martedì 15 aprile 2014

LA NAZIONE... VENETA

Giorni fa, ha fatto cronaca l'arresto di un gruppo di persone pronte all'assalto - con tanto di carrarmatino fai da te! - al fine di ottenere l'indipendenza veneta. Non so quanto ci sia di  reale e di gonfiato sulla vicenda.

Devo confessare che quell'artigianale carrarmatino secessionista (una ruspa corazzata), così pericoloso da far tremare chissà chi, mi ha destato certo sorriso! Peccato: a saperlo prima, avrei messo a disposizione la vecchia motozappa di mio nonno: con un po' di miscela, quattro latte mimetiche e un tubo di ghisa (a mo' di cannoncino), avrebbe fatto il suo figurone, apportando manforte alla causa!

Scherzi a parte: in verità il mio sorriso non è rivolto alla ruspetta, ma alle solenni stupidaggini innalzate attorno ad essa, che la vogliono addirittura emblema di... violente derive popolari!

Peccato che il solido Governo Italiano, capace di sgominare con alta determinazione tanto po' po' d'insurrezione, non sia altrettanto risoluto nel prevenire e neutralizzare gli orchestranti (quelli che non scendono in piazza) di guerriglie (leggasi: violente derive popolari) coi loro mini-eserciti, che puntualmente insidiano pacifiche manifestazioni di onesti cittadini, trasformando vie, piazze e negozi della Capitale (e non solo) in luoghi di battaglia e di macerie!

Chissà perché: pare che certe violenze sembrino addirittura tollerate. Mah! Intrigante mistero!

Sia chiaro che ogni artefatto a scopo offensivo, fosse anche un sasso acuminato, debba essere inibito dagli organismi preposti all'incolumità dei cittadini: ci mancherebbe altro! Ad ogni modo credo che l'antitalica ruspetta non sia più colpevole di altre insane iniziative, che le persistenti Ragioni di Stato mettono in atto nel suolo tricolore, quasi sempre a nostra insaputa.

Eppoi, mantenendo analogie: quante le vesti stracciate contro i più aggressivi cuginastri della frustrata ruspetta?! Mi riferisco ai corazzati bulldozer israeliani (marca Caterpillar) che schiacciano cose, case e qualche volta... persone!

Per non parlare delle  armi sparate - in casa italiana -  in odor di affari, che avvelenano le comunità attigue a poligoni di tiro e a basi militari. E che dire di altri esperimenti eseguiti sulla nostre carne da cavia (scie chimiche e porcate varie)?! Il tutto schermato da solenni segreti di Stato (ipocriti eufemismi, spesso varati in antinomia coi diritti umani), spesso avallati da decreti fatti alla chetichella dai nostri Governi-fantoccio. Se poi entrassimo nel campo dei soprusi fiscali, dei debiti non pagati (dallo Stato che combatte l'evasione...) ai privati ... !! 

E siamo solo alla punta dell'iceberg di una lunga serie di abusate azioni di Stato consumate sottobanco.

A scanso di equivoci: non sto giustificando una violenza con altre; ne' intendo sminuire la gravità dell'accaduto, se attinente alle notizie riportate. L'aggressiva ruspetta veneta è pur sempre simbolo di una forma del tutto deleteria, non civile, obsoleta, decisamente non consona all'ottenimento di un fine così nobile come l'autodeterminazione, la quale dà ragione di se' solo se perseguita con gli strumenti della democrazia, quindi nella rigorosa non violenza attiva.

Non violenza quindi democrazia: unica piattaforma sulla quale un argomento così profondo e delicato (la secessione) può esser trattato in modo legittimo. Soltanto su tale premessa potrei dichiarare di  non aver problema alcuno nell'avallare le decisioni del Popolo veneto, qualora l'anelo a maggiore o totale indipendenza fosse il frutto dei pacifici consensi di una rilevante maggioranza.

Ma: quali i motivi legittimanti l'orientamento di un popolo verso l'autodeterminazione? Per me la risposta è semplice: tutti quelli che quel popolo ritenga giusti, importanti, utili, per se stesso e – dettaglio non irrilevante – per gli altri (parliamo quindi di scelte non lesive della dignità umana, prive di soggiacenze nazionalistiche e robe affini).

Non conosco a fondo l'humus dei Veneti; perciò non saprei dire se l'orientamento verso un'eventuale secessione poggi su basi identitarie di spessore storico-culturale o sul semplice anelo ad un'economia sbrigliata dai pesanti gravami dello Stato Italiano. Non saprei nemmeno dire quanti siano i cittadini veneti che pensino seriamente ad una transizione del genere (leggo in qualche parte: forse metà della popolazione; come qua e là apprendo circa un numero importante di imprenditori che non disdegnerebbe simile opzione).

Supponendo che l'economia sia la ragione fondante: potrebbe, da sola, giustificare una decisione di tale portata? Personalmente credo di sì. Perché l'economia non è solo questione di dare e avere, o di profitto: è parte integrante dell'identità di un popolo; ne manifesta, in un certo senso, il modo di essere; è strettamente legata allo stile di vita, alle tradizioni, alla cultura del lavoro, al godimento della vita, alla festa... all'assetto esistenziale che quel popolo voglia darsi.

In tal senso credo che le Genti venete portino in se' una più che corposa identità, in virtù della quale non stenterebbero a tessere una reale-funzionante personalità nazionale, o quantomeno: una realtà politica di marcata anatomia autonoma.

Spesso, quando è una Regione ricca a volersi separare, quel gesto viene letto come un desiderio di chiudersi nel godimento del proprio benessere, senza ingerenze di sorta. È una reale possibilità. Chiaro: fondare un edificio nazionale sulle basi di una gestione egocentrica delle risorse (dico egocentrica, da non confondere con autonoma), si rivelerebbe, alla lunga, una premessa dai piedi di sabbia, non umanizzante. Tagliare radici al rapporto vitale-solidale-collaborativo con e verso gli altri popoli, equivarrebbe a recidere il ceppo portante della stessa vita-identità umana, poggiata su un'intrinseca realzionalità (unica dimensione capace di farci crescere).

Non credo però sia il caso dei Veneti: non secondi a nessuno in quanto a generosità.

Tuttavia, aspirare ad una gestione autonoma, e - perché no? - ad un godimento più proprio* dell'economia prodotta con onesta efficienza, non è un'aspirazione illegittima, ma un diritto. Far passare un diritto per egoismo, equivarrebbe a sprezzare la verità e gli stessi diritti umani.

Non è egoista la scelta di quel popolo che vuol sganciarsi da soffocanti istanze fiscali rispondenti a intricate, controproducenti e sperperanti burocrazie; che vuol sganciarsi dal peso di una politica che succhia troppo e dà troppo poco; che vuol sganciarsi dagli egemonici giochi bancari; che vuol sganciarsi da un Governo che in piena crisi ha la sfacciataggine di condonare 98 miliardi a chi fomenta la patologia del gioco d'azzardo; che vuol sganciarsi dall'esosità di certe spese ambigue (dettate da Ragion di Stato), che mai verranno ridotte significativamente!

Non è egoista la scelta di quel popolo che voglia svincolarsi da cotanti-umilianti (e immorali) servaggi, per dipingere la propria esistenza in maniera più semplice, più umana, più variopinta, più soddisfacente, più altruista, più conforme a se stesso.

Non è egoista quel popolo che scelga di non più alimentare i satolli ventri dei burocrati di Stato, semplicemente perché sente il dovere morale di orientare il proprio altruismo (i profitti del proprio sudore) nel modo più confacente, mirando a realtà umane veramente necessitate: dentro e fuori casa.

Non è egoista la scelta di quel popolo che, quand'anche fosse unito in buoni vincoli ad un'Entità nazionale mediamente sana e vantaggiosa, decida di dar vita ad un percorso proprio, autonomo, semplicemente per aver maturato motivazioni fondanti tale percorso.

Quanto affermato reca in se' una non secondaria conclusione: il processo autodeterminante di un popolo, se genuinamente tale, ridonda sempre in arricchimento (umano, culturale, democratico, politico, economico) degli altri popoli della terra (inclusa la stessa Nazione da cui ci si separa). Perché? Perché fa da stimolo al buon uso della libertà, che è tale solo quando un popolo può esprimere se stesso in pienezza, senza vincoli esterni. Quando ciò accade: ci si arricchisce e si arricchisce, in tutti i sensi. Quando accade il contrario: l'umanità tutta decresce, s'impoverisce in tutti i sensi.

Non sono quindi i processi omologanti che danno vita, colore, armonia e vera fratellanza all'umanità (con buona pace di quei sedicenti politici, intellettuali ed economisti che persistono - causando non pochi danni -  in tale prassi). La storia ce lo ha mostrato più volte: le omologazioni forzate, supportate dai metodi assolutisti che in passato costruirono certe nazioni, causarono lo sterminio (culturale-fisico) di molte minoranze (a volte di... maggioranze), ricche di culture oggi disciolte.

Ma il passato è passato, lo sappiamo, e va contestualizzato. Piangerlo col senno del poi, coi parametri attuali, non avrebbe senso e non sortirebbe efficacia alcuna (anche se, a onor del vero, voci profetiche - di solito isolate e silenziate -  mai mancarono, in ogni epoca).

Nostro dovere, oggi, è cercare di rimettere le cose al proprio posto nel modo più consono, con tanta buona volontà e senso estetico! Come? Non certo mandando indietro la pellicola, ma creando nuove sintesi che sappiano riscattare ed integrare, attraverso un processo creativo e arricchito dall'oggi, quel limo culturale del passato capace di dare humus alla vita presente.  In questo modo si preserva la tradizione di un popolo: uno scaffale colmo di sapienza inestimabile, parte immancabile nella biblioteca dell'Umanità.

Oggi, alcune minoranze etniche sono riuscite a superare i preteriti stupri identitari, trovando sintonia con la nazione d'appartenenza, senza dover rinunciare alla propria specificità culturale-linguistica-economica. Altre non ce l'hanno fatta, riducendosi a umilianti sottomissioni culturali. Altre ancora, come già sopra, pur avendo trovato sintonia, rispetto e benessere nella nazione d'appartenenza, stanno ritenendo opportuno, per motivi propri, di dar vita ad un percorso altro.

Come cittadini di un presente basato sui processi democratici, abbiamo il dovere di rispettare quelle comunità che protendono verso il riapproprio di ciò di cui vennero private in un "passato che appartiene al passato". È la vita stessa, la sua naturale protensione alla superazione, che lo richiede.

                                                                                                Ignazio Cuncu Piano


* Si include il godimento che deriva dal gestire l'altruismo con criteri propri, mettendo la propria economia a servizio di chi ne abbia bisogno, per favorirne la crescita in dignità

venerdì 28 marzo 2014

LA BELLEZZA DI... SARDEX

Ci ho messo un po' a decidermi sul titolo. Avevo pensato a (titoli quali): “Il successo del metodo economico Sardex; la scelta vincente del metodo Sardex; il profitto di Sardex; i vantaggi di Sardex; la convenienza economica di Sardex”. Ha prevalso il termine "bellezza"; a prima vista poco aderente ad un argomento dal sapore monetario. Si potrebbe infatti obiettare che una riflessione di tale indole gradirebbe sostantivi quali: “vantaggio, convenienza, concorrenza, profitto”.

Non sono d'accordo. L'economia non è solo “dare e avere”; è innanzitutto una questione di estetica1.

La vita, si sa, è fondata sull'Estetica e in Essa è contenuta. Servire l'estetica, la bellezza, la bontà quindi l'utilità (ovvero: quel dinamismo che permettere ad ogni uomo e donna, di poter godere abbondantemente dell'estetica della vita), è fondamentale missione dell'arte di amministrare la casa.

La peggior tragedia dell'umanità, oggi, trova le sue radici - guarda caso - proprio nella scissione tra: bellezza, bontà e utilità. Principale artefice ne è stato il vorace sistema economico occidentale. Il pensiero filosofico che ha supportato i principi della Rivoluzione Industriale e dell'economia Capitalista-Liberista (d'ora in poi: CL), ci ha sospinti - con esito! - verso una visione disconnessa e contrapposta di questi imprescindibili ed osmotici piedistalli dell'esistere. I drammatici risultati della micidiale manipolazione sono sotto i nostri occhi e... sopra le nostre vite!

Quando bellezza, bontà e utilità sono separate e contrapposte, la vita viene sopraffatta e annientata. Si tratta di un assioma che non ammette eccezioni... nemmeno in economia.

Quest'inscindibile trilogia (per me, credente, fruite dalla stessa vita-dallo stesso Autore), porta ad una triste conclusione circa l'economia imperante: il CL (col suo incontrollabile delirio di “denaro per il denaro ad ogni costo”) è intrinsecamente non-umano. Per far coerenza coi propri principi, necessita infatti contrapporre: bontà, bellezza, utilità. Se ne desume che esso contenga nel proprio DNA la neccessità dell'esclusione e dell'affossamento di gran parte della popolazione.

Detto in altri termini: non esiste un CL onesto, buono. E nemmeno utile, visto che il concetto di utilità universale è l'unico che sappia mettere in essere ad un'economia che si consideri tale.

Sia chiaro che non ce l'ho col capitale2 in se', ma con l'uso (accumulativo ed escludente) che ne fa il Sistema imperante.

La crisi dell'economia, oggi, è sostanzialmente la crisi di un CL che si sta avviluppando in se stesso: una tigre ferita a morte che corre all'impazzata calpestando ciò che incontra; che prima di trarre l'ultimo respiro emana i più terrificanti ruggiti; che s'illude di salvarsi uccidendo chi gli sta intorno.

Si tratta di un'evidenza alla portata di tutti; il resto è retorica scritta su cartastraccia. Anche la Politica lo sa; ma stenta ad ammetterlo, ridotta com'è a mendicare l'annuenza della Tigre“ per poter fare ciò che vorrebbe” (cf. Zygmunt Bauman, Quel futuro conteso da mercati e Stati-nazione, La Repubbica, 08/06/2012). E così vaga nel vago, fingendo di risolvere i problemi della gente, ma in realtà costretta al meschino gioco del Re Nudo, per timore che “La Tigre” la punisca con ferocia.

Ma non siamo al crepuscolo. Tutt'altro. In mezzo a luci che si spengono e volgono a notte, ce ne sono altre che si accendono e che pian piano fanno nuovo giorno. Si tratta di luci disseminate nell'Umanità, ancora molto anonime ma efficaci, in gran parte scalzate dai media fagocitati dalla... Tigre. Si tratta di germogli che crescono - silenziosi ma in piena linfa – nel sottobosco dell'ombrosa giungla in decomposizione dell'attuale sistema.

Mi riferisco alle numerose iniziative che - forse inconsciamente - stanno restituendo connotazioni proprie al volto dell'economica. Iniziative rivoluzionarie, sostenute da un'efficace inte-ligenza monetaria, iniziative che paradossalmente - o no? - sorgono in ambiti umani caratterizzati da estremo disagio economico; iniziative che stanno ridando dignità ad intere famiglie sferzate da povertà e miseria; iniziative che fanno giustizia alla semantica del bistrattato termine “crisi” , brandito da molti soltanto a mo' di mero spauracchio (crisi, dal greco krino: separare il grano dalla pula, discernimento, scelte nuove, soluzioni nuove, esito).

Fra queste (iniziative), mi piace citare il sistema economico Sardex (d'ora in poi: Sx). Forse denominare “sistema economico” quest'efficace microcredito sorto (nel 2006?) dall'iniziativa di quattro giovani sardi (Giuseppe e Gabriele Littera, Carlo Mancosu e Piero Sanna) a qualcuno potrebbe sembrare eccessivo. Mah! Non vedo perché un progetto capace di risollevare - oltre che economia locale e lavoro – l'autostima e la dignità di tante persone, debba essere ghettizzato con appellativi altri e minimizzanti!

Abituati come siamo a considerare il peggio come fosse il meglio pur sapendo che non lo è, può farci buon gioco concentrare l'attenzione sul “rovescio del rovescio”, a mo' di saggi cercatori di rare perle, piccole ma preziose, coltivate in mezzo ad inutili ferrivecchi cromati. Forse ci accorgeremmo che sistemi economici quali Sx, l'Economia di Comunione, la Grameen Bank, i 17 circuiti di moneta complementare del Belgio, la sterlina ecologica di Brixton, la Banca Wir (la moneta alternativa svizzera fondata negli anni '30 a cui s'ispirarono gli ideatori di Sx) et alii... , mettono in luce, per contrappasso, tutta l'anima antieconomica (non utile) del CL.

Ma torniamo a Sx. Certo non saprei spiegare tutti i dettagli tecnici di questa banca senza interessi (un assortito di servizi e moneta virtuale interscambiati fra gli utenti), ma ne vedo i buoni frutti (“dal frutto si riconosce l'albero”, disse una volta un Tizio – cf. vangelo secondo Luca 6,43-44). Per frutti intendo le più di 600 imprese isolane in felice ripresa. Imprese fino a poco fa vocate al declino, asfissiate dal peso della crisi indotta e dai perversi meccanismi bancari, possono ora respirare attraverso i polmoni di un sistema economico dall'apparenza - ma è solo apparenza! - naif.

Col sistema Sx: “A parte benzina, farmaci ed energia elettrica, [si può] comprare tutto, sia beni che servizi. E quindi alberghi, dentisti, falegnami, elettricisti, meccanici, consulenti di marketing, sale congressi, corsi di lingua inglese, pubblicità sui giornali locali, vestiti, mobili, ristoranti e persino la connessione internet. Oltre al cibo, vino e carni, tutto rigorosamente sardo” (Riccardo Luna, Vivere bene senza denaro, La Repubblica, 23/01/2012).

Il sistema Sx è del tutto legale; non scalza l'euro (anzi: lo umanizza, ergo lo valorizza), che viene utilizzato sia per pagare le tasse, che per le transazioni esulanti o non previste (dal sistema Sx).

Ambiti internazionali (e, m'immagino, anche gli scagnozzi della Tigre) osservano con attenzione la positiva esperienza economica sarda.

Sx è un sistema economico che mette al centro la persona e la sua dignità. Come? Attraverso il metodo dell'eticità, della fiducia, della solidarietà: valori insiti al... camminare e crescere insieme. Strano no? Eppure questi treppiedi della convivenza umana, fanno la base identitaria di ogni economia. Il sistema  prevede che: “Per andar bene io, devono andar bene gli altri”. È anche per questo motivo che quando un'impresa della rete Sx vacilla, le altre intervengono in suo sostegno; con buona pace di chi sostiene che l'eticità e la solidarietà non si possono mangiare (cf papa Francesco, Evangelii Gaudium, 57)!

La coerenza di Sx si evince anche da scelte che escludono interazioni con entità finanziarie di altro tenore etico, e con industrie impegnate nella fabbricazione di armi. Superfluo spiegarne i perché.

Ma a mio avviso il valore aggiunto di Sx, va ben oltre il semplice fatto economico; va oltre lo stesso Sx. attraverso questo sistema si sta promuovendo un nuovo stile di vita, una nuova metrica nel rapporto economia-vita. Per me, credente, Sx, in un certo senso, mette in prassi il principio cristiano (che è pure patrimonio di società tribali per fortuna non ancora... civilizzate) della Comunione dei Beni : “Chi aveva proprietà […] ne faceva parte [agli altri],secondo i bisogni di ciascuno”(Atti degli Apostoli 2,45). La gestazione di questo nuovo stile di vita , se coscientemente assimilato quindi impresso negli animi, potrebbe evolversi e ridondare in un sano contagio verso l'economia più "macro",  anche nella non auspicata eventualità che il sistema Sx venisse a decadere.

Non so se ho esagerato in apprezzamenti. Forse no!

È molto probabile che i fondatori di Sx non s'intronfino per tanto buon esito, considerandosi  normali cittadini a servizio dei cittadini. E vada bene così! Ma noi, noi che osserviamo dal di fuori, siamo invitati (dal buon senso esistenziale) a ringraziare e riflettere circa la bellezza, la bontà e l'utilità di questo metodo. È quasi (o senza quasi) un dovere. Soprattutto lo è per noi Sardi: ci stiamo rendendo conto di questo ed altri coloriti fiori che ci germogliano in casa?  Tutte iniziative - bada bene! -  portate avanti con quotidiana positività, con impegno reale, senza fatesche bacchette magiche.

L'ordinaria straordinarietà di Sx sta rimettendo in essere un dinamico assioma sociale caratterizzante le primitive genti sarde (e, in fin dei conti: tutte le società primitive del bacino del mediterraneo e non solo), ove l'essere persona singola è in simultanea-vitale relazione con il gruppo di appartenenza (essere, equivaleva ad "essere-con gli-altri, anche in ambito economico).

L'ordinaria straordinarietà di Sx, riafferma a mio avviso una costante nella lunga e articolata storia dell'Isola: povertà e miseria - contrariamente al pensare comune -  sono state, in genere, conseguenze di meccanismi economici imposti da oltremare. Meccanismi perversi o semplicemente a noi non consoni, che quasi sempre hanno scalzato autoctone abitudini (economiche) dignitose ed efficaci 3.

L'ordinaria straordinarietà di Sx, quindi, non è l'eccezione che conferma la regola circa un Popolo affetto da “ancestrale-granitico immobilismo” (idiota, quanto falso e nefasto luogo comune!), ma l'ennesima dimostrazione della nostra “inconsapevole capacità creativa”. Sì, inconsapevole e sminuita (da noi stessi, s'intende). È questo il nostro peggior difetto. Prendiamone atto per favore e... buttiamolo a mare con gioiosa determinazione! Ci farà tanto bene.  Sardex docet!

                                                                                                                      Ignazio Cuncu Piano.


1  Estetica intesa come: capacità di contemplare (cogliere in profondità, guardare con positività) ed accrescere la bellezza di ogni uomo e donna, del cosmo e della vita tutta;

2  altro esempio di capitale umanizzato è la “Economia di Comunione”. Sorta nel 1991 in Brasile (dall'intuizione di Chiara, Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari), ha fatto del capitale il propulsore di un'adeguata retribuzione agli operai, dell'incremento dei posti di lavoro e dell'aiuto a famiglie e persone in necessità. Ad oggi si contano oltre 850 imprese (più altre 100 in empatia) dentro le quali si respira un nuovo stile impresariale, fatto di solidarietà, di valorizzazione della creatività di ognuno e di abbondante soddisfazione dei legittimi bisogni (personali e familiari) degli operai e delle operaie;
 
3  la Sardegna, prima dell'imposizione delle nefaste leggi economiche sabaude, è caratterizzata da un'economia (autoctona e funzionante) che antepone il bene della comunità al profitto privato (cf. Omar Onnis, Tutto quello che sai sulla Sardegna è falso, Arkadia Editore, 2013, pp. 16.73.107).

martedì 25 marzo 2014

COMO CORDERITOS EN EL REGAZO DE DIOS (cfr. Is 40, 11)

PROEMIO.

Ya pasaron alrededor de cinco meses desde cuando algunas hermanas y hermanos del “Movimiento Camino” de Santiago del Estero (R. Argentia) me solicitaron a que redactara el pròlogo del libro que se aprestaban a editar: “Un camino para las Personas divorciadas, separadas y en nueva uniòn” (el tìtulo que lleva el libro, también refleja la tarea del Movimiento).

Bueno: una vez màs deseo expresarles... ¡ rebosante gratitud !

Mi gratitud no estriba tanto en el privilegio que se me otorgò en pro de redactar el pròlogo de un libro (¡ pues, ya me hallarìa en el àmbito de la jactancia!), sino en haberme despertado a la memoria recuerdos inolvidables, pues imborrablemente sedimentados en mi corazòn. Me refiero a los muchos... intensos... maravillosos... dolorosos... conmovedores y resucitadores momentos compartidos en Retiros y Encuentros con tantas hermanas y hermanos desgarrados por el drama del fracaso conyugal; los cuales, pese a todo ello, tomaron la opciòn de seguir caminando con y... en el Emanuel: “Dios-con-nosotros” (cfr. Mt 1,23).

Y, ya sabemos: nuestro Dios, por esas paradojas tan frecuentes de su Amor Misericordioso, fortalece sus deseos de andar-estar con nosotros (para sostenernos (servirnos), envolvernos de ternura y consuelo) justo cuando la vida... màs nos desampare.

PRÒLOGO DEL LIBRO “Un camino para las Personas divorciadas, separadas y en nueva uniòn” .

La publicaciòn del siguiente pròlogo en mi blog , quiere ser un homanaje a quienes fundaron “Movimiento Camino”; a los que estàn comprometidos en su persistencia; a las mujeres y a los hombres que cruzaron sus vidas con la del Movimiento (el cual de ellos recibe la vida).
                                                                                              
                                                                                                      ¡ Un abrazo grande a todas/os !


"EL ESPÌRITU SANTO Y NOSOTROS..." (Hch 15, 28 a)                                          26/11/2013

Cuando “Movimiento Camino” (de ahora en adelante, MC) se aprontaba a hacer sus primeros pasos, alguien, con ademàn preocupado y en total buena fe, me hizo presente que “¡ese grupo [sic. MC] surgiò fuera de la Comunidad Eclesial!”, en referimiento de que no habìa nacido en el seno de una parroquia y no hubo aval de presbìtero alguno. No fue asì, gracias a Tata Dios, al Derecho Canònico (cfr. 299 - §1) y a la presurosa atenciòn del hermano Obispo (de Santiago) Francisco, cuya presencia en nuestros retiros espirituales fue el bàlsamo derramado en las llagas de sus participantes. Asì como sus aportes en algùn encuentro de formaciòn/coordinaciòn, que redundaron en beneficio de nuestra decisiòn para seguir andando un camino que se pronosticaba atrayente e intricado al mismo tiempo.

Con la sosegada retrospectiva de los años que transcurrieron (el movimiento ha sido fundado en el 2005), me atrebo a afirmar que la gènesis de MC, otra cosa no fue sino el enèsimo y bien logrado fruto de una de las màs felices intuiciones del Concilio Vaticano II: la recuperaciòn del protagonismo de los Laicos, asì como se lo vivia, con toda naturalidad, en la Iglesia de los primeros siglos. Un protagonismo - cuando consubstanciado con madurez y libertad amante - que sabe hacerse activa y provechosamente dòcil al soplo creativo del Espìritu, el cual “previene y gesta” toda iniciativa de amor en nuestros corazones.

¡Asì es! MC ha sido engendrado por el Espìritu y por una esigua comunidad de Laicos, àbiles en leer los signos de los tiempos; con osado desafìo y la fecunda impotencia de quien es cierto que “para Dios, nada es imposible” (Lc 1,37), quisieron adentrar una realidad entre las màs dolorosas de la humanidad y de la Iglesia: el drama de las personas separadas, divorciadas y en nueva uniòn.

Un drama que paradojicamente, en razòn de factores emocionales, prejuicios y malentendidos doctrinales, se torna aun màs agudo para quienes, desde esa situaciòn, quieren seguir un camino autèntico de fe. Las cristianas y los cristiano separados, se sienten a menudo marginados eclesiales y en definitiva... marginados por Dios.

MC ha nacido para trasmitirles - a estos hombres y mujeres - un mensaje tan esencial cuan dificil en su asimilaciòn real: que la verdad es otra. Ellos... ustedes, hermanas y hermanos separados, son parte viva del Cuerpo Mìstico de Jesùs (la Iglesia); son esposas y esposos de Jesùs ¡y ese matrimonio no fracasarà (cfr. Os 2,21-22; Is 62,3-5.12) ! Ustedes son “la Carne herida de Cristo”, como ama decir nuestro hermano Obispo (de Roma) Francisco. Ustedes son aquellas/os que Dios quiere abrigar en su regazo con la ternura visceral de una mamà (cfr. Is 49,15; 66,13; Sal 131,2; CIC, 239). Pues, si asì no fuere, se vendrìa abajo el fulcro mismo de toda la Historia Sagrada, o sea: Dios anhela ardientemente cobijar en el “centro” de su Amor Misericordioso, a quièn se siente fracasado, confuso, desolado, equivocado, arrebatado por el siniestro misterio de la existencia.

MC tuvo la humilde ambiciòn de querer ser ese rostro de Dios para estas personas; y por cierto lo logrò, a sabiendas de que sus muchas limitacione frente a la amplitud de la problemàtica enfrentada, iban a ser colmadas por la soleada sombra del Espìritu Santo (cfr. Lc 1,35).

MC recibiò al mismo tiempo mucho de cada persona que lleva la cruz de la separaciòn: nada menos que el honor - ¡y què honor! - de acariciar las heridas del Maestro resucitado (cfr. Jn 20, 25.27-28). Pues Dios mismo, en la Humanidad crucificada  y resucitada/glorificada del Hijo, manifiesta su deseo irrefrenable de hacerse solidario (ib. 19, 28b; Mt 11, 28) con la humanidad doliente y desgarrada por los dramas afectivos, al punto de identificarse con ella: “Estuve en el dolor a causa de mi separaciòn, postrado por el fracaso del màs hermoso sueño de mi vida; me sentìa culpable por ver a mis hijos sin la càlida seguridad de un nido, ... , y te arrodillaste delante mio para enjuagar mis Làgrimas, acariciar mi Rostro” (cfr. Mt 25,31-40) .

Me complazco sobremanera imaginando que con mucha probabilidad, van a ser estas las palabras que MC irà escuchando - de la boca del mismo Esposo (Jesùs) - en las Bodas Definitivas, durante el regodeo interior del convite parusìaco ya empezado en el ahora de la redenciòn (cfr. Is 25, 6-10). 

¡Dios se lo pague, hermanas y hermanos divorciados!

 
                                                                                      Hermano Ignacio Cùncu Piàno hm



sabato 22 febbraio 2014

TRASCORSE LE REGIONALI SARDE

Scrivo di proposito a elezioni compiute, tra altre cose, perché non posso e non voglio fare campagna elettorale. Solo qualche considerazione su come e quanto i recenti suffragi possano aver giovato al bene del Popolo sardo.

Il bene del Popolo sardo. Asserzione molto usata durante la campagna: da alcuni con l'adolescente pretesa di dar per scontata la propria capacità di metterlo in atto; da altri con la sfacciata smemoranza su inadempienze remote e recenti; da altri ancora con proposte nuove e voglia di fare... sul serio.

Mi soffermo su alcune... classifiche.

La mancata vittoria del Gruppo che ha come riferimento l'uscente governatore, ha segnato la fine - ma non troppo! - di un'amministrazione dalla palpabile incapacità, dalla progettualità inesistente, dal... niente fautore del peggio.

In prima posizione il PD. Una vittoria per modo di dire, visto il tasso di astensionismo alle urne. Essendo poi tra i convinti che centrodestra e centrosinistra siano due lobi di un unico infecondo e ambiguo cervello, non trovo appigli per imbastire buoni pronostici. Non ho perciò molto da aggiungere, se non per quanto riguarda quei Partiti Indipendentisti (d'ora in poi: PIN) coalizzatisi, la cui scelta mi lascia perplesso. Ma su questo mi estenderò più sotto.

Movimento Zona Franca (d'ora in poi: ZF): esigui risultati. Mi è parsa una proposta patinata da allettanti prospettive, ma confusa e ambigua fin nei dettagli. Mi è costato farmi un'idea sugli eventuali effetti di una sua reale applicazione. L'apporto di qualche amico competente e la presa visione di illustrazioni (a favore e contro) mi hanno offerto un'immagine non positiva di questa - tra l'altro remotissima - possibilità. La prima (ma non più importante) ragione che mi viene in mente è l'efficace resistenza che lo Stato italiano opporrebbe verso uno svincolamento dalle vigenti fiscalità. La Sardegna è terra coloniale, e continuerà ad esserlo finché rimarrà annessa allo Stato Italiano. A parte ciò, ZF mi dà l'idea del carro dinnanzi ai buoi... dell'entrare in acque mosse da ogni vento senza saper di navigazione... dello spendere e spandere risorse senza aver imparato a custodirle con parsimonia... dell'aprire casa propria ad estranei opportunismi senza aver appreso a gestirla con padronanza e decoro... d'illusione verso facili ricchezze tramite iniziative dal deleterio effetto boomerang, perché non consone alla vocazione dell'Isola. L'idea stessa su cui poggia ZF è spiazzante in partenza: “Abbiamo diritto a ZF perché siamo penalizzati in quanto isola...”. Quasi a dire che ZF debba essere un “plus” che colmi quel “meno” che il destino ci ha dato. Non è il massimo pensare se stessi quale popolo intrinsecamente svantaggiato, e non sarà certo la ZF a ribaltare tale negatività di fondo, definibile come la radice e causa prima dei nostri problemi.

Le più brillanti intuizioni economiche non faranno la nostra felicità, se in concomitanza non s'investirà nella costruzione di una solida mentalità positiva verso le proprie genti, la propria terra, le proprie acque, i propri cieli, la propria lingua, la propria cultura, la propria autentica storia, i propri vantaggi geografici. Con lo spirito a digiuno da questi aspetti vitali anche la ZF potrebbe rivelarsi l'ennesimo (e forse più facilitante) episodio di “libero saccheggio”. Detto in altri termini: una sospinta liberalizzazione economica senza autostima etnica potrebbe mettere in atto la nostra peggiore disgrazia. Cosa che già accade del resto. Perché la verità è che la Sardegna, per molti tragici aspetti, è già una ZF nella quale troppi golosi la fanno... franca: lo Stato Italiano, la Finanza privata ed altri attori che mettono e tolgono senza ostacolo alcuno e con indisturbata disattenzione ai diritti umani.

No, non è di ZF che abbiamo bisogno, ma di... “Zone realmente Nostre”: da noi ben governate, da noi protette, da noi ben regolamentate, da noi rispettate e da noi fatte rispettare.

Torno alla coalizione tra alcuni PIN e il PD. Considero tali alleanze strutturalmente inconciliabili (quindi infruttuose), perché ontologicamente diversa è l'anima di un PIN da quella di un partito italiano (d'ora in poi PIT). Diversa nei contenuti, nei fini perseguiti ergo nei criteri di percorso. Il percorso propedeutico all'indipendenza scorre su binari progressivamente distanziati da quelli di un PIT. Allenaze di questo genere sono... "pura illusione"; scombussolano gli stessi principi del genuino indipendentismo; illudono la buona fede degli elettori circa la presunta condivisione di un progetto inconciliabile nella prassi, a meno che una della parti - PIN o PIT - sia disposta ad ibridare la propria identità.

Il gioco pulito di un PIN consiste nel sudarsi "uno-a-uno" i consensi della gente, guadagnando credibilità nel territorio, con coerenza tra contenuti e prassi, senza scorciatoie di comodo, nella buona e nella cattiva sorte.

Le sostanziali differenze tra PIN e PIT non annullano la possibilità di coincidere e collaborare su qualche tema di non elevato spessore strategico (vanno esclusi a priori, quindi, argomenti quali: vertenza entrate, servitù militari, servitù industriali, servitù turistiche, servitù alimentari, maggiore sovranità territoriale, riassetto delle banche). Ma questa è altra cosa dalla condivisione di un progetto di governo. Alcuni esponenti PIN hanno tentato di sottolineare che si è trattato di un'alleanza strategica e non di programma. Francamente non riesco a cogliere la differenza. 

La realtà sottostante a queste anomale unioni trova ragion d'essere, oltre che nel bisogno di stampelle in pro di qualche seggiola, nella persistente incapacità di alcuni PIN verso significativi accordi fra di essi. Motivi ampiamente secondari e infantili, rendono alcuni di questi partiti incapaci di sciogliere quelle futilità senza le quali in breve tempo si approderebbe ad efficaci intese comuni.

Credo sia responsabilità di tutti i PIN affrontare i perché di tale pregiudiziale frammentazione.

Fin quando verranno favorite collaborazioni con partner non affini per indisposizioni tra partner affini, l'indipendenza nel suo asserto più puro verrà alquanto mortificata. Fin quando non si vorrà capire che sono i progetti che contano (perseguiti attraverso un gioco di squadra coerente e privo di arrivismi), non si riuscirà ad essere convincenti circa una seria prassi indipendentista.

Sa di amaro paradosso constatare come uno dei deterrenti alla causa dell'indipendenza risieda nella reciproca avversione tra alcuni PIN. E sa d'infantile paradosso pretendere di voler fare l'indipendenza (la cui struttura portante è la costruzione di un comune e valido collante) separandosi in piccole isole autoreferenziali.

È pur vero che, per chi lo sappia cogliere, v'è un aspetto positivo in mezzo a tanto ambaradan. Queste confuse e ambigue discordanze/alleanze, sono al contempo una sorta di filtro che sgombra il campo del reale indipendentismo da certi dinamismi ad esso connessi solo nominalmente.

Qualche considerazione sulla coalizione “Sardegna Possibile”. È questa la proposta che avrei votato se avessi risieduto nell'Isola. Il suo progetto mi è parso il più attinente alla vocazione (e alle necessità) del “Continente Sardegna”. Un progetto con baricentro nell'Isola, privo di retrobottega posti altrove. Un progetto chiaro nelle priorità ma al contempo incompleto, dichiaratamente cosciente di non avere risposte a tutto, ed anche per questo... credibile. Un progetto che nasce dal basso, dalla capillare conoscenza del territorio, delle speranze e paure di chi lo abita. Un progetto necessitato della partecipazione assidua, propositiva ed estimativa di tutti i cittadini. 

Sardegna Possibile ha rappresentato (e rappresenta) un'alternativa di enorme valore: 1) perché possiede un'esistere vitalizzato da genuina passione per le Genti sarde; 2) perché propone un contingente umano costituito da persone per lo più giovani, culturalmente preparate, ricche di capacità innovative; 3) perché riesce a far sedere "fianco a fianco" attorno al tavolo di progetti comuni, persone di diversa condizione (capacità per niente scontata in un partito): il contadino e l'archeologo, l'industriale ed il pastore, l'artigiano e il docente universitario, l'operaio e lo studente, ... ; 4) perché propone un'alterità di ampio respiro rispetto alla stagnante dicotomia del bipolarismo italiano; 4) perché si tratta di un progetto scevro dai condizionamenti delle segreterie oltremare, ai quali i PIT debbono giocoforza sottostare... costi quel che costi.

C'è anche da sospettare che forse tanta novità abbia in parte giocato a sfavore. A volte il... “ nuovo” fa paura. Una paura che un po' alla volta si va superando, come dimostrato in quei territori ove tale novità è già in atto.

I non spregevoli risultati ottenuti da questa coalizione (76 mila consensi), contengono un particolare valore aggiunto se inquadrati nella disastrosa realtà sociale da cui sono scaturiti; mi riferisco all'attuale apatia politica del Popolo sardo. Un'apatia che in altri termini potrebbe definirsi come un disgusto privo di capacità reattiva, una prostrazione: “U' grisu stratallau e disimaiau, chena meda gana e cun pagu abilidadi dae scioberai” (un disgusto frutto di estenuazione e scoraggiamento, senza molta voglia e con poca capacità di scegliere). Sì: minima capacità di discernimento, ulteriormente offuscata da chi detiene il potere dei media. Un'apatia che proprio perché povera di discernimento, ha fatto di ogni erba un fascio, proiettando colpe passate anche su chi nella scena politica si sta appena affacciando con intenzioni sane, buone e alternative. Il terrificante astensionismo alle urne e una persistente (seppur declinante) sindrome di Stoccolma verso i PIT di maggioranza (paradossalmente: i reali responsaboli-complici del remoto e recente malgoverno) ne sono la palese dimostrazione.

È in mezzo a suddetta "confusa apatia" - che in poco tempo e partendo da uno sparuto manipolo (altro motivo di plauso) - si è fatta strada la proposta Sardegna Possibile. Ardua impresa! Forse è proprio in questo “camminar in salita” (leggasi: "costruire con molta difficoltà") che risiede qual valore aggiunto cui sopra.

Riformulo, in chiusura, la domanda del proemio: quale giovamento da queste elezioni? Inizierei col puntualizzare cosa non giovò e non gioverà. Non ha giovato il solito clientelismo fine a se stesso. Non ha giovato la perfida legge elettorale, che ha escluso “enormi minoranze” per favorire le ritrite alleanze di spartizione. Non gioverà il fatto che la stessa coalizione vincente sia, in fin dei conti, rappresentante di una minoranza di Sardi. Non gioverà il governare dei prossimi cinque anni, inquadrato nell'andazzo di sempre. D'altrone - lo sappiamo -  una delle garanzie di sopravvivenza, per questi partiti-marionette, consiste nella docilità verso i burattinai dellOlimpo finanziario che divorano l'Isola e le sue Genti, attraverso piani industriali ed energetici protesi a benefici esterni.

Cos'ha giovato? o meglio: cosa sta giovando? Sta giovando la progressiva affermazione di proposte nuove e oggettivamente valide. Proposte che sognano in grande ma con i piedi per terra. Proposte che si spingono a sostenere, in alcuni casi, che la Sardegna è una... Nazione, che può arrivare ad esserlo e che solo essendolo potrà esprimere appieno la propria felicità, la propria... modernità, la propria originalità, i propri ritmi di vita, la piena libertà per crescere... a modo suo.

Non è un dato secondario ammettere che le idee più innovative - in questi ultimi dieci anni circa - siano sorte in ambiti dal profilo indipendentista; un'evidenza che nemmeno i tradizionali PIT hanno potuto ignorare (visto che più d'una volta essi stessi tentarono maldestramente di trafugarne alcune).

Sì, è vero, l'apatia imperversa; sarà dura risalire. Ma s'intravvedono strade. Strade nuove. Strade non perfette, non asfaltate da polveri magiche, ma valide. Vale decisamente la pena camminarci su. No, non guardiamo - là fitziu! - al di là del mare... ché le abbiamo in casa! Non è irreale percorrerle. Coinvolti in prima persona. Senza delegare. Fermamente convinti che nessuno - tranne noi stessi - ci saprà riscattare.
                                                                            
                                                                                         Ignazio Cuncu Piano.

domenica 22 dicembre 2013

SA FESTA DAE S'ARBARÈE CHENA LIANORA.

(La festa dell'Arborea che dice no al Progetto Eleonora)

Da sempre mi appassiona l'agricoltura. Riesce ad intrattenermi tutto ciò ad essa connesso; persino il “tractor drag” di Arborea.

Mi piace sottolineare un aspetto che differenzia questa competizione dalle versioni classiche. La tradizionale slitta su terreno battuto, è infatti sostituita da un rimorchio carico di blocchi di pietra, trainato su un percorso elevato composto da un terrapieno poco compattato, quindi piuttosto affondevole.

Questa specificità aggiunge una nota originale: non sempre i trattori più prestanti e moderni hanno l'onore di superare la prova! Le insidie del terreno di gara richiedono accorgimenti che solo l'ingegno artigianale sa fronteggiare. Come dire: la forza bruta e la tecnologia di ultimo grido, in questa vita, non son tutto!

Ma sto andando fuori tema. Non intendo infatti trattare di competizioni su trattrici, ma di qualcos'altro di cui il certame arborense è solo il felice pretesto.

Tra gli striscioni che addobbavano la festosa manifestazione di quest'anno, uno - a ben visibile altezza - recava la seguente frase: “No al Progetto Eleonora”.

Progetto Eleonora. Quest'elaborato eufemismo esprime una concessione che la Società Saras ottenne dalla Regione (nel 2009 ?), per tastare la presenza di idrocarburi nel sottosuolo di una vasta area dell'Oristanese. Il progetto, a prima vista allettante sia per le possibilità di posti di lavoro che per disponibilità di energia locale a basso... costo (mmh!), si rivelerebbe non idoneo su vari fronti: eccessivo impatto ambientale, reali benefici economici limitati, ingenti danni alla vocazione agro-zootecnica della zona, esproprio di un bene naturale che va amorevolmente gestito solo dalle Genti sarde, alle quali la vita affidò questa bella porzione del pianeta. Da non tralasciare un conturbante dettaglio: la Saras non è precisamente un'associazione di beneficenza: anzi tutt'altro (le disavventure di Sarroch e dintorni sono lì, a - spero non perenne - monito).

Non è la prima volta che la fama della grande Giudicessa viene abusata per camaleontizzare manovre nocive alla sovranità territoriale.

Andrebbero aggiunti molti dettagli per spiegar a fondo il Progetto Eleonora; ma tecnicamente non ne sarei capace e probabilmente chi mi sta leggendo ne sa molto più di me (internet offre discrete illustrazioni, a favore e contro).

Desidero semplicemente riflettere su come l'energia positiva contenuta in quella frase esposta in grande al tractor pulling, possa rendere una festa molto più salubre, godibile e prolungata.

Festa e Progetto Eleonora; e dove sarebbe il nesso?! Mah! Forse non c'è nesso alcuno. A me però piace vedercelo. Perché probabilmente molti di quei trattori tirati a lustro per il drag, siano gli stessi che con la loro mole difesero Eleonora dalla non gradita omonima: quella del... Progetto, per appunto.

Ma cos'è la festa? La si potrebbe definire l'espressione più coreografica “dell'intrinseca bontà della vita” (Leonardo Boff, El Sentido del Humor y de la Fiesta, Servicios Koinonia, 2008).
L'uomo possiede una naturale tendenza a fare ordine nel proprio esistere, attraverso puntuali valori di riferimento (cfr. P. Berger; E Vogelim); la festa potrebbe rappresentare il momento più estatico di tale tensione, la celebrazione degli sviluppi della vita buona che da quell'ordine scaturisce.

La festa perciò, è in se stessa un'esperienza umana di godimento buono (cioè: bello) e intenso; o almeno così dovrebbe essere.

Alla base del desiderio di festa come “fatto” della bontà della vita, possono preesistere due situazioni esistenziali. Una potrebbe essere quella appena accennata, ovvero: positive tensioni quotidiane che confluiscono nella celebrazione di una condensata soddisfazione. Penso alla maggior parte delle sagre ancestrali di Sardegna (ma non solo), scandite dai ciclici frutti dell'agricoltura e della pastorizia.

La seconda situazione (motivante la festa) potrebbe essere quella esattamente contraria: frustrazione per la mancanza di quell'ordine essenziale che conferisce bellezza alla vita; oppressione e insoddisfazione che tinge di monotonia il quotidiano. Una pressione esistenziale che trova nella festa una valvola di sfogo, l'unico modo per ricreare - almeno per un breve lasso di tempo - la sensazione di un'armonia che nel resto dei giorni non v'è a sufficienza.

Forse è per questa ragione che in molti Paesi del mal chiamato Terzo Mondo, paradossalmente, le feste sono vissute con maggior inversione di emotività, di fantasia e di tempo. Un atteggiamento spesso da noi non condiviso per l'apparente contraddizione che reca in se'. Invece si tratta, probabilmente, della reazione più umana che si possa avere di fronte alle frustrazioni del quotidiano; quasi a dire - come già sopra - che attraverso la potente sollecitazione dell'umore e della fantasia (cfr. Boff, op.cit.), si cerca di assaporare quella vita buona che il quotidiano non riesce ad offrire.
Esiste però il rischio di sfociare nell'euforia fine a se stessa o nella deriva di un rituale dai tratti orgiastici, atto a stimolare in eccesso gli appetiti, facendoli poi ripiombare nel grigiore quotidiano con maggior frustrazione. In questo caso la festa si ridurrebbe in parabola che parte dalla mestizia e ad essa fa ritorno. Anche le civiltà opulente, forse per altre cause, conoscono queste nocive oscillazioni.

L'autentica festa si nutre di un quotidiano soddisfacente e nutre a sua volta il quotidiano, attraverso un salutare dinamismo di reciprocità. L'autentica festa, detto in altri termini, è sostenuta da un quotidiano dignitosamente passabile, costruito in armonica relazione con se stessi e con gli altri, nella realzione col divino (per chi vive questa scelta), nel rispetto verso la terra quale fonte di vita, nei personali e comunitari valori di riferimento vissuti in buona fede, aperti all'alterità arricchente e difesi con fermezza quando necessario.

È in questo contesto di festosa celebrazione (e salvaguardia) della vita buona  che a par mio s'inserisce quel “No al Progetto Eleonora”.

Alcuni hanno interpretato il messaggio di quella frase come svantaggioso (quindi non festevole), adducendo che non si può crescere coi “No”. Un'osservazione piuttosto lacunosa. Perché in realtà bisognerebbe analizzare quanti potenziali “sì” possono motivare un “no”, e quanti inibitori “no” può vomitare un “sì” concesso incautamente.

Gli ultimi centocinquant'anni della nostra storia - giusto per avere un riferimento delimitato – hanno pagato caro le facili concessioni verso invadenti saccheggiatori (pubblici e privati) dal sorriso di gomma; spesso applauditi quali salvatori dell'economia, e al contempo - sig! -  sovvenzionati  da noi stessi e dall'ordine costituito. Perché la verità, nelle sue reali proporzioni, è che siamo stati noi - a nostre spese! -  i benefattori e la fortuna di questi individui.

Il “no” delle Genti arborensi - pazientemente sensibilizzate da comuni cittadini (in buona parte giovani) – è scaturito dalla cosciente intuizione di come un ennesimo “sì” avrebbe riproposto quei medesimi  espropri di felicità  (perché alla fine di questo si tratta).

La costante sensibilizzazione ha centrato gli obiettivi, abilitando quelle Comunità a reggere il confronto con gli stessi rappresentanti della Saras, attraverso contro-argomenti di solida oggettività.

È a causa di questo protagonismo consapevole che quel “no” acquista valenza propositiva. Dietro quel “no” ci sono i tanti “sì” di un Popolo che prende in mano il proprio vivere, senza lanciarsi in pasto agli squali ammaliatori della non-politica e della finanza brutale. Dietro quel “no” c'è il “sì” alla parsimonia che rifiuta lo sfruttamento compulsivo dell'ambiente; il “sì” che si fa amore garante e previdente verso i figli e i figli dei figli. Dietro quel “no” c'è il “sì” alla sana politica, che ha luogo soltanto quando è la stessa polis a gestire la polis, senza burattinai dagli opachi canovacci prestabiliti.

Il risultato di questa scelta è felicemente tangibile: le previste trivellazioni non si sono realizzate; e se la popolazione – come spero – manterrà fermezza, quelle trivellazioni mai ci saranno.

Si tratta di un avvenimento di enorme portata, da plasmare in tutti i libri di storia sarda, perché sbugiarda con ampio stacco la presunta irremovibilità di quel servile fatalismo (sedimentato nell'animo di sempre meno Sardi) basato sulla supposta aprioristica impossibilità di far fronte ad ogni sorta di stupro calato dall'alto (vuoi dal Governo Italiano, da decisioni internazionali o da iniziative della finanza privata).

Nell'Isola persistono le macchinazioni egemoniche dal sapore diabolico; ma stiamo al contempo scoprendo che, se vogliamo,  il vento può cambiare a favore.

Superando certa tendenza alla comodità delegante... assaporando l'umanizzante soddisfazione che scaturisce dalla sovranità esercitata... convogliando criteri verso un'esistenza dall'economia dignitosamente essenziale (l'unica che possa permettere al pianeta di sostenerci), potremmo... potremo... possiamo reinserirci, in gradevole progressione, nella più autentica nostra essenza: quella di persone vocate - per intrinseco diritto - alla vita buona.
                                                                               
                                                                            Ignazio Cuncu Piano

martedì 10 dicembre 2013

SENTINELLE DELLA POLIS.

Dopo alcune voci circa un'eventuale candidatura alle Regionali sarde, don Ettore Cannavera (d'ora in poi: d'E) chiarisce che: niente di tutto ciò. Si limiterà a creare e accompagnare un movimento politico-culturale chiamato “Terra di pace e di solidarietà” (tenuto a battesimo alcuni giorni fa). Un Movimento aperto a tutti, la cui parola d'ordine è bella e chiara: “essere le sentinelle della politica”. Un impegno che ogni cittadino dovrebbe portare avanti normalmente; un indispensabile “sensus rei publicae” che d'E desidera ridestare nel Popolo sardo.

Trovo interessante che tale iniziativa sorga da un uomo che ha fatto della propria esistenza un autentico “atto politico”, ovvero: un servizio normale ed efficace alla comunità.

Ma chi è nella vita quotidiana d'E? Una persona encomiabile. È cappellano nel carcere minorile di Quartucciu e fondatore della comunità “La Collina” (sita nelle campagne di Serdiana): un centro per il reinserimento dei carcerati nell'ambito sociale e laborale. Ebbi qualche contatto con lui anni fa; un interscambio di idee ed esperienze, poiché anch'io ero impegnato nella pastorale carceraria. Il suo essere uomo di Dio che s'imbratta mani e piedi nelle melmose strade della marginalità, mi fu di grande esempio. La genuinità del metodo adottato (nella comunità La Collina), parla di un uomo competente, intelligente in pensiero ed azione, capace di rivitalizzare - attraverso un valido progetto rieducativo - la fiducia e la libertà responsabile in persone sulle quali in pochi osano scommetterci su. Grazie al suo carisma riesce ad immettere i giovani detenuti all'interno di relazioni nuove e di forte stimolo , attraverso periodici incontri di carattere culturale con: studenti universitari, magistrati, politici, impresari, sacerdoti, giovani impegnati, … . Chi è stato a conttatto con i carcerati, sa quanto sia importante inserirli in ambiti sociali alternativi ai loro soliti.

Sono felice che d'E non abbia accolto l'idea di possibili candidature o robe simili. Non sarei stato d'accordo, per gli stessi motivi da lui addotti. La pur nobile militanza politica, tranne casi molto particolari, non si confà a un presbitero (cfr. Diritto Canonico, 278-§3; 285-§3; 287-§2).

Un sacerdote ha mille altri modi per fare politica (servire le persone): la vita di d'E, come già sopra, ne è palese dimostrazione.

Ho potuto osservare come alla convocazione di Serdiana si siano concentrate entità partitiche in apparenza eterogenee. Volendo orientarmi all'ottimismo, potrei ritenere ciò di buon auspicio. Non posso però evitare due perplessità che mi sorgono spontanee.

La prima è rivolta alla possibile strumentalizzazione (da parte di alcuni) della buona fede di questo sacerdote. Mi riferisco ad un eventuale velato calcolo opportunista, in base al quale alcune entità partitiche isolane, ormai desprestigiate(si) e perciò esposte ad esigui esiti elettorali, potrebbero tentare di imbrillantare la propria livrea attraverso la luce riflessa delle doti carismatiche di d'E.

La seconda perplessità centra l'attenzione sull'interrelazione tra l'onestà dei singoli e la struttura globale (leggasi: progetto reale) de partito di appartenenza. Cerco di spiegarmi.

d'E porge a tutti un forte invito ad un'etica lineare. Bisogna però constatare che in certi gruppi politici tutto ciò è strutturalmente impossibile . Detto in altri termini: l'onestà del singolo politico viene mortificata dagli ambigui interessi sedimentatisi al vertice dei partiti d'appartenenza. La stretta dipendenza dagli ambiti finanziari e poteri vari posti altrove, li rende remissivamente complici di strategie economiche che tutt'ora fanno della Sardegna una colonia. Come potrebbe un politico sardo (affiliato a queste entità), seppure retto da onestà, sostenere i sani interessi di casa propria nel vortice di tale forza centrifuga?

Quest'inadeguatezza etica strutturale, senza previa capacità di autocritica, renderebbe del tutto infeconda la pretesa di partecipare ad incontri dal genuino sapore di polis come quelli di Serdiana.

La triste verità è che i tradizionali gruppi politici italici, al momento non hanno niente da dire e da dare in Sardegna, semmai abbiano mai dato qualcosa nel passato. Il loro humus è stantio e  non adatto ala nostra realtà. Soltanto una rifondazione che contempli ferma distanza dagli intrallazzi della finanza, dai troppi privilegi e quant'altre cose (a cui non sanno rinunciare), potrebbe rilanciarli in credibilità.

Quest'ipotetica rigenerazione di fondo è lontana anni luce dal presente e sarebbe illusorio pensare che possa darsi nel poco tempo che ci separano dalle Regionali 2014.

Ad ogni modo, a prescindere dalle mie congetture, l'iniziativa di d'E è in se stessa un'impresa di alto valore civico.

Auguro di cuore che le riunioni di Serdiana possano raggiungere gli obiettivi preposti (tra cui il più centrale: ridestare la speranza nella gente). Auguro che siano dense di novità, partecipate da tanta gente comune (la vera polis). Auguro che abbia successo nell'intento di setacciare ciò che è politica da ciò che non lo è. Auguro che possano catalizzare in un dialogo proficuo quelle realtà isolane caratterizzate dalla stessa nobiltà di fondo.

L'esistenza di nuove conformazioni, chiare nei contenuti essenziali e con accento fortemente locale (Liste Civiche, ...) è infatti una realtà sempre più tangibile nell'Isola. Si tratta di realtà ancora variopinte, ma che in alcuni casi stanno procedendo verso un amalgama fondato su progetti di più ampia portata. Progetti che perseguono il recupero della “vivibilità della vita” in armonia col proprio territorio. Si tratta di un obiettivo urgente, essenziale, che ha a che vedere con il ripristino di una felicità esistenziale alquanto carente fra le nostre Genti.

Un obiettivo da perseguire a testa alta e con fermezza, anche quando ciò significhi andar contro certe politiche egemoniche che lo Stato Italiano continua ad adottare, imperterrito: sul suolo... sulle acque... sui cieli... sulla carne dei Sardi.

                                                                                                               Ignazio Cùncu Piano.

venerdì 6 dicembre 2013

IL "MADE IN ITALY" D'IMPORTAZIONE.

Quando mi arriva all'orecchio la cantilena del “Napoletani contraffattori!”, penso con tristezza all'ipocrisia che soggiace a tale luogo comune. Perché in verità, dietro il dito della ritrita squalifica verso le Genti partenopee, si nasconde in fila indiana un... lungo esercito di contraffattori “il-legalmente riconosciuti”, tra cui la stessa Comunità Europea!

Alcuni giorni fa, una folta rappresentanza di agricoltori italiani ha invaso la frontiera del Brennero ed ha bloccato diversi camion carichi di prodotti Made in Italy importati da altri Paesi UE.

C'è da chiedersi come possano - le rigide norme Europee - conciliarsi con tale palese contraddizione.

Gli agricoltori non sono facili agli scioperi. Abituati a non ricevere niente da nessuno e a sudare spesso più del dovuto i propri profitti, scendono in piazza solo quando arrivano al limite della sopportazione. L'agricoltura italiana è stata (ed è) inibita a dismisura dalle norme europee.

Infatti, mentre il Governo Italiano fa finta di risolvere i problemi dell'occupazione, migliaia di persone, nel settore agricolo, perdono lavoro a causa di carne, latte (e prodotti vari) che entrano nel Bel Paese (provenienti da: Belgio, Germania, ...) con mentito marchio patrio.

Un ironico plauso al merito andrebbe alla Germania; la presunta scolaretta modello nella scolaresca delle Dodici Stelle, che pretenderebbe "compiti ben fatti" dagli altri.

È cosa strana che a questa manifestazione abbia patecipato - sommandosi alla protesta (?!) - il ministro italiano delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, ovvero: colei che avrebbe dovuto difendere a priori e nelle competenti sedi la genuinità dei marchi d'origine, ma che in realtà non può far niente.

Insomma: la tanto conclamata UE sta smantellando l'Italia, penalizzandola su troppi fronti. Penso al famigerato euro : il terrore delle casalinghe, vale a dire: la rovina dei bilanci familiari.

Ci si dovrebbe chiedere ogni tanto, perché verbigrazia, l'Inghilterra non volle entrare nel “Club dell'euromoneta”, e perché - guarda caso! -  la signora Margaret Thatcher pronosticò (in vista dell'entrata in vigore della moneta unica) un catastrofico avvenire, soprattutto per le Nazioni Mediterranee.

È chiaro che la moneta euro in se' non ha nessuna colpa; ma il contraccolpo economico che hanno dovuto subire i cittadini italiani al momento del cambiamento di valuta, è stato vergognoso da parte del Governo o di chi per lui l'abbia permesso. Praticamente l'entrata in vigore dell'euro ha quasi dimezzato il patrimonio delle famiglie. Un dimezzamento dal quale ancora non ci si è ripresi. Un ingiustizia che grida vendetta agli occhi di Dio!

I pur comprensibili sacrifici in vista della "Casa Comune", non possono tollerare l'eccesso di operazioni chirurgiche tanto cruente, che non incoraggiano certo il processo unitario europeo.

La perdita della sovranità monetaria non è stata sostituita da un meccanismo che permetta all'Italia e ad altre Nazioni di far valere l'alta qualità dei propri prodotti. Gli stessi parametri di qualità, ribassati in certi casi dall'UE (penso, giusto per fare un esempio in apparenza banale: al cioccolato italiano, non secondo a nessun'altra Nazione), non hanno giovato alla personalizzata bontà della tradizione Made in Italy. Morale della favola: si ha l'impressione che nell'UE ci sia qualcuno che faccia il furbetto, ribassando le "altrimenti troppo competitive" qualità altrui e/o... rubacchiandole quando possibile!

Ma il Governo Italiano pare sia d'altra opinione: avanza imperterrito affermando con ottusa solennità che “UE è bello, è giusto, è doveroso!”, e, al contempo, continua a calarsi braghe e mutandoni, immolando il tessuto produttivo del Paese, sotto le mentite spoglie di doverosi sacrifici in vista di un futuro che paventa un torbido epilogo.

Non sono contrario all'UE, a quella pensata dai Padri Fondatori, i quali prevedevano una graduale unità in primo luogo politica/culturale, e soltanto in seconda istanza economica. Per quanto concerne quest'ultimo aspetto, questi grandi statisti, in buona parte cattolici, s'ispiravano alla dottrina sociale della Chiesa, incentrata su un economia funzionale alla persona, al lavoratore (cf Leone XIII, Rerum Novarum; Pio XI, Quadragesimo anno; la dottrina sociale di Pio XII) e costantemente protesa a dignificare-sollevare le fasce umane più deboli.

L'assetto attuale, al contrario, trova la sua genesi in una frettolosa-omologante unità economica che non riesce a mantenere equanimità e proporzionalità per tutte le Membra del Corpo, che sa generare situazioni di crisi a tavolino. Non tutela ma altera i tradizionali ritmi economici delle Nazioni di appartenenza, in base a rigidi e ambigui dettami di non chiara provenienza. Nemmeno la vita e la famiglia nella sua naturale essenza (base di ogni società e di ogni economia) è protetta adeguatamente: anzi il contrario (ma questo è un altro argomento, che implicherebbe un articolato discorso a parte).

Un'Europa vincolata a tali presupposti... non mi entusiasma. Anzi: mi preoccupa.
                                                             
                                                                                                               Ignazio Cuncu Piano.