto di esistere, a non estinguersi.

Le differenze? Noi Sardi siamo troppo remissivi... stiamo rinunciando facilmente... abbiamo una certa vergogna circa la nostra lingua. Ancora non stiamo lottando ad oltranza e in maniera compatta. Non siamo poi del tutto convinti che la nostra lingua sia bella, ricca, espressiva e armoniosa. Il nostro complesso d'inferiorità riverbera molto su di essa. Saremmo capaci, come i maestri di sci di cui sopra, di favellare gioiosamente e spontaneamente in sardo nel bel mezzo di genti italiche, alemanne, franche, celtiche, sassoni, slave...? Non so!.

Spesso ci facciamo intimidire da qualche idiota-ignorante che descrive (e deride) la nostra lingua come un ammasso di arcaismi terminanti in “u” ( osservazione incolore quanto lacunosa). Forse i Portoghesi, i Brasiliani, i Rumeni, certi Popoli africani, s'inibiscono per analoghi motivi? Forse il principe Alberto di Monaco si fa problemi quando parla in monegasco agli abitanti del “Principatu de Mùnegu (così si traduce il "Principato di Monaco" in lingua monegasca) ? ”

Chi si approccia all'osservazione di una lingua diversa, dovrebbe avere la “colta umiltà” di prendere le distanze dai suoni e dalle forme della propria (lingua), tenendo presente che ogni idioma, nel suo insieme, fa riferimento a se stesso.

Lasciamo quindi le fesserie ai fessi! La cultura, quella vera, non passa certo per una “bbu” tramutata in “bom” o in “bam”, in “bim” o in qualche altra fonetica bigiotteria da salotto.

Ignazio Cuncu Piano.

sabato 12 gennaio 2013

UN PLANTARE ANATOMICO "PO IS PEIS NOSTUS"

UN PLANTARE ANATOMICO "PO IS PEIS NOSTUS" (per i nostri piedi).

(i partiti italiani in Sardegna)

PROEMIO.

Le seguenti righe, pur prendendo spunto dalle imminenti votazioni, non racchiudono nessuna velata intenzione di propaganda elettorale. Pretesa non perseguibile, tra l'altro, per la caratteristica delle elezioni in corso.
Si tratta invece di una riflessione circa un processo a lungo termine. Un processo che va ben oltre il voto considerato come atto meramente circoscritto (limitato) dalle modalità attuali. Un processo che si traduce con la seguente presa di coscienza: il nostro presente e futuro sarà trasformato e migliorato soltanto dalla decisione tesa ad intraprendere - noi, e non gli altri per noi - un cammino all'insegna dell'alterità. In definitiva: dalla capacità di pensare e fare politica (cioè cose buone per noi e per gli altri) sganciandoci dagli appesantiti e poco efficaci (quando non dannosi) modelli vigenti. Si può? Si può.

RIFLESSIONE DI UN COMUNE CITTADINO SUI PARTITI ITALIANI IN SARDEGNA.

Un mio “amico di escursioni montane” fa uso di plantari anatomici. Vista la comune passione, ogni tanto discorriamo di scarponi, calzettoni, plantari e robe varie. Una volta, accompagnatolo ad un centro ortopedico, potei osservare come la prima fase per un plantare personalizzato - previa prescrizione medica - consista nel poggiare i piedi su una sorta di scanner che rileva la conformazione delle piante. Il mio amico sostiene che non potrebbe più camminare senza queste speciali suole così confacenti ai suoi piedi. La riflessologia d'altronde ha appurato con ampiezza quanto la salute (o meno) dei piedi riverberi su tutto l'organismo

Penso che anche in politica potrebbe essere lo stesso. Tra l'altro, visto che Sandalios (la Sardegna) è paragonata ad un'orma di sandalo o di piede (leggenda o Greci...) - e quest'articoletto vuole parlare su certe cose sarde -, giocare su tale metafora mi risulta calzante.

La politica come un plantare anatomico. Chiunque si dedichi alla cosa pubblica dovrebbe specializzarsi in una sorta di “Riflessologia Politica”; perché dai... piedi molto dipende della salute del corpo. Chi si proclama servitore dello Stato, dovrebbe inchinarsi spesso per osservare le condizioni dei “piedi” dei cittadini(lo Stato). Un gesto che troppi non sanno fare, immersi in perenni campagne elettorali e protesi ai vari diktat dell'alta finanza europea e non solo.

Certo non esiste una politica sempre e perfettamente rispondente all'ambiente (così come non sempre vengono costruiti - mio amico docet! - plantari perfetti: a volte, dopo averci camminato su, bisogna farli ulteriormente adattare). Però, ha maggiore possibilità di sortire efficacia un'azione politica che sorga quale attenta risposta alle esigenze locali, che non una importata da altre realtà.
A onor del vero, la storia contempla situazioni di politiche trapiantate con esito. Ma l'osservatore oculato potrà notare come all'interno di queste felici eccezioni, ci siano state sagge operazioni di adattamento, di mediazione culturale ad opera di personaggi sensibili e capaci. Da non confondere perciò l'attento interscambio di elementi potenzialmente validi per più popoli, con la miope sovrapposizione-imposizione di un modello esterno al peggior stile “copia-incolla”.

Qualcuno potrebbe obiettare che anche dittature ed assolutismi vari sono nati quali risposte in loco, eppure...! È vero. Per questi casi ci sarebbe da fare un lungo discorso a parte; per esempio, sulle: “trasposizioni o riesumazioni ideologiche, auto-idolatrizzazione, pragmatizzazione di correnti filosofiche, reazioni estreme ad estreme situazioni, irrigidimento di governi nati in toni discretamente legittimi... Per quanto riguarda poi i metodi di tali Sistemi ( uso della forza, violenza, abuso della ragion di Stato, calpestio dei diritti umani), si entrerebbe, secondo me, in ulteriore discernimento: quello del limite spartitorio tra politica e non-politica.

Si potrebbe poi far menzione di qualche movimento autoctono (sardo) ugualmente poco efficace o non... calzante. Va perciò chiarito che per determinare un'azione politica aderente non basta il solo dato anagrafico. Ma che il movimento, partito, lista civica... sorga quale desiderio (attento, sincero, fatto con sufficiente competenza...) di promuovere - in aderente rispetto culturale - il cammino di crescita dell'ambiente umano che ne fa da culla.

Quindi, tra i partiti non calzanti coll'ambiente, sono da contemplare - a mio avviso - anche quelli che, pur autoctoni, non riescono (o non intendono perché ad altri fini protesi) a captare le fondamentali istanze locali da accompagnare senza... snaturare.

Se osserviamo il percorso storico dell'Isola, possiamo notare come i sistemi importati siano quasi sempre risultati, quando non deleteri, poco efficaci. Certo potremmo concedere a questi l'alibi di chi sostiene che, fino agli inizi del secolo trascorso, era pressoché comune per i conquistati o vinti, farsi inquadrare dai vincitori e conquistatori senza le troppe argomentazioni di oggi; anche se le stesse “molte eccezioni” della storia stessa rendono tale alibi parzialmente attendibile.

Ad ogni modo la presente riflessione, pur senza pretese dal scientifico rigore (non ne sarei capace), vuole soffermarsi sul momento presente.

La nostra politica è legata a quella della penisola Italica (nelle modalità e in parte nei contenuti), visto che a quella Nazione, per il momento, siamo annessi.

Entriamo più direttamente nell'argomento "Partiti". Qualche premessa. “Partitica (peggio ancora: partitocrazia)” non è sempre sinonimo di “Politica” (e viceversa). In molti casi certi conclamati dibattiti politici celano azioni prive di ogni succo... politico. Non si tratta di un dettaglio secondario, visto che spesso (sbagliandoci) consideriamo ambivalenti le due istanze.

D'altro canto sia pur vero che la presenza dei partiti, in se stessa, non offusca la politica. Può esserne di grande arricchimento, come la storia conferma.

È legittimo e umanamente naturale che esistano gruppi nei quali si convogli un modo specifico di intendere e fare politica. Ma dette conformazioni possono essere accreditate con l'appellativo di politiche allorquando non si orientano a fini settari e perseguono in maniera rigorosamente non violenta (la violenza, in ogni suo genere, è sempre sinonimo di non-politica) al bene di tutti.

La vita politica dell'Isola, dal secondo dopoguerra in poi, è stata protagonizzata dai tradizionali gruppi italiani susseguitisi nel tempo. Non è interesse di questo post fare un bilancio su ciò che abbiano fatto o non fatto, ma evidenziarne “l'inadeguata sovrapposizione”. Mi spiego: a mio avviso, si tratta di partiti “non disegnati” per l'ecosistema sociale-storico-culturale-economico della nostra Isola. Non dico che siano inefficaci in se stessi (senz'altro hanno posseduto e posseggono aspetti positivi). Semplicemente non sono progettati per una realtà (così strutturalmente diversa da quella italiana) come la nostra.

Questa “non aderenza” è ulteriormente accentuata dal fatto che, trattandosi di entità politiche appartenenti a lontani epicentri sociali, la loro presenza in Ichnusa li volge... periferici. I loro fulcri stanno altrove. La periferia si riduce così a mero alveo che raccoglie e convoglia energia verso il centro. “Beh: se siamo inquadrati nella Nazione italiana è logico che buona parte delle energie elettorali confluisca ai suoi vertici. Chi accetta il gioco (dei partiti italiani) deve giocare le regole di quel... gioco” . Verissimo. Ma il punto in questione è: quale effettivo ritorno da tali manovre? Poco niente. È la tiritera di sempre: ingenti risorse esportate, per un esiguo tornaconto. Decisamente sfiancante! Gli esempi sono alla portata di tutti. Il più paradossale forse: sprecare un diritto-dovere – il voto – per permettere a illustri sconosciuti/e “fintzas terramannesus/as; iat a bolli nai: personis ca bivint attesu dae nosus, dae sa vida nosta, dae is arrenghescius e anèlus dae donnia diri” (addirittura italiani, cioè:persone che vivono lontane dalla nostra vita, dei nostri problemi e speranze di tutti i giorni), di scaldare scanni parlamentari, perché così deciso dal partito o dalla coalizione. Votiamo quindi per offrire a personaggi a noi lontani e da noi non scelti, favolosi stipendi – soldi nostri! - che mai si ribasseranno; privilegi - da noi pagati! - di cui mai si priveranno; approssimativi progetti di governo – da noi non conosciuti a fondo! - che chissà se, come e quando realizzeranno.

Quest'andazzo sta penalizzando la stessa Penisola, immaginarsi... l'Isola! La lontana, periferica Isola! *

E i rappresentanti nostrani di codesti partiti cosa fanno? Idem con carciofi! Scalpitano per la carriera sulle seggiole capitoline. E una volta lì: “A no nos biri prus pretziada Insula mea!” (a non rivederci più, amata isola mia) . La storia passata e presente parla chiaro in proposito.

Poi ci son quelli costretti a giocare in casa. Ma che debbono, giocoforza, sottostare alle direttive del lontano “centro”, sacrificando il molto delle esigenze locali sull'altare delle peninsulari beghe.

Ho citato poc'anzi i progetti di governo. No, non mi riferisco all'infarcita di proclami da comizio del tipo: “ siamo i più belli! meno tasse! meno furti! meno costi carburante! meno disoccupazione! meno IMU! più crescita! più giustizia! più equità! più sicurezza! più assegni familiari! più pane e prosciutto! più caramelle! più noi e meno loro...”, ma a un programma completo, argomentato con tanto di obiettivi sistematizzati, che possa essere letteralmente “studiato” dall'elettore. Un progetto che permetta a quest'ultimo di andare alle urne con soddisfacenti motivazioni.

Questo è lo sforzo che si deve pretendere da questi troppo ben pasciuti signori! Poco importa se Tizio fa campagna elettorale in vespa, Caio in bicicletta, Sempronio sui pattini o quisquilie varie.

Esistono tali programmi? Sì e no. Su internet qualcosina si trova. Un sospetto? Non sanno cosa fare. Siamo in molti a pensarlo. Governi tecnici o non tecnici: non c'è chiarezza sul da farsi (tolti gravami e dettami di Bruxelles). Altro che Agende! Insomma: un po' non si sa, - un po' non si vuole? - , un po' non si può. Confusione, boria e ansia di potere: micidiale cocktail!

E se non sanno cosa fare nella Penisola, immaginarsi... nell'Isola! Nella lontana, periferica Isola! “Ellus! Pentzend' a nosus ant a essi! No teneus axiu!”.

Provate - giusto per stare in casa - a chiedere ai partiti che conformano la giunta della Regione (Sardegna) se sono sostenuti da un programma sistematico, argomentato e con obiettivi coordinati. Forse sulla carta; ma nella prassi …! Basti pensare, per esempio, a quanti denari della Comunità Europea son tornati al mittente per non aver trovato progetti che li abbiano saputi accogliere.

Non biasimo il partito che abbia idee parzialmente obnubilate sul da farsi: la situazione è confusa. Anzi: apprezzerei molto coloro che ammettessero pubblicamente la propria insufficienza per far fronte in toto ai così imbrogliati e stratificati problemi che ci affliggono. Desterebbe maggiore credibilità una proposta dimensionata, atta a veicolare una graduale e dignitosa ripresa sociale. Sì: dignitosa, anche dal punto di vista economico. È un bugiardo a mio avviso chi promette un futuro di prosperità e abbondanti consumi(causanti il collasso economico mondiale e l'estremo disagio di molti popoli). Sincero chi promuove (e non promette) prospettive più austere ma dignitose per tutti.

“Balle! Senza coreografiche/altisonanti offerte e istrionici attori non si vincono elezioni!” Ok. Possiamo continuare a scegliere chi più ci ammalia: forse è più facile, più... comodo in fin dei conti. Però a un patto: d'ora in poi basta piangere sul latte versato! Basta lagnosi lamenti che mendicano compassione e salvezza da chissà chi! Basta facce da indignados quando, per l'ennesima volta, sfiateranno i rugosi palloncini che ci ostiniamo a gonfiare e rigonfiare. Vorrà dire che seguiteremo ad acclamare, inebetiti, gli stessi agghindati... “ re nudi ”; vorrà dire che ci auto-condanneremo a perpetuare sfumate figure che non conoscono (e non gl'interessa conoscere) ne' la nostra faccia tanto meno i nostri... piedi! Vorrà dire che continueremo ad inibire “più di quanto” la nostra capacità di pensare e costruire... alterità.

Come si può pretendere di superare i problemi in corso, ri-ri-affermando personaggi che in un modo o nell'altro hanno avuto parte in causa? Con quale assurdo criterio si può pretendere di sconfiggere certi deleteri effetti evocando l'ausilio delle forze concausanti dei medesimi? Nel regno della magia e del mito: forse. Nel mondo della logica e del reale: …!

C'è dell'altro: più in là dei simboli e delle mediatiche differenze e avversioni, dà l'impressione che questi gruppi non siano poi tanto divisi e diversi. Dà l'impressione che fuori dalle dalle Camere e telecamere vadano tutti a braccetto circa alcuni irremovibili tabù. Dà l'impressione che i loro programmi, più in là della carta scritta, non siano così diversi. Dà l'impressione che davanti a certe concrezioni di potere (vedi: privilegi vari, spese armamenti, nocive manovre militari perpetrate in Sardegna, il crudele sistema bancario che la fa da padrone - da non dimenticare certa affiliazione e/o interdipendenza fra alcune banche e certi Partiti - , ambigui disegni internazionali, ...), siano tutti allineati in un tacito ma chiaro, compatto, univoco... sissignore.

Nella stessa Penisola inoltre, è molto presente la critica circa l'agire pressoché asettico di questi gruppi. Più in là dei demagogici teatrini elettorali, non si nota un'azione che richiami la partecipazione diretta, attiva, critica degli elettori. Il voto infatti, seppure importante, non esaurisce le istanze per un più marcato protagonismo del cittadino. Perché tanta distanza? Forse per paura che si scoprano i vuoti di contenuto di cui sopra? Per maggior accentramento di un potere da spartire in ristretta gerarchia? Chissà!

Tanta distanza dai cittadini della Penisola, immaginarsi da quelli... dell'Isola! Della lontana, periferica Isola.

Tanta poca incisività da parte dei cittadini della Penisola, immaginarsi da parte di quelli... dell'Isola! Della lontana, periferica Isola!

Ma bisogna dirla tutta. È doveroso risaltare in questi gruppi la presenza di persone che agiscono con capacità e rigore etico. La loro efficacia è spesso visibile nel territorio ove operano. Soprattutto nei piccoli centri, dove, bando alle ciance: fa bene “chi fa bene e per il bene di tutti”, più in là degli schieramenti. Parliamo più che altro di qualità personali che riescono a brillare nel piccolo. Parliamo di qualità che si diluiscono (purtroppo)  man mano si ascende ai macro-interessi di partito. L'auspicio, ad ogni modo, è che queste persone, col tempo, possano ricoprire incarichi che solitamente vengono assunti più dagli sfacciati o/e ossequienti che dai meritevoli.

È a tutti chiaro come spesso luoghi di responsabilità rispondano al tornaconto partitico. E così assistiamo ad incarichi delicati (vedi ministeri, la presidenza di una Regione, assessorati...) assegnati a mediocri e inetti. Poco importa il deleterio impatto sul bene pubblico.

Ma torniamo ad Ichnusa: non sarebbe esagerato affermare che per i partiti italiani la Sardegna sia un serbatoio(anche se di modeste dimensioni) di voti e basta. Gli interessi stanno altrove. Nell'Isola hanno soltanto le truppe ausiliarie (questo tipo di milizie, soprattutto nelle zone di confine, era di grande aiuto all'esercito romano, ma non era formato da cittadini romani, bensì dagli abitanti di quelle terre limitrofe).

Per il resto, in questi ultimi settant'anni circa, non hanno mai preso sul serio la nostra specificità (ok: anche per ignavia nostra) e mai rispettato a fondo (ok: anche per ignavia nostra) la nostra autonomia.

Non dico cose nuove. Più o meno le sappiamo tutti. Allora? Perché continuare ad insisterci su ? Perché ostinarsi a delegare (delegare! Nostro più letale nemico) la gestione di casa alle stesse stagnanti comparse, con la servile speranza che realizzino gli abracadabra promessi? Non varrà la pena provare qualcosa di alternativo? Qualcosa di più nostro, di più locale? Qualcosa di più aderente o anatomico alla pianta del nostro... Piede? Qualcosa più a portata di cittadino; a portata tua, mia, a portata del vicino, a portata del quartiere, del paese... Insomma: dove tu ed io possiamo venir maggiormente coinvolti, interpellati, meno opacizzati, meno messi fuori da decisioni assemblate troppo lontano e che poi, giuste o ingiuste, saremo noi (tu, io, il vicino...) a doverle trascinare?

Qualcuno potrebbe obiettare che il panorama politico isolano è costellato per lo più da sigle indipendentiste. Non so se esistano gruppi con altro indirizzo. Le già menzionate Liste Civiche, verbigrazia, sono una realtà in molti luoghi dell'Isola. Ad ogni modo, se vero ch'io pure sia dichiaratamente “ pro s'indipendentzia dae sa Sardinnia (chena violentzias e chena natzionalismus)”, non è l'indipendenza il messaggio di fondo della presente riflessione. L'accento è posto sul diritto (e onere) che abbiamo, noi Sardi di provare a fare da soli. Insomma: provare a giocare (il gioco è un'arte seria) giochi fatti da noi è un'esigenza di crescita di enorme importanza per il nostro Popolo. Per alcuni sarà un processo verso l'indipendenza a tutto tondo (quello che personalmente sostengo), per altri saranno “prove tecniche” di autentica autonomia.

Cosa fare in concreto? Prima di tutto: cestinare, non appoggiare - perché siamo già grandi per credere alle favole! - le ritrite, patetiche, caramellate e solenni promesse da marito infedele (i risultati li abbiamo “subiti” più volte) dei peninsulari partiti (e di qualche camaleontico-opportunista partito insulare) ri-anagrammate in tempi di elezioni. Volgendo invece lo sguardo verso progetti - come già espresso - autoctoni, alcuni dei quali già operanti nel territorio: più a misura nostra, maggiormente aderenti e coinvolgenti la realtà sarda. Alcuni  forse non del tutto assemblati perché di recente nascita, e/o con pochi mezzi a disposizione. Ma è dal piccolo, dal poco ben fatto che si avanza. Eppoi: sappiamo come spesso ammucchiao e amministrano le ampie disponibilità finanziarie - soldi nostri! - e quant'altro, i partiti di grossa cilindrata.

In pratica si tratta di dare ai movimenti locali (esistenti o da creare) delle opportunità reali. Soprattutto a quelli che puntano sul coinvolgimento attivo e pensante dei cittadini. In definitiva - reitero - si tratta di dare a noi stessi l'opportunità di provare a fare un po' da soli. Diamoci quest'opportunità allora! Diamoci anche l'opportunità di sbagliare (che tutti sbagliano!) e di creare buone prospettive (che lo sappiamo fare!).

Sono già presenti nell'Isola numerose, interessanti, intelligenti e vincenti iniziative: in campo politico, culturale, sociale, economico, solidale, nell'ambito dei rapporti con altre Nazioni (che apprezzano in modo singolare la nostra cultura, lingua, tradizioni...).Azioni che stanno ridando speranza a tante realtà piegate dalla crisi. Gesti efficaci e creativi abbiamo detto. Gesti fatti bene da persone normali che sanno far ene le cose normali, senza bisogno di travestirsi come i falsi maghi dai cilindri vuoti della partitocrazia vigente.

È sintomatico vedere come le risposte valide ai problemi vigenti si stiano generando al di fuori degli italici partiti. Sì: siamo capaci e creativi. Ancora non ne siamo del tutto consapevoli, ma si va facendo cammino.

Insisto quindi: “diamo opportunità a noi stessi!”, offriamo opportunità ai nostri capaci, preparati e creativi giovani(ne abbiamo tanti: non facciamoli scappare...). Diamoci tante opportunità senza farci intimorire dagli errori, che tutti li fanno! Diamoci, diamoci e diamoci tante e tante opportunità; proviamo, proviamo e riproviamo ancora!

Le più grande sfide dei movimenti isolani? Le stesse di tutti i partiti del pianeta: proposte morigerate, fattibili, graduali; non nababbiche e inquinanti promesse; apertura alla partecipazione cittadina; sguardo fisso verso il basso, ai... piedi delle persone; …

Occhio! Anche nei partiti nostrani puoi trovare: gente valida e onesta; furbetti e nobili profili; capaci ed incapaci; arrivisti e servitori; pragmatici e friggitori d'aria; maghi e fate; streghe e fattucchieri; intellettuali e non; proposte insulse e polpose; attori, fanfaroni/e e donne/uomini di sostanza; disonesti e onesti DOC; benestanti e non; egoistelli e gente che ama servire la Gente. Insomma: non parliamo di gruppi extraterrestri in sottovuoto, ma di persone del terracqueo orbe.

“E allora? Dov'è la differenza...?” La differenza è mastodontica e si chiama: agire da adulti, cioè da forgiatori delle proprie scelte, nella buona e cattiva sorte! Muovendosi, certo, in mezzo a virtù e vizi comuni all'umano genere, ma... da protagonisti e non da idioti! Senza dover patire imposti plantari scannerizzati altrove non collimanti col nostro Piede! Senza dover subire le regole dei giochi altrui, spesso mirati a benefici qui coltivati, qui irrigati, qui potati, qui vendemmiati, qui spremuti ma brindati e degustati altrove.

Come diventare adulti? Scegliendo di diventarlo, certi che nessuno può farlo per noi. Certi che nessuno – se non noi stesi – ci lancerà scialuppe di salvataggio.
Si vabbè, e poi? Eppoi... provando e riprovando, rischiando su scelte fatte da noi e da noi sostenute: con serietà, intelligenza, voglia di far bene, serenità, pazienza. Molta pazienza. Accettando i processi della crescita. Accettando... concedendoci direi, la possibilità di sbagliare (si cresce sbagliando, nessuno ha scienza infusa). Altra via non c'è.

E chi ci cambia la mentalità su certe cose? Noi stessi (non certo i partiti d'oltre sponda, in tutt'altre faccende affaccendati), così come hanno fatto e stanno facendo altri Popoli, i quali - da soli - si sono rialzati e si stanno rialzando dalle proprie ceneri.

L'esortazione a darsi opportunità, a non farsi intimidire dagli errori, potrebbe sembrare oltremodo ripetitiva; in realtà lo è, ma di proposito. L'errore, su noi Sardi, ha un effetto devastante. Quando incappiamo in un errore (da noi consumato) o un insuccesso (che non sempre è frutto dell'errore), ci ripieghiamo in un'autocritica a dir poco autolesionista, demotivante, demoralizzante, paralizzante. In poche parole: esageriamo alla grande in auto inclemenza. Non è giusto tutto ciò. Non è giusto verso di noi. Non meritiamo questo ne' da noi stessi e ne' dagli altri! Perdoniamoci, prendiamo fiato, facciamo il dovuto lutto, leniamo con amore le ferite, analizziamo motivi e... in cammino, con serenità e pazienza. La pazienza di chi sa che la costanza premia e che l'errore - suo malgrado e più in là delle apparenze - non annulla ciò che di buono è stato costruito.

L'esercito romano, il più potente e moderno per i tempi, dovette le sue continue sofisticazioni soprattutto allo studio pragmatico sui perché delle proprie sconfitte. Anche se sono contrario alla guerra, valga l'esempio. Mi viene in mente poi la svedese ditta Volvo, la prima che abbia investito in sicurezza automobilistica. Pare che ad ogni incidente stradale (ove sia coinvolta una Volvo) il veicolo venga osservato dai tecnici di questa Casa, che rilevano e analizzano i punti di cedimento. I dati vengono poi elaborati in vista di veicoli più sicuri.

“Gai est!”: dietro ogni errore si celano tante e più chiare opportunità.

Un proverbio molto usato in un luogo dove ho vissuto suonava così: “Meglio il male conosciuto, che il bene da conoscere!”. Un detto in apparenza prudente ma dal retrogusto amaro, adottato da un Popolo che (un po' come il nostro) più volte è stato scottato dalla storia; più volte ha soggiaciuto, assuefacendosi, a nefaste, frustranti e lunghe dominazioni.

Non sia questo il nostro motto.
                                                                                           Ignazio Cuncu Piano.

* i termini "lontana e periferica", sono in un certo senso provocativi e vogliono indurre a pensare la nostra geografia esistenziale in modo del tutto diverso. Ci sentiamo - noi Sardi - lontani e periferici solo se ci pensiamo in relazione alla penisola italiana. Ma, in rapporto alla geografia in se stessa: viviamo in una grande e splendida Isola nel mezzo del Mediterraneo occidentale, punto strategico a livello di interscambi culturali ed economici. Se pensiamo alla nostra ricca e personalizzata storia, alle civiltà che abbiamo saputo creare e agli scambi che "sempre" abbiamo avuto col mondo circostante (altro che marginalità ed isolamento!), possiamo ben affermare di trovarci al centro di... noi stessi. Se pensiamo alle ricchezza di risorse che offre la nostra Isola (incluso un suolo generoso e più che abbondante) le quali, se saggiamente amministrate (questo il problema!) son capaci di offrirci un più che dignitoso sostentamento... allora quella "centralità a noi stessi" emergerà in tutta la sua oggettività, surclassando la falsa e tanto dannosa idea che pretende segregarci in una landa desolata, emarginata e alla deriva (in tutti i sensi) in mezzo ad un'invalicabile barriera marina.   


“ Chi non ha mai sbagliato è perché non ha mai fatto niente” ( R. B. Powell )

venerdì 21 dicembre 2012

L'ECONOMIA DEI DEBOLI

Natale - anche nella percezione di molti non credenti - è la festa dei deboli, dei diseredati, dei perdenti, oppressi dalle varie ingiurie della vita. Natale in poche parole è la festa degli “sfortunati dell'esistere”. La simbologia dei pastori, primi destinatari del lieto annunzio fatto dagli angeli (cf. Lc 2,8-20) dice per l'appunto un Natale che si fa lieta notizia per gli emarginati, nell'ambito sociale e morale (i pastori dell'ambiente giudaico non erano affatto avvolti dal romanticismo bucolico dei nostri variopinti presepi. In un ecosistema socio-religioso ove le accumulate, puritane e spesso ritorte glosse rabbiniche rendevano la fedeltà alla Legge insostenibile per il popolino, i pastori, per la loro vita randagia, non igienica e spesso dedita alla violenza, al furto, erano considerati tra la peggiore feccia d'Israele. Maledetti da Dio, senza salvezza; di certo sterminati alla venuta dell'atteso Messia giustiziere).

Non è mia intenzione mandare di traverso il panettone a nessuno, ma invitarmi (e invitare) a non espropriare questa festa della sua peculiarità più vigorosa: la speranza. E la speranza, si sa, va offerta soprattutto a chi non ha più motivi per sperare. Fa parte della logica dell'amore di Dio; quella logica di misericordia che pervade tutta la Storia Sacra. Quella logica che spinge Dio stesso a nascere uomo nella persona del figlio Gesù (quest'avvenimento - e nient'altro - ci ricorda il Natale). In Lui Dio entra nel tessuto della storia, nella povertà umana, svuotandosi, in un certo senso, dalle prerogative della Sua stessa divinità (cf. Fil 2,6-8). Viene a nascere in questo modo nella piena condivisione della normalità umana che, per un Dio onnipotente, ha valenza di estrema povertà. Povertà che condividerà fin nella morte - e morte infame (cf. ib 2,8; Gal 3,13) – per la salvezza di ognuno di noi.

Chi desidera vivere questa solenne festa (il Natale) in aderente spirito di fede (o in umana coerenza), non può escludere dalle proprie scelte di vita la condivisione con chi è nella necessità. Ma: chi è nella necessità? L'antropologia cattolica ci viene in aiuto: ognuno di noi, stringi stringi, è un necessitato. Sì: siamo - poiché umani - ontologicamente bisognosi. Non bastiamo a noi stessi. Dio ci ha fatti così. Ma non si è posto nessun problema circa questa nostra intrinseca limitatezza creaturale, visto che Egli stesso - e con immenso piacere - supplisce colmando i nostri aneli più essenziali e mai sazi ( vivere, essere amati, amare, gioire, godere...) con la sua eterna Perfezione Amante.
Ma se è vero che tutti siamo poveri, è pur vero che esistono - come ricordava la Madre Teresa di Calcutta - dei “poveri fra i poveri”. Sorelle e fratelli nostri di ogni età, che per diverse ragioni portano impresse nelle carni, nello spirito: segni, cicatrici di povertà, di dolore, di bisogni estremi.

Ma che c'entra tutto questo col titolo del post (l'economia dei deboli)? Tanto; forse tutto.

Se siamo d'accordo che le povertà più sopra espresse siano una minaccia agli essenziali aspetti dell'umano, spingendolo nel confine dell'esistenza non umana, siamo anche d'accordo che tutto, in uno Stato di Diritto che si dica moderno, debba concorrere – economia inclusa – al loro superamento.
In effetti, il “Certificato di Civiltà” di uno Stato di Diritto trova luogo proprio nella salvaguardia delle persone, avendo le più deboli come punto di riferimento. Deboli perché socialmente sfavorite; deboli per salute cagionevole, per handicap; deboli perché bambini, anziani, donne, immigrati, carcerati,...

La costante e naturale attenzione ai più deboli, per esser tale (quindi efficace) ha da toccare tutte le istanze della vita civile: dall'urbanistica (penso, per esempio, a quanto sarebbe più vivibile “per tutti” una città ideata per gli handicappati e per i bambini) ... all'economia.

Sarebbe a questo punto ingiusto non evidenziare gli enormi passi dati(in alcune parti della popolazione umana) in questo senso: nel campo medico, della legislazione sulle previdenze sociali eccetera. Ma è altrettanto doveroso e giusto fare continua autocritica per mettere in evidenza che soprattutto la filosofia del profitto, non sia così naturalmente incline verso i più deboli. L'ancestrale istinto alla legge della giungla, pur ampiamente abolito (e ne prendiamo felicemente atto) in tanti ambiti della vita civile, è in buona parte persistente - mimetizzato da altisonanti tecnici eufemismi - nei modelli finanziari vigenti. Lo vediamo nella macro-economia: vera e propria “struttura di peccato” (o, detto in termini non cristiani: di anti-vita). Padre Ellacurìa (gesuita, assassinato a San Salvador nel 1989) sottolineava come l'assetto finanziario del globo così impostato sia da considerarsi una struttura di peccato (anti-uomo) visto che per assicurare l'esuberante fatturato dei pochi, necessita far languire i molti nella miseria. La legge del più forte. La legge della giungla.

Ma, un sistema economico che escluda i molti, col tempo è votato a volgersi contro... tutti; inclusi gli stessi che in un primo momento ne sono i ristretti beneficiari. Diventa un imbuto, nel quale, un po' alla volta, tutti ci troviamo... strozzati. Qual'è la trappola ad esso (il sistema) intrinseco? La voracità egoista (su questi due aspetti, forse, tutti dovremmo fare un profondo esame di coscienza). Voracità, egoismo. Due ingredienti capaci di far collassare ogni progetto che voglia dirsi “umano”. Senza dubbio l'ambito economico è dove sono più tangibili i devastanti effetti di queste due tensioni-sorelle (voracità ed egoismo appunto) che dimorano - sempre arzille! - in ognuno di noi. Per fortuna non sono sole! Il nostro intimo è abitato da altri e altrettanto vivaci abitanti (altruismo, compassione, tenerezza, desiderio di crescere e di far crescere...) capaci di vigilare, zittire e neutralizzare (se vogliamo) le due perniciose e mai arrendevoli coinquiline.

Io non intendo di macro economie; me la cavo abbastanza nell'economia della massaia (quella che, forse, più dovrebbe essere presa in considerazione dalle macro economie). Ma sono fermamente convinto che la base di ogni sistema economico dal volto umano, si basi su un insindacabile assioma: la solidarietà: l'attenzione verso i meno protetti. Come sono convinto che un'economia di questo tipo - un economia “dal basso, che parta dai più piccoli della terra” - sia vincente, fautrice di giusto benessere... per tutti. Sì, dico bene: giusto benessere. Perché ciò che sa di sproporzione non è umano e non fa bene a nessuno: nemmeno a chi ha... sproporzionatamente.

In tempo di crisi come il nostro si nota ancor più come le finanze giochino con indifferenza verso chi è “parte debole” della società. Ed è tale (lo sappiamo) la loro influenza sui Governi che questi ultimi spesso scelgono il remissivo gioco complice. E così assistiamo a restrizioni che penalizzano ulteriormente, selvaggiamente e vigliaccamente: famiglie dove sia presente una persona bisognosa di assistenza, perché malata o handicappata (penso all'indecente comportamento del Governo italiano verso i malati di Sla); famiglie che debbano crescere i figli; anziani nelle loro ristrette pensioncine; piccole e medie imprese avviate con tanta passione e sacrifici... Altrettanto vigliaccamente non vengono toccate le scandalose spese armamentari (vedi F-35. Il Canada, l'Australia, l'Olanda e la Turchia, verbigrazia, pare abbiano rinunciato a tale acquisto); i ben noti privilegi della , tra l'altro, screditata classe politica; i grossi immobili e via dicendo.

Ma torniamo all'argomento: nella pratica, può essere vincente un'economia basata sulla solidarietà?
Sì: lo confermano tante esperienze disseminate nella storia passata e presente. Mi vien da pensare, ad esempio, a certe tribù preistoriche impostate sul principio distributivo o alle primitive comunità cristiane, che condividevano i beni per sostenere chi si trovava nel bisogno(cf. At 2,44-45; 4,32.34-35). Mi vien da pensare al Monachesimo, che convogliando la Buona Notizia in quel “ora et labora” di occidentale indole, innovò in agricoltura, architettura, farmaceutica, organizzazione civica, arte, cultura, norme igieniche... ridestando gli animi (e l'economia) delle prostrate e disorientate genti europee degli oscuri anni post Impero (Romano). Penso ai Monti di Pietà di francescana memoria, creati per facilitare liquidità alle classi più umili. Mi vien da pensare alle geniali Riduzioni gesuitiche (1610c-1767): veri e propri centri di liberazione-promozione umana, di rispettoso interscambio e reciproco arricchimento delle culture indigena-europea e di giusto benessere prodotto dal lavoro di tutti per il bene di tutti (attraverso una meticolosa attenzione alle reali necessità dei singoli). Penso ai sempre più numerosi sostenitori della saggia ed ecologica filosofia di vita conosciuta col nome di Decrescita Felice.  Penso alla Grameen bank sorta negli anni '70 in Bangladesh, dalla mente e dal cuore di Muhammad Yunus, che ha strappato tanti poveri lavoratori dalle tenaglie della fame, dagli usurai, e ha sfavorito segregazione femminile. Penso al successo del recente circuito di credito Sardex che tanta vitalità sta restituendo a molte imprese sarde sfiancate dalla crisi e dall'annichilante sistema bancario convenzionale. Penso all'economia solidale (Economia di Comunione) ideata e promossa con successo dal Movimento dei Focolari in luoghi di povertà estrema (come il Brasile), e a tante altre anonime (ma efficaci) iniziative del genere che stanno germinando in diverse parti del mondo - ma i telegiornali non si perdono in simili notiziole! - per far fronte alle necessità della gente che vive al “piano terra e scantinato”.

Un'economia “dal basso” non va confusa con elemosina, ma si coniuga con il senso più genuino (qindi concreto) della giustizia sociale. Nella Bibbia (tradotta dai Settanta) il termine greco eleemosyne (da cui elemosina) traduce il vocabolo ebraico sedaqàh: giustizia (cf. Es 22,21-24; 23,10-11; Dt 14,28-29; 24,19-22; 26,11-12). San Luca, nel suo Vangelo (particolarmente sensibile alla situazione degli ultimi, dei miseri e della condizione segregata della donna...), colloca in modo particolarmente esplicito l'elemosina nel contesto della pura giustizia sociale, inscindibile dalla prassi cristiana e umana.

Perché un'economia basata sui più deboli è proficua per tutti? In primo luogo perché contribuisce in maniera notevole alla felicità di... tutti - di chi ha e di chi non ha - in termini di appagamento emozionale e spirituale (“non di sola economia vive l'uomo!” - cf. Mt 4,4; Lc 4,4) : fa bene ricevere quando si ha bisogno; fa bene sentirsi utili a chi ha bisogno. Eppoi: un bilancio che parta dagli ultimi ha una potente valenza pedagogica. Ci insegna a capitalizzare secondo una precisa scala di valori che pone la persona al primo posto. C'insegna ad “includere” e non ad “escludere” (come il sistema imperante). Ci insegna a concentrare le risorse all'interno del principio dell'essenzialità: giusto impiego aderente al giusto (e prioritario) fabbisogno. C'insegna a capire che - prendendo esempio dalle operose e comunitarie formichine - il sovrappiù va debitamente stivato, in vista di chi ne può avere bisogno (potrebbe essere ognuno di noi) e tenendo d'occhio con fare previdente anche il provento delle generazioni future (cf. *CCC, 2415) se non vogliamo che queste ultime ci stramaledicano per aver estinto follemente denari e risorse planetarie.

Si tratta dunque di cambiare stile di vita, e di molto! Perché l'attuale ci sta portando all'infelicità, o all'autodistruzione se si vuole (i due termini, nella sostanza, si equivalgono). Nel nostro caso “cambiare stile” significa: vita più sobria. Allora forse, potremmo scoprire che: risorse monetarie e risorse del pianeta bastano per tutti senza bisogno di limitare – arbitrariamente (cf. Populorum progressio, 22) – la crescita di certe Popolazioni (guarda caso quelle dei Paesi più poveri: le meno responsabili - anzi le vittime - delle occidentali rapine).

Dovremmo allora livellarci tutti al peggior stile sovchoz? No. È normale e non moralmente scorretto che ci siano persone che guadagnino, posseggano di più per molteplici oneste ragioni (come posso, verbigrazia, biasimare gli agricoltori del mio paese che, partiti dalla miseria, si sono arricchiti col proprio sacrificio?). Non è normale, quello sì, che ci siano persone che si arricchiscano abusando i beni del creato a loro uso e consumo, come se ne fossero i soli padroni (cf. Gaudium et spes, 69), che accumulino ricchezze a scapito degli altri, preventivando profitti sulle sciagure altrui (CCC, 2409).

C'è di più: la giusta e onestamente procurata ricchezza va anche sanamente goduta e condivisa. La Bibbia dice che ogni uomo deve usufruire con gioia e gratitudine dei doni del creato, messi da Dio a dipendenza della sua (dell'uomo) felicità responsabile (cf. Gn 1,26-29).

Quando si vive il lavoro - e in esso l'economia - nella suo autentico significato: l'abbellimento del creato per la gioia di tutti, oltreché da questi (il creato) procurare il giusto provento per se' e facilitare quello degli altri (non sono mai mancati, non mancano - e sono tanti - uomini e donne che lavorano con questo spirito!), si può scoprire come il lavoro sia... festa. La festa è la naturale culminazione del lavoro come più sopra inteso. Il lavoro di tutti a favore di tutti... è festa. Un'economia per tutti... è festa. La festa non è concepibile... da soli. La festa non ha successo quando gli invitati (l'umanità tutta) non sono parzialmente impossibilitati a prendervi parte.
La festa è la sana-esuberante espressione delle emozioni del cuore; quelle che si provano solo quando ci si costruisce quali persone “esistenzialmente attente” (= realizzate) ai deboli. Si fa più festa quando si ha l'accortezza a che “tutti” abbiano diritto alla festa.

Insomma: un bel maialino arrosto (annaffiato con robusto vino nero!) ha più sapore se mangiato... insieme. E chissà: se il cuore è speziato dagli intensi aromi della solidarietà, l'aromatico porchetto natalizio acquisterà ancor più... sapore.

* Catechismo della Chiesa Cattolica
                                                                                                           (Ignazio Cùncu Piano)

giovedì 20 dicembre 2012

SANTA FAUSTINA: UN'UMILE DISPENSATRICE DI PANE

 (prima parte).

A pochi metri del colonnato del Bernini(in Roma),si erge la bella chiesa di S. Spirito in Sassia. Costruita nel XII secolo sui ruderi di un ostello per pellegrini sassoni(da cui “in Sassia”),nel 1993 venne eretta - per volontà di Giovanni Paolo II - santuario (e centro di spiritualità) della Divina Misericordia. Il Santo Padre sanciva così una “richiesta molto speciale” circa un culto già esteso in tutto il mondo. La “speciale richiesta” (di riaffermare nella Chiesa la devozione al Cuore Misericordioso di Gesù) venne infatti espressa dallo stesso... Gesù, attraverso numerose apparizioni ad un'umile religiosa polacca:Faustina Kowalska(proclamata santa nel 2000). Chissà, “la Provvidenza non si smentisce mai!”, avrà pensato con gioia il Papa, visto che fu lui stesso che nel 1963, allora arcivescovo di Cracovia,sollecitò presso la S. Sede la causa di suor Faustina, mentre la Congregazione per la Dottrina della Fede riusciva ad ottenere chiarezza sugli scritti della religiosa e sul culto, adulterati dottrinalmente da mani imprudenti. Addentriamoci nella storia di questa piccola grande donna del XX secolo. Elena(nome di battesimo) nasce il 25 Agosto 1905, terza di 10 figli,nel villaggio di Glogowiec. I genitori, Maria Anna e Stanislao, lavorano i campi, ricchi solo di tanta fede. La bambina cresce allegra; ama giocare con i coetanei ed è molto sensibile ai poveri. A 9 anni riceve con gioia la Prima Comunione. Deve però lasciare la scuola per... portare le mucche al pascolo! La sua fede è viva e cosciente,segnata prematuramente da esperienze mistiche; c'è da stupirsi di tanto? Sì e no. Chi ha conoscenze di psicologia religiosa infantile, sa che i bambini e... Dio, hanno un modo tutto loro per capirsi, dei codici speciali. All'età di 8/9 anni, poi,“l'intelligenza spirituale” diventa acutissima: spesso fini quesiti teologico/morali mettono in difficoltà più di un genitore o maestra/o. Ricordo un libriccino letto anni fa su “bambini morti in concetto di santità”. Ignorare tutto ciò è una grande lacuna per un adulto, specie se educatore. Torniamo ad Elena. All'età di 14 anni, mentre inizia a lavorare come domestica,si fa più chiara la vocazione alla vita consacrata. Dopo tante avversità, desiste da quell'idea immergendosi in una vita discretamente mondana. Come scriverà poi nel suo diario, sarà Gesù stesso, quale innamorato geloso,che le parlerà al cuore(cfr. Os 2,16)riaccendendo in lei una fiamma in realtà mai spenta. Busserà alle porte di vari istituti religiosi... ma nessuno se la sente di accettare una ragazza così povera e illetterata. Nell'agosto del 1925,viene accolta nella congregazione delle suore di Nostra Signora della Misericordia: il cuore di Elena è al settimo cielo! Questa congregazione, fondata in Francia nella seconda metà del XIX secolo, si dedica all'educazione/prevenzione nonché al recupero di ragazze e donne socialmente a rischio. La Nostra inizia il noviziato col nome di suor Faustina e dopo 5 anni emette i voti perpetui. La sua vita è all'insegna della perfetta letizia, anche nei numerosi momenti “delle spine”. E' una religiosa cordiale, serena, particolarmente amata dalle educande. Appartiene al gruppo delle suore coadiutrici,addette ai lavori più pesanti della casa. Svolge i servizi di portinaia, giardiniera e cuoca in modo eloquente(le sue aiuole e fiori! I suoi dolci! La sua amorevolezza con chi bussa alla porta, soprattutto se si tratta di poveri!). Tutto, per lei, è una “scusa” per servire, amare Dio e il prossimo. Muore in fama di santità, a 33 anni appena, dopo una lunga e sofferta malattia(la tubercolosi). Ma quale l'evento che renderà Faustina protagonista e tramite di quel Buon Messaggio(il Vangelo) così antico e risaputo, ma sempre tanto nuovo e da scoprire... riproposto come unico luogo di salvezza “anche” per la travagliata umanità di fine e inizio millennio?Esiste una singolare relazione che imbeve il corso della sua esistenza e che assumerà tonalità inimmaginabili. Il suo diario ci aiuterà ad introdurci in quest'avventura interiore, da farci assaporare quella fragranza spirituale che, quale pane profumato e fresco di forno, tutti siamo chiamati a... “mangiare gratis e in abbondanza”(cfr.Is55,1-2), secondo la vocazione di ciascuno .

“Tutti mangiarono e furono saziati” (Mt 14,20a)

(seconda parte).

“ Signore Gesù, trasformami in te, perché io sia il tuo riflesso vivente (…); desidero essere un riflesso del tuo Cuore M1,voglio glorificare la tua M. Imprimila nel mio cuore come un sigillo indelebile (…). Ho una sola ragione di essere: rendere gloria alla tua M”(diario, 1937) - . Parole che mostrano l'unica ragion d'essere della nostra “venditrice di pane” e quella di ogni adoratore dello Spirito, l'alveo vitale di ogni discepola/o. Faustina ha una ragione in più, poiché il Signore le si rivela in modo sensibile e le manifesta il mistero della sua M contagiandole il desiderio di offrire la vita per la salvezza dei peccatori: i più miseri tra i miseri. Lo stesso risveglio vocazionale dopo la parentesi mondana ebbe luogo attraverso una visione di Gesù che un passo alla volta la condusse all'approdo anelato(cfr. diario).Praticamente,dal noviziato in poi, sarà un susseguirsi di dialoghi con Lui(e sua Madre): densi di delicatezze, consolazioni, propedeutici alla missione che le verrà affidata. Veniamo quindi al momento cruciale.1931: Faustina si trova nel convento di Plock, addetta al pesante lavoro della cucina e alla vendita del pane. Alla sera, mentre sta nella sua cella:- “Vidi Gesù con la veste bianca(...)dal petto uscivano due grandi raggi, rosso e bianco. Mi disse:“dipingi(fai dipingere)un quadro secondo l'immagine che vedi,con sotto la scritta: Gesù, confido in te. Desidero che venga venerato(...)nel mondo intero”(diario)-. I raggi indicano l' acqua e il sangue(cfr.Gv19,33-34;1Gv5,6-8),simboli tanto declamati da padri e dottori della chiesa. Anche se la richiesta è molto chiara,l'incertezza invade la religiosa quando il confessore tentenna. Ma Gesù incalza:-“Desidero che i sacerdoti annuncino questa mia grande M(...).Non temano[i peccatori]di avvicinarsi a me”(Ivi)-. Povera Faustina e... povero confessore! E' già di per se' arduo discernere un'anima che presume visioni,si aggiunga la richiesta di una nuova2 devozione! Anche le consorelle sono confuse e spesso - in buona fede alcune e con disprezzo altre - cercano di dissuaderla circa le presunte “voci”.Ma la Provvidenza sa il fatto suo:manderà uomini di spessore quali il padre Elter(gesuita)e don Michele Sopocko, per rassicurare che “è Dio che parla”. Don Sopocko(proclamato beato nel 2008) sarà dal 1933 il suo confessore. Nella sua persona si realizza la promessa[fatta da Gesù] che la Nostra tanto anelava: un presbitero santo e saggio, teologo ad oc, che sappia intuire ed interpretare. Non saranno rose nemmeno per lui condividere simile avventura, ma ne sarà all'altezza, consapevole delle spine del percorso. Detto fatto. Quando questa benedetta donna di soli 28 anni,oltre al quadro, aggiunge la pretesa[di Gesù]di stabilire la festa della divina M la prima domenica dopo Pasqua, don Michele sente che deve prender fiato! Prega, rincara l'ascesi, interpella amici teologi nonché le superiore di Faustina, alla quale chiede di sottomettersi ad una perizia psichiatrica. Richiesta dolorosa e umiliante per quei tempi, ma empiricamente utile. Non dubita tanto delle virtù della sua penitente, quanto della di lei missione, diciamo... esorbitante. Ma il dubbio in questi casi fa gioco alla Provvidenza. Il quadro viene portato a termine, e sempre sotto richiesta del Signore, verrà esposto (la 2^ domenica di Pasqua,1935) nel celeberrimo santuario di Wilno3,da secoli dedicato a Nostra Signora della M: una missione impossibile fatta realtà! E lì don Michele capisce che è tutto “troppo vero”. D'ora in poi decuplicherà lo zelo verso quella M che si riverserà quale potente refrigerio sull'imminente inferno della guerra(predetta da Faustina nel 1928)e sull'umanità tutta:proprio come Gesù promise alla sua “bambina del pane”.

“Signore, nella vita potrei perdere tutto, anche la grazia; ma non perderò mai la confidenza nella tua misericordia” - (san Claudio la Colombière)

(terza parte).

Le visioni mistiche e la crescente notorietà non sposteranno di un millimetro la vita quotidiana di Faustina. Resterà sempre umile suora conversa, prodiga verso le amate consorelle ed educande. Poi c'è l'orto, il giardino, la cucina, la vendita del pane, il guardaroba. La sua personalità rimane sana, centrata, portata quindi alla gioia e a godere delle cose belle e buone. La sua anima,immersa nell'amore splendido di Dio,respira un perenne godimento anche in mezzo a desolazioni di ogni sorta. Perché allora tanta voglia di soffrire(cfr. diario)?Per AM4(cfr.2°cap.).Non si può A senza soffrire5. Arduo per noi capire. Compenetrata nella passione redentrice di Gesù,vive in funzione del “ritorno” dei peccatori: i privilegia della M. E' quindi l'AM che fa perno nell'Eucaristia il centro vitale della Nostra; il resto(visioni, profezie, bilocazioni, lettura dei cuori...)è di sovrappiù. Il nucleo della vita di fede infatti(come sappiamo)è la “relazione intima con Dio”, che si dà quasi sempre senza manifestazioni speciali,è lasciarsi modellare dallo Spirito(alla luce della Parola) a immagine di Cristo secondo il Padre lo desideri in ognuno di noi: nei sacramenti, nella preghiera, nella carità quotidiana fatta di relazioni, di lavoro. C'è di più: desiderare visioni o robe simili non è cosa sana! Lo ammoniva anche la santa d'Avila alle sue consorelle. Insomma: meglio carità concreta che grilli per la testa!Ma:allora...?!?Le apparizioni-se autentiche(si pensi a Lourdes,Fatima...)-sono eventi che non aggiungono nulla al contenuto della fede che Gesù(e gli apostoli)ha depositato nella sua Chiesa, ma lo corroborano, lo ripropongono con tonalità nuove in momenti in cui la Provvidenza lo ritenga opportuno. La missione stessa di Faustina non fu novità; ricondusse con nuove forme di culto al punto focale della nostra fede: la M di Dio./ Chi ha letto il diario, avrà anche colto l'accortezza della santa nel filtrare tutto attraverso i confessori e il vescovo. Dio stesso lo richiedeva. Faustina gioisce nel sapersi Chiesa,Corpo Mistico di quello stesso Gesù col quale dialoga, nel cui seno verrà sigillato il marchio dello Spirito sulla sua missione. E' infatti nell'autorità dei vescovi in comunione col papa che Dio conferisce veridicità ad un Suo stesso speciale intervento nella storia. La saggia prudenza che porta la Chiesa a dubitare, a setacciare l'ortodossia e a volte ad osteggiare, fa da sano giocoforza, perché: se da Dio...(cfr. At 5,39)./Tra tante, speciali perle [nel diario]della nostra illetterata guardarobiera sono le esperienze mistiche. Descritte con sorprendente chiarezza, formano a tutto tondo un quadro sinottico con quelle di Teresa d'Avila, Ignazio di Loyola, Giovanni della Croce, Teresina di Lisieux. Sempre con preclara semplicità si addentra in dissertazioni teologiche degne dell'Aquinate! E' Dio che si diverte a far spaziare la sua bambina su quelle “vette” che ad altri(i teologi)son costate anni di “faticosa scalata”. Non è lo stesso papa Benedetto a ricordarci che la teologia ha senso solo se sottomessa al “realismo dei santi?6”. Anche san Tommaso ci ricosrda che la teologia è, soprattutto Sapienza, cioè: una conoscenza saporosa, frutto dell'esperienza diretta con l'amore di Dio. Il culto alla Divina M include varie forme di pietà(novena, coroncina, l'ora della passione) ma il momento culmine è la Festa, nella 2^ domenica di Pasqua. La data liturgica non è casuale, visto che Redenzione e M s'identificano nella realtà del Triunico che: “E' LA M”./ Oggi la devozione è felicemente radicata in tanti cuori, molti dei quali hanno trovato la fede suo intermedio, come testimonia di se stessa, verbigrazia, l'attrice Claudia Koll. Le devozioni, infatti, altro non sono che mezzi per maturare una fede Cristocentrica, adulta e senza fronzoli,(“salda ed essenziale”,diceva padre Vittore)vissuta con carità effettiva./ Chi vuol saperne di più su santa Faustina ed il culto al Cuore M di Gesù, può contare su un'estesa bibliografia che include il menzionato diario. La fraseologia[del diario],i termini,gli allegorismi e certi modi della santa, riflettono un po' la spiritualità dell'epoca: ma il succo c'è tutto. Buona lettura.

“Alleluia! Lodate il Signore perché è buono: perché eterna è la sua Misericordia!” (Sal 135,1)

UNA VENDITRICE DI PANE... DOTTORE DELLA CHIESA? (quarta ed ultima parte)

Nel contesto del 2° Congresso mondiale della Divina M[isericordia]7, dai vescovi là presenti è partita una richiesta per il Santo Padre:attribuire a suor Faustina il titolo di “D[ottore]d[ella]C[hiesa]”. Petizione che non lascia stupito chi abbia letto il[di lei]diario. Lo straordinario riconoscimento(di DdC)viene conferito a quei/lle santi/e che arricchirono la fede del Popolo di Dio attraverso opere letterarie di notevole spessore teologico e mistico. Tra le donne figurano:Caterina da Siena,Teresa d'Avila e Teresina di Lisieux. Gli uomini sono più numerosi(!); ne cito alcuni: Atanasio, Ambrogio, Agostino, Tommaso d'Aquino, Giovanni della Croce. Come si può immaginare,generalmente si trattò di persone vocate allo studio. Ma prima di tutto donne e uomini amanti di Dio e delle Sue verità,per le/i quali la contemplazione del Mistero era da anteporre alla pur sottilissima speculazione teologica(cfr.Sap7,7b.15),considerata da loro opaco riverbero del Suo splendore (cfr. Sap7,25-27.29). Donne e uomini di luminosa e pura umiltà; come tutti i veri sapienti, del resto (cfr.Sir3,17-20). Ma torniamo alla Nostra. Una giovane suora conversa con nemmeno la terza elementare,nel firmamento dei DdC?!? La risposta, come accennato sopra, la troviamo nel diario. Rimando ai precedenti articoletti in cui ne delineai, in estrema sintesi, le caratteristiche. Analizziamone alcune che ne giustificherebbero il “dottorato”.Non ha dimestichezza di penna, ma il suo stile è chiaro e trasparente,accessibile a tutti.Inizia a redigere il diario (1934) quasi controvoglia8, per obbedienza al padre spirituale. In effetti è Gesù stesso che lo richiede,nominandola amorevolmente: “Mia carissima segretaria(…)segretaria della mia M(Diario)”. Cosciente di ciò,Faustina, con la tipica fiducia dei santi, immerge mente, cuore e... penna nei calamai dello Spirito:“Pregai brevemente lo Spirito Santo, poi dissi:“Gesù,benedici questa penna,affinché tutto(...)sia a gloria di Dio”. E subito udii una voce:“Sì, la benedico poiché(...)molte anime ne riceveranno vantaggio. Figlia mia, voglio che tutti i momenti liberi li impieghi a scrivere sulla(...)M(Diario)”. Vi lavorerà nei ritagli di tempo libero, fino alla morte. Il contenuto è in totale armonia colla Fede della Chiesa. Se vogliamo, l'originalità di questi scritti consiste nell'intreccio spontaneo tra esperienze di vita ordinaria, riflessioni teologiche e trasfiguranti estasi mistiche. Poi c'è l'aspetto, a mio avviso, “omologante”: la fedele trascrizione dei dialoghi con Gesù e la Madonna, avvenuti attraverso apparizioni o mozioni dell'anima. La massiccia diffusione della devozione e le innumerevoli conversioni, dicono la straordinaria efficacia dell'opera di quest'umile e illetterata venditrice di pane. Quasi scontato ribadire il ruolo decisivo di papa Giovanni Paolo nella meravigliosa avventura. Non sarà mai di troppo, invece, precisare l'unica ragione degli scritti:“la M che è Dio stesso in Cristo Gesù, Volto della tenerezza del Padre, Principio e Culmine di tutto, nostra gioia, dolce rifugio dei peccatori. Paradossalmente, infatti, è nel perdono dei peccati che viviamo l'esperienza fondante di M, la ricostruzione ontologica della persona, il ritorno alla vita vera e buona. Rimane un quesito in sospeso: Faustina mai realizzò studi di teologia. Allora? Anche qui rimando all'anteriore capitoletto: il Signore fa uso della Sua onnipotenza (cfr. Lc1,37) nel modo più appropriato con ciascuno dei suoi figli, per il bene di tutti. Con Faustina Si diletta nel comunicarle in soli pochi attimi di osmosi mistiche, sublimi realtà teologiche. Qualche analogia con un'altra giovane donna: Caterina da Siena. Il suo “Dialogo della Divina Provvidenza” (il magistrale trattato da lei dettato) inebriò a tal punto la finissima sensibilità spirituale di papa Paolo VI, il quale non esitò a proclamarla DdC. Tutto ciò non sminuisce lo sforzo investigativo degli altri[DdC]: semplicemente sentieri diversi convergenti alla medesima Vetta. Allora:riceverà la Nostra il meritato titolo? Le credenziali ci sono; la Chiesa dirà. Nel frattempo ci rallegra la certezza che in Cielo, la candidata, ha già ricevuto il suo... diploma.

“Solo nella nostra debolezza siamo vulnerabili alla M di Dio (...). Dimorare nella debolezza: ecco l'unica via per entrare nella grazia e per diventare un miracolo della M” (André Louf)


1Misericordioso, misericordia;
2In realtà la devozione esisteva già, ma con meno enfasi;
3oggi Vilnius, capitale della Lituania;
4AM: amore misericordioso; A: amore; M: misericordioso, misericordia...;
5Benedetto XVI, omelia per l'apertura dell'Anno Paolino;
6J. Ratzinger, Guardare Cristo, Jaka Book, 1989, p.28;
7Svolto a Cracovia, tra fine settembre e inizio ottobre 2011;
8Tipica rluttanza dei santi, frutto dell'umiltà.