martedì 11 luglio 2017

DODDORE "BONU ENTU"

L'epilogo della battaglia di Doddore è stato straziante, terribile. Terribile la sua sofferenza. Terribile la sofferenza dei familiari. Terribile l'azione della magistratura.

Io non condivido lo sciopero della fame; ancor meno quello estremo di Doddore. Non condivisi nemmeno - tranne qualche aspetto - il suo modo di fare indipendentismo.

Ma sento rispetto verso la sua buona fede, il suo agire alla luce del sole assumendo le proprie responsabilità, pagando di persona, aderendo ai propri ideali sino alla fine, immolandosi per una causa da lui ritenuta giusta per il bene del popolo sardo.

Sulla sua morte si aprirà un'inchiesta-farsa, ipocrita. Infatti chi non adempié – lo Stato – sa già che non adempié e ne sa già i perché.

Bisogna riconoscere che nemmeno per lo Stato è facile salvare la vita di chi scelga con determinazione un atto proteso al declino totale. Doddore ha fatto questa scelta consapevolmente, mettendo in conto la possibilità d'inoltrarsi fino all'estremo-tragico epilogo. Quindi, in coscienza, non si può affermare che lo Stato italiano abbia provocato direttamente la morte di Doddore. In termini più espliciti: è da escludere a priori che lo Stato italiano abbia ucciso Doddore Meloni.

Tuttavia le responsabilità dello Stato in questa vicenda sono gravissime.

Perché lo Stato – ne va della sua ragion d'essere quindi della sua credibilità – deve provare di tutto per difendere i cittadini... anche da se stessi. Ebbene: lo Stato per salvare Doddore non ha mosso un dito. E dà l'impressione che quel dito, lo Stato, non l'abbia mosso volutamente: permettendo - ma come si fa? - che la salute del paziente, per di più persona anziana, arrivasse al limite; ignorando - lo Stato - il grido di tanti che chiedevano alla magistratura immediati/adeguati provvedimenti o tentativi come chiamar si vogliano. E' odioso pensarlo, ma dà l'impressione che l'autorità costituita si sia abbassata ad un adolescenziale braccio di ferro con Doddore: "Vuoi sfidarci? Vuoi piegarci con gesti eclatanti? Non ci faremo intenerire! Vuoi fare l'eroe rischiando la vita? Va bene... muori pure!

In coscienza non può sentirsi del tutto innocente chi riconosca di non aver perlomeno provato tutte le strade a sua disposizione. Non credo che lo Stato in questo senso possa sentirsi tranquillo nei confronti di questo cittadino.

Ammetto che la vigente legge sullo sciopero della fame, impone un discernimento non facile circa la linea di demarcazione tra "intervento dell'autorità giudiziaria e scelta cosciente dello scioperante", in quanto, tra altre cose, si esclude l'alimentazione forzata. Ma nel caso di Doddore c'è un aspetto che smonta il dubbio in radice: l'avvocato di Doddore affermò che il suo assistito non avrebbe mai rifiutato l'alimentazione passiva. In altri terini: se lo Stato avesse deciso di alimentarlo, lui avrebbe lasciato fare, non si sarebbe opposto; quindi: se l'autorità giudiziaria avesse deciso di alimentarlo, non si sarebbe trattato di "alimentazione forzata".

Chiarisco a questo punto che non sono d'accordo con la vigente legge. Perché? Perché lo Stato può agire solo per favorire e salvare la vita del cittadino che compia pubblicamente  azioni protese alla propria o all'altrui morte. In altri termini: lo Stato è tenuto anche all'alimentazione forzata quando sia necessario. Lo Stato non può permettere che un cittadino decida un'azione pubblica usque ad mortem. Come reagirebbe una pattuglia di polizia o di carabinieri se vedesse un manifestante cospargersi di benzina in piazza o in strada... o se qualcuno si buttasse al fiume... o se qualcuno minacciasse di buttarsi dal 10° piano? Come si agirebbe se un suicida si sparasse alla tempia rimanendo gravemente ferito? Lo si lascerebbe morire dissanguato per rispettarne la scelta? Non c'è dubbio che in tutti questi casi l'intervento della forza pubblica sarebbe immediato. Perché per lo sciopero della fame no?

Altra cosa è quando il cittadino decida la propria morte in privato, in sereto, senza che lo Stato e persona alcuna possano accorgersi e quindi intervenire. 

È forte il sospetto che questo fatto in apparenza solo giudiziario abbia sforato nel “politico”. Doddore, più in là delle apparenti folkloriche-stravaganze, era un indipendentista intelligente, fine nell'analisi sulle terriibili ingiustizie e scempi che lo Stato italiano commette e permette in Sardegna... fine nel cogliere i dettagli di certe irregolarità giudiziarie nei suoi confronti... fine nell'argomentare con padronanza di contenuti al punto da mettere in difficoltà gli interlocutori dello Stato. Doddore era anche essenzialmente chiaro nellla descrizione dei fondamenti antropologici/culturali/storici/politici/economici dell'indipendenza del popolo sardo. Insomma: non era un troglodita della "indipendentzia e bo'!".  Tutt'altro.

Tutto ciò, per lo Stato, deve aver significato un doppio imbarazzo: competere con un indipendentista, per di più sorretto da argomentazioni poco confutabili. E, lo sappiamo, quando il più forte - in questo caso lo Stato - non regge al dialogo, facilmente passa all'azione prepotente e pretestuosa.

Chiaramente le mie sono ipotesi tutte da provare. Ma è l'oculata visione sinottica dei gesti della magistratura che mi porta a sospettare.  Durante i giorni dello sciopero della fame, ma anche nei mesi previ, tali gesti hanno ostentato un simbolismo marcatamente sarcastico, a mo' di metamessaggio nei confronti di Doddore e - chissà! - indirettamente nei confronti del popolo sardo: a monito!

Come si potrebbe definire cotanta tracotanza dello Stato? Un terribile e preoccupante affronto allo stato di diritto. A quella Rechtsstaat che decanta, nelle sue accezioni primordiali-fondanti, la salvaguardia e il rispetto dei diritti di ogni cittadino: compreso il diritto di essere salvato da se stesso; compreso il diritto a dissentire ed essere per lo meno ascoltato nel suo dissenso.

Ma forse non c'è bisogno di scomodare lo stato di diritto: è sufficiente il buon senso per capire che il dovere del magistrato è in primis salvare la vita del cittadino, al di sopra di ogni protocollo. Fatto ciò: nessun problema a continuare il contenzioso legale coll'arrestato, sia di chi sia la ragione. Con Doddore non è stato così. Perché tanta cautela verso i grandi-corrotti-evasori-ladri di tesoro pubblico (spesso trattasi di vistosi-incistati esponenti dello stesso apparato statale), e con Doddore tanta inflessibilità?

Lo stesso Stato ha debiti non onorati con tanti enti privati; ma non mi risulta che si stia auto-castigando con rigore! Lo stesso Stato ha dei debiti enormi con la Sardegna: fiscali, ambientali... debiti di onestà.

Sia chiaro: il peccato degli altri, seppur maggiore, non giustifica il mio; ma fa rabbia quando il vigente andazzo giudiziario traspone palesemente le proporzioni punitive.

Non discuto le azioni penali sulle inadempienze fiscali di Doddore. In fondo nemmeno Doddore le mise in discussione. Tant'è che si costituì volontariamente. I motivi delle sue inadempienze fiscali, lo sappiamo, erano posti altrove: il rifiuto della sovranità dello Stato italiano in Sardegna. Possiamo non approvare il “metodo-Doddore”, ma una cosa è chiara: fu persona onesta. Provocatrice forse, sfidante in alcuni casi, ma persona con fondamento nobile.


Lo Stato aveva il dovere di considerare queste varianti. Non l'ha fatto; si è scagliato sull'uomo con severità plateale, insensibile, carnevalesca (penso alla spettacolarità del suo arresto-farsa: arrestare un uomo che sta andando a costituirsi !).

Mi vengono in mente, salvando ovvie distanze, le feroci strategie del regime sabaudo verso i patrioti sardi dell'epoca... affinché a nessun altro venga in mente lo stesso...!

Preoccupa assai uno Stato despota con i “non pericolosi” e remissivo con i... pericolosi.

Quando finalmente nelle scuole sarde si studierà storia sarda, l'epilogo di Doddore non potrà non esserci.

“Riposa in pace Doddore: accolga il tuo corpo l'amato suolo sardo e avvolga la tua anima la carezzevole tenerezza di Dio”

                                                                         Ignazio Cuncu Piano.

sabato 20 giugno 2015

ECONOMIA DI COMUNIONE

Esistono angoli di mondo - in Brasile, Kenya, Messico, Argentina, Filippine, Belgio, Portogallo, Croazia, Germania, Italia, Svizzera, Korea e USA - dove la crisi economica... non c'è. O perlomeno non è vissuta con l'ossessivo patema del “si salvi chi può!”, ma come preziosa “opportunità” (questo, in effetti, il significato di “crisi”) per imparare a salvarsi insieme, preoccupandosi ognuno dei bisogni dell'altro (l'esatto contrario dell'imperante logica di mercato). Paradossalmente, gran parte dei protagonisti di questa felice esperienza appartengono alle fasce più deboli dell'Umanità. La loro ricetta si chiama: Economia di Comunione (d'ora in poi: Edc). L'Edc è una prassi permeata dalla logica del Vangelo: quella del dare, del condividere. Una prassi supportata da un folto numero di economisti, imprenditori e operai. Una prassi ben collaudata, visto che laddove è in atto incrementa voglia di vivere e dignitoso benessere economico. Una prassi da alcuni definita come: “L'esempio più chiaro di economia civile” (Stefano Zamagni). Entriamo un po' nei dettagli. L'Edc sorge dall'intuizione di una geniale santa del nostro tempo: Chiara Lubich (+ 2008), fondatrice del Movimento dei Focolari. Nel 1991, Chiara visita Sao Paulo, città dove uno sguardo sinottico può cogliere un devastante divario sociale: moderni grattacieli quasi contigui a infinite baraccopoli. Davanti a tale scenario la compassione di Chiara non muore nel lasso di un'emozione, ma si trasforma in un progetto economico:“ Ispirato dalla cultura del dare, il cui scopo è mostrare un brano di umanità senza più nessun indigente” (L. Bruni, Che cos'è l'Edc?, Intervento per l'inaugurazione del polo Bonfanti, Loppiano, 2006). Così, con l'aiuto di persone di buona volontà (in gran parte impresari sfiancati dal servaggio verso un profitto fine a se stesso) si dà inizio ad un'esperienza imprenditoriale basata sull'integrazione lavorativa/sociale delle persone emarginate. In che modo? Attraverso tre azioni sinergiche finanziate dalla tripartizioni degli stessi utili aziendali. In pratica, la prima parte degli utili:“ Resta reinvestita nell'impresa perché questa possa svilupparsi, creare ricchezza e nuovi posti di lavoro” (ib.). La seconda parte viene utilizzata per creare centri di formazione a favore delle comunità che ruotano attorno agli ambiti di lavoro; un vero e proprio investimento in cultura, indispensabile per rimuovere le reali cause dell'indigenza. La terza parte degli utili è impiegata per fronteggiare le situazioni di emergenza di quei membri che vivono in gravi situazioni di miseria, cercando poi, un po' alla volta, di integrarli nella seconda e prima fase del progetto. L'obiettivo ad ampio raggio va oltre la mera soluzione occupazionale; è proteso - niente meno - a trasformare il dramma degli ultimi nell'alveo generativo di una cultura economica altra: simbolo di una nuova Umanità, dove il servizio alla dignità di tutti sia l'unico fine dell'agire finanziario. Pur nella sua originalità, l'Edc si nutre delle feconde espressioni economiche fruite dalla storia del cristianesimo (quelle delle prime comunità cristiane, del Monachesimo, dei Monti di Pietà, delle Congregazioni religiose, delle Riduzioni americane, dei grandi santi della carità, delle opere missionarie, delle encicliche sociali, delle cooperative trentine) sempre sostenute da un'umanizzante empatia verso le popolazioni affrante da soprusi, fame, ignoranza e disperazione. Oggi le aziende che (nel mondo) aderiscono al progetto “Edc” sono più di 860, alle quali se ne sommano: “Oltre130 definite simpatizzanti” (Wikipedia). Tutte sono in fraterna relazione fra loro: per far osmosi della creatività e competenza di tutti, per sostenersi nei momenti difficili, per incoraggiare e accompagnare nuovi inizi in altri siti. In chiusura vorrei far menzione di altre economie alternative, che in diverse parti del mondo stanno generando un rigoglioso “sottobosco impresariale dei poveri”, dove persone escluse dal sistema dominante, ritrovano protagonismo, autostima e... fatturato. Penso, per esempio, alla Grameen Bank, ai microcrediti in Africa e America Latina, ai 17 circuiti di moneta complementare del Belgio, al circuito Sardex, alla sterlina ecologica di Brixton, alla Banca Wir, ai circuiti alternativi in Spagna, al LETS, alle Ithaca Hours. Fanno bene queste notizie, vero? Peccato che i media ufficiali le divulghino raramente!
                                                                                                                
                                                                                                                      Ignazio Cuncu Piano

martedì 25 novembre 2014

PIÙ LINGUA SARDA: MENO CRISI

Qualche giorno fa ho visto un interessante programma televisivo su alcune scuole friulane, dove s'insegna ai bambini l'autentico furlan (la lingua friulana); quello dei nonni, non annacquato da italianismi, per capirci. Che bello!

La mia mente è volata subito subito in Sardegna. Anche da noi, in alcuni asili e scuole primarie, si porta avanti questa coltissima e modernissima esperienza, alla quale, qualche mese fa, anche il TG2 ha dedicato un servizio.

Sì: imparare la "lingua materna fin dall'asilo", ripeto: è la scelta più... "cool" , più protesa verso un presente/futuro arricchente (in tutti i sensi) che possa fare il nostro Popolo. 

Allo stesso modo, sono convinto che riparlare in sardo (o continuare a farlo, per chi non l'abbia mai dismesso) sia anche la forma più efficace per superare la crisi economica. Ma cosa c'entra la soluzione della crisi con un desiderio che alcuni interpretano come da... obsoleto romanticismo? C'entra eccome! Riappropriarsi della lingua significa riacquistare sano orgoglio verso la propria cultura (di cui la lingua è fedele interprete, privilegiato strumento veicolare), la quale incrementa il senso d'appartenenza verso le proprie genti, il territorio; quindi anche verso le proprie tradizioni economiche. Tutto ciò favorisce la creatività verso una discreta, oculata e intelligente economia (la sfrenata economia è, alla fin fine, una chimera che logora il territorio, la cultura, la felicità... la vita tutta). 

 Se ci facciamo caso, una fra le cause (forse la maggiore) della crisi economica sarda (crisi già esistente molto, ma molto prima della... crisi!), radica proprio nella frattura indotta (nel secondo dopoguerra) tra l'economia tradizionale di micro-medie dimensioni, e quella pseudo moderna macrodimensionata, totalmente non simbiotica alle tradizioni e alla geografia dell'Isola, quindi devastante in tutti i sensi. Perché, ci fa bene ribadirlo: l'economia è parte della cultura. Staccare quest'imporante aspetto antropologico (l'economia, per l'appunto) dal resto dell'imbastitura culturale di un popolo, significa farlo diventare un pericoloso masso rotolante.  

Non è casuale che il Friuli - giusto per stare alla stessa analogia - abbia un'economia più che dignitosa, e malgrado tutto resistente alla crisi attuale, proprio perché sostenuta da una solida ed efficace sinergia fra tradizione e innovazione.

Quindi rivolgiamoci fieri alla lingua e proclamiamo senza tentennamenti di sorta: " A chentos e prus sa limba sadra [lunga vita alla lingua sarda]!". Lingua... propultrice di positività d'animo; lingua... propultrice del superamento di tanti piccoli e grandi problemi.

E le altre lingue?! Niente paura! I giovani che studiano seriamente il sardo, sono in media quelli che sanno più lingue.  Penso, ad esempio, a Riccardo Laconi, lo studente che nel 2013 sostenne l'esame (di terza media) in sardo (col massimo dei voti), portando come materia principale: la bioedilizia (ov'erano incluse: tecniche vecchie e nuove della costruzione in mattoni crudi) e lo sviluppo biosostenibile (da notare - guarda caso! - la relazione: lingua, ambiente, economia). Quest'adolescente che in tutta normalità definisce il sardo come sua lingua madre, parla: l'italiano, l'inglese, il francese e sta imparando il tedesco.

Mah, che strano: com'è possibile che la lingua sarda predisponga ad altre lingue?! Ma non c'avevano detto che...?!

Forse di strano non c'è niente. Credo invece  si tratti di una normale positiva reazione a catena, della serie: "Il bello invoglia al bello". La valorizzazione della propria cultura (e lingua) è la "base sana" che predispone sentimenti, mente e volontà al desiderio di conoscere e valorizzare anche quelle di altri popoli. 

Con buona pace di quegli pseudo-intellettuali che per decenni ci hanno fatto credere che parlare in sardo ci precludeva l'apertura verso l'alterità linguistica, culturale ed economica.

                                                                                                 Ignazio Cuncu Piano.

sabato 22 novembre 2014

NAZIONE SARDA : UNA SCELTA AL PASSO COI TEMPI.

La cosa più avanguardistica, innovativa (in tutti i sensi, incluso quello economico) che possiamo fare noi Sardi in questo momento storico, è innescare un processo di maturazione/coscientizzazione propedeutico all'autodeterminazione. Far diventare la Sardegna una Nazione. Impossibile? No! Quel che han fatto etnie più piccole e deboli di noi non può essere per noi impossibile. Il resto sono scuse!

È chiaro che non si tratterà di una passeggiata: ma le cose belle e importanti sono, per natura, impegnative. Ammenoché non scegliamo di vivere nella mediocrità (che non è mai mediocrità, ma corsia preferenziale dell'infelicità). Per carità: è una scelta anche questa; la più comoda. Ma poi, se le cose andranno immancabilmente male: non lamentiamoci!


Inoltre, per farla ancor meno difficile del dovuto: questa scelta sarebbe nient'altro che l'attestazione politica di una fisionomia già insita nel nostro bagaglio storico/antropologico. 

Perché di fatto, la Sardegna: è una Nazione. Credo che tale percorso di maturazione sia, tra l'altro, l'unico modo per risolvere – noi stessi! - i problemi di... noi stessi. Ostinarsi a pensare che qualcuno, dall'alto di qualche colle romano o da chissà dove, possa risolvere i nostri problemi, è una pia illusione che ci sta lasciando letteralmente in mutande; senza carro e senza buoi. 

Molti cittadini (sardi) sono già protesi verso la meta dell'autodeterminazione; altri lo sono in potenza; forse aspettano la conformazione di un consistente Movimento o Partito (non ancora apparso, o apparso fugacemente, nel panorama isolano) capace di fare da collante: convogliando, valorizzando e sintetizzando le energie dei singoli. Un Movimento o Partito, capace di proporre nuove modalità di fare politica, alternative a quelle stantie e autoritaristiche (puerili) esistenti nell'attuale panorama italiano e sardo (visto che anche i gruppi indipendentisti, tendenzialmente, stanno usando - forse senza accorgersene - quelle medesime italiche modalità da essi stessi criticate). 

Perché diventare nazione? Perché i sardi non saremo mai italiani, così come l'aceto non sarà mai olio, e la benzina non sarà mai acqua. Il desiderio (o la tendenza indotta) di confluire in un'identità italiana, farà (sta facendo) del popolo sardo un vero e proprio ibrido. E gli ibridi, lo sappiamo, sono infecondi, non generativi, vocati all'estinzione. La storia insegna. È un'affermazione che faccio senza polemica, con pieno rispetto per la nazione italiana, di cui semplicemente non siamo parte; e con la quale, paradossalmente, riusciremo ad avere un'interlocuzione arricchente solo quando potremo apprezzarla come realtà culturale/politica/economica "altra da noi", e non come sovrapposizione, entità egemone e frustrante, come accade nell'adesso storico. 

Sono convinto che nel futuro molto prossimo tante altre etnie (piccole ma ricche di cultura e di economia, come quella sarda) sostanzieranno l'avanguardistica scelta dell'autodeterminazione. Non aspettiamo sempre che siano gli altri a lanciar le mode! Iniziamocela da noi stessi! La Sardegna – contrariamente al falso pensare (ancora troppo) comune - enumera nei suoi trascorsi  molti gesti innovativi, all'avanguardia (giusto per fare un esempio: già prima che l'Impero Romano esistesse). 

Facciamo onore alla nostra tradizione storica!

                                                                                                Ignazio Cuncu Piano

venerdì 31 ottobre 2014

OPERAI E FORZE DELL'ORDINE

Mercoledì scorso, circa 600 operai hanno manifestato a Roma: “Perché la ThyssenKrupp vuole licenziare 537 dipendenti delle acciaierie di Terni” (Il Fatto Quotidiano, 29 ottobre, 2014). Una protesta più che legittima. Legittima pure la rabbia degli operai, alimentata dalla snervante incertezza sull'immediato futuro lavorativo, sulla vivenza delle proprie famiglie.

Non è esagerato affermare che in un certo senso questi operai, intrappolati nell'attuale momento storico, stiano vivendo la tipica preoccupazione del povero, ossia la non gradevole tensione del “vivere alla giornata”, senza la certezza del domani (inteso come: giorno successivo).

Alla manifestazione, chiaramente, erano presenti le forze dell'ordine, per garantire dovuta contenzione. Spesso in circostanze come queste, soprattutto quando la pazienza di chi protesta è al limite (per i motivi più sopra sintetizzati), s'innestano azioni che vanno oltre; e la polizia è giocoforza costretta ad intervenire in modo proporzionato o sproporzionato talvolta.

Anche mercoledì scorso pare sia accaduto qualcosa di simile.

La reazioni dei sindacati e del Parlamento è stata di sdegno contro le esagerazioni degli uomini in divisa, di dolore e solidarietà verso i manifestanti malmenati. Mah!!   Il "mah" - mi preme chiarire - non è rivolto ai feriti (operai, agenti), ma ai sindacati e al Parlamento.

Non rientra infatti nelle mie intenzioni trattare sull'eventuale responsabilità della polizia, degli operai, ne' prendere le difese di questi o quelli. E per sventare dubbi: ho partecipato anch'io a manifestazioni di popolo in luoghi (non in Italia) ove la polizia è ancora strutturalmete violenta, ufficiosamente autorizzata a reprimere fino alle più estreme conseguenze.

In questa riflessione vorrei semplicemente sottolineare un altro aspetto del dramma in questione, quello più preoccupante a mio avviso: l'enorme ipocrisia di politicanti inetti, capaci di stracciarsi le vesti - con ridicola e mal mimata fermezza – solo e solamente per eventuali abusi delle forze di polizia, riducendo un dramma così profondo e complesso (quello della classe operaia ormai in via di estinzione!), al solo gesto di un gruppo di altri figli del popolo (gli agenti) che svolgono un lavoro mal pagato in proporzione ai rischi in esso implicati.

Ci vuole una buona dose di meschinità, non c'è che dire! Meschinità sotto la quale si cela la trilogia del: non so, non posso, non voglio. Abbiamo infatti una classe politica che non sa fare, perché composta in ampia parte da individui giunti alla seggiola più per faccia tosta e accozzi che per capacità. Abbiamo una classe politica che non può fare, perché asservita ai diktat delle eminenze grigie che pilotano le nefaste leggi dell'economia (e della politica). Abbiamo una classe politica che non vuol fare, per evitare di essere punita severamente dalle grigie eminenze del mercato e per non perdere quei contentini (privilegi) concessi da queste ultime, a patto che se ne stia a cuccia e inerte!

Questa è la ciurma che si permette di sentenziare dall'alto (chi si guadagna il pane stando in prima linea) e di esprimere patetiche solidarietà, mantenendo però dovuta distanza da piazze e strade: unici luoghi dove sempre più persone son ridotte ad esprimere il loro disagio. Perché – vale la pena ribadirlo – nelle piazze e nelle strade i veri responsabili di certe derive, non ci sono mai. Una pusillanime assenza che dà vita ad uno dei più tristi paradossi sociali: la rabbia degenera in una guerra tra poveri: operai e agenti delle forze dell'ordine, per esempio. Cosicché questi ultimi (in gran parte giovani) diventano, in un certo senso, il volto colpevole di defezioni altrui.

È doveroso - per quanto difficile al momento dei fatti -  non cadere in questo nefasto paradosso, che ha come unico risultato l'affievolimento della coesione sociale: humus necessario per far fronte civilmente e democraticamente alle sottili ma potenziate violenze perpetrate da ben altri ambiti.  

Persino Pier Paolo Pasolini, commentando le cruente manifesazioni degli anni '60/ '70, ebbe la lucidezza e l'onestà di dichiarare come i (peraltro non teneri) celerini non fossero minimamente la parte da avversare, perché figli delle classi sociali più affamate: uomini che  riuscirono forse a migliorare il salario un po' più dei propri padri; ma al prezzo di un lavoro altamente rischioso.

Quanto detto finora, ovviamente, non vuole eludere responsabilità oggettive - quando ve ne siano - da parte di manifestanti e  forze dell'ordine.

Nemmeno desidero mettere nello stesso mazzo tutti i politici. Ci sono tanti uomini e donne che onorano il nobile servizim alla polis con impegno, onestà, diligenza e sensibilità.

Ed ora una proposta salutare per sedicenti servitori dello Stato!

Durante una prossima manifestazione di operai con nervi a pezzi per ovvie ragioni, cari politici al servizio dei cittadini, non mandate i ragazzi delle forze dell'ordine. Sono troppo giovani: possono innervosirsi quindi commettere imprudenze. Andateci voi! Posizionatevi di fronte ai manifestanti. Dialogate con loro: viso a viso. Spiegate cosa realmente potete e non potete fare circa i drammi che li tormentano. Insomma: fate opera di contenzione, rassenerateli. Di certo saprete offrire parole persuasive, più di poliziotti, carabinieri e finanzieri.

Fate quest'esperienza, almeno per una volta! Eppoi ne riparliamo.

                                                                                  Ignazio Cuncu Piano





domenica 26 ottobre 2014

PARLARE CON DIO IN LINGUA SARDA.

Accolgo con gioia e soddisfazione la notizia sull'Unione Sarda di oggi: "... Lingua sarda nel rito: prime aperture". Non c'è dubbio che questa saggia decisione dei Vescovi sia una risposta - oltre che al buon senso - all'accorato anelo non solo di moltissimi fedeli, ma anche di coloro che pur non avendo fatto una scelta di fede, sanno leggere nell'enorme serbatorio sacro "in limba", un non indifferente Patrimonio dell'Umanità. Una ricchezza che beneficia i sardi e l'Umanità intera quindi (la quale attinge unicamente dalla cultura di ogni popolo di cui è composta).

Se c'era qualcuno - soprattutto negli ambiti clericali - che serbava dei dubbi circa l'idoneità della lingua (sarda) ad esprimere concetti liturgici, teologici, o formule sacramentali, questa notizia reca una smentita finale. Si è trattato di un dubbio tanto dannoso quanto sciocco, del tutto anticulturale, che ha arrecato solo danni e ritardi! Perché - siamo seri! - se si può esprimere una formula sacramentale in cinese, in malayalam, in lingua curda o kirghisa, in furlan o in kirundi: qualcuno saprebbe spiegarci perché in lingua sarda no? Del resto: le nostre Genti hanno parlato in sardo - con Dio - per circa duemila anni. E Dio le ha sempre ascoltate e... capite!

Mi sia concesso ora un amabile rimprovero ai nostri Presuli: "Ben svegliati cari Vescovi sardi! Perché - siate sinceri! - finora non avete mai dato peso all'importanza della liturgia in lingua madre, prestando disattento ascolto ai tanti del Popolo di Dio che ve lo chiedevano. Ora, siccome lo auspica il Papa...!". Ad ogni modo: meglio tardi che mai.

Questa "estetica" decisione dei Vescovi, porta anche una sfumatura di dovuto ripristino, di azione riparatrice. Alcuni - molti? - preti infatti, interpretando malamente il Vatcano II (che da tutt'altra parte andava), si arrogarono il diritto di eliminare, dall'oggi al domani e senza consultare la comunità dei fedeli (!), preziosi riti in sardo, densi di spiritualità millenaria tramandataci dai nostri progenitori nella fede. Come fu possibile che questi capolavori della devozione siano stati considerati, di punto in bianco, inadatti alla trasmissine di così alta spiritualità. La risposta c'è, ed è alquanto superficiale: stava prendendo piede la moda dell'italiano, la moda del... moderno. Moderno: vaga chimera; termine ambiguo e pericoloso, di fronte al quale, tutti i termini di contrappasso (come, ad esempio: antico) dovevano tramutarsi, per forza, in mali da estirpare sì o sì.

Ma sembra che Dio se ne infischi degli imposti pseudo-concetti di modernità! E anche Maria Santissima. E così, quando la Madre di Dio apparve a Bernadette Soubirous (1858), non le parlò in "francese moderno", ma in occitano. E se la veggente fosse vissuta ad Uras, a Nuxis, a Mandas, a Bitti, a Tissi, al Ales, a Monastir, a Nuragus, a Sestu, a Soleminis o a Sinnai, la Vergine Maria le avrebbe parlato in sardo (e non in altra lingua teologicamente più affine), per manifestarle niente meno che la personale  approvazione circa un dogma di fede.

Eppoi: l'animo innamorato di Dio, è capace di conformare, di forgiare e cesellare... "nuovo linguaggio dentro il linguaggio": modificando termini e creandone di nuovi, così da rendere la lingua stessa più malleabile nell'interpretazione ed espressione delle sublimi manifestazioni che lo Spirito Santo sa suscitare nel dialogo creativo tra l'anima e Dio. È quello che succede, per esempio, nei Goccius, ove troviamo termini specifici al sacro, non usati nel parlare corrente; è quello che succede anche nella lingua italiana e in altre lingue. Chi conosce a fondo l'inglese, per esempio, sa che nel leggere la bibbia o un libro di mistica cristiana, potrà trovare innumerevoli vocaboli sconosciuti al linguaggio ordinario, sia per la loro arcaicità, sia per la specificità di ciò che esprimono.

L'esperienza degli autori sacri è emblematica al riguardo: pensiamo ad esempio all'evangelita Giovanni, che spesso ha spesso esposto la fraseologia greca al limite della grammatica, per esprimere con più aderenza possibile l'inesprimibile bellezza del Messaggio divino. O alle sgrammaticature e spesso sgraziature di alcuni versetti biblici, attraverso i quali, paradossalmente, Dio ci condivide aspetti - di per se' indicibili - di se stesso.

Nella stessa linea: pensiamo all'Antico Testamento nel suo insieme. Fu redatto in una lingua essenziale, ricca di non troppi vocaboli, tendenzialmente basata sul visibile, finalizzata a descrivere un ambito agropastorale, quindi poco affine ad esprimere l'eterno. Eppure Dio face la sua strana scelta; pur potendo disporre già da allora - nello stesso bacino del Mediterraneo e nella geografia medio-orientale - di lingue più raffinate ed evolute!

Riassumendo: non solo la lingua sarda è idonea al sacro, ma attraverso il compendio dei testi sacri auspicata dai nostri Presuli (speriamo che si faccia davvero!), la lingua sarda-sacra ci restituirà alla memoria innumerevoli-poco noti-espressivi vocaboli. C'è di più: la ripresa della preghiera in sardo, contribuirà, coe già sopra, alla nascita di ulteriori termini, che in modo sempre più vivo e attuale, sapranno esprimere la progressiva maturazione della comunità dei credenti all'interno dell'inesauribile bellezza delle cose di Dio.

Questa nuova avventura "nella fede", ci riavvicinerà, lo auguro, alla genuinità del nostro essere Chiesa Cattolica: un unico messaggio di salvezza inculturato nello specifico humus de tutti gli uomini: " Di ogni tribù, lingua, popolo e nazione" (Apocalisse 5, 9b).
                                                              
                                                                            Ignazio cuncu Piano.
 
 

domenica 14 settembre 2014

PER FAVORE... SVEGLIATEVI !

Mi permetto di riproporre l'accorata lettera scritta da padre Albino Pizzotto (esperienza missionaria in America Latina, fondatore del movimento " Beati i costruttori di Pace", da anni schierato contro la fame, la guerra e lo sfruttamento selvaggio del pianeta) ai Vescovi, invitandoli a prendere posizione contro le basi militari, quali "strutture di peccato". La lettera non è stata scritta in data recente, ma il suo contenuto è denso di drammatica attualità. Il titolo "Per favore... svegliatevi" , è una mia aggiunta, non fa parte della lettera di don Albino. Personalmente la invierò a tutti i Vescovi sardi, ai quali già scrissi qualche anno fa circa il tema in questione, ri-invitandoli cordialmente a... "sin-ddi scidai!" (a svegliarsi). A pronunciarsi con coraggio e determinazione di fronte al commercio di morte che sfacciatamente circola nelle loro Diocesi.
Ieri il Papa, a Redipuglia, ha ricordato (e non è la prima volta) come la guerra sia una follia di sangue che arricchisce molti.    

Ecco la lettera di don Albino.

Carissimi fratelli Vescovi:

a conclusione del seminario "Globalizzazione e Giubileo", tenutosi davanti alla base USAF di Aviano, dal 6 al 9 agosto 2000, vi abbiamo inviato una lettera nella quale vi rivolgevamo un pressante invito a denunciare come "strutture di peccato" la produzione e il commercio delle armi e "a prendere in considerazione le tematiche della pace e della nonviolenza,
come esige il Vangelo, per un programma pastorale che sia di guida e di orientamento a tutte le Chiese".
Sappiamo che in occasione del Giubileo dei Militari nel settembre 2000 è stato recapitato a tutti i Vescovi italiani il documento "Superare la guerra", redatto dai volontari e obiettori di coscienza dell'Associazione Papa Giovanni XXIII  Operazione Colomba.
Il Papa, nel suo messaggio per la pace del primo gennaio di quest'anno, parla di "scelte improcrastinabili" e di "scelte concrete e tempestive" proprio riguardo alla preoccupante crescita degli armamenti e al "permanente rischio di conflitti tra nazioni, di guerre civili all'interno
di vari Stati e di una violenza diffusa". A conclusione il Papa afferma che la riconciliazione e il perdono, nella visione cristiana, sono "l'unica via per raggiungere la meta della pace ", sebbene "molti, in nome di un realismo disincantato", reputino "questa strada utopistica ed ingenua"; .è
quanto dire la valenza anche politica della nonviolenza.
Anche le vicende legate all'uso dell'uranio impoverito hanno mostrato di quali menzogne e imbrogli si nutrono e vengono mascherate tutte le guerre, anche quelle giustificate dalla comunità internazionale come "ingerenza umanitaria".
Siamo appena tornati da un'azione internazionale nonviolenta di pace per l'Africa, realizzata a Butembo nella Repubblica Democratica del Congo.
Abbiamo aperto gli occhi sull'olocausto dei nostri giorni, milioni (ma proprio milioni) di uccisi nel silenzio e nell'indifferenza più totali, con le nostre armi e per i nostri interessi! Anche le Chiese locali di quei paesi si sentono abbandonate; non riescono a capacitarsi, perché la loro
voce non riesca a giungere alle nostre comunità, nonostante la loro coraggiosa testimonianza, a volte a costo della vita, di opposizione alla guerra con la nonviolenza. Eppure abbiamo sperimentato che anche un piccolo gesto di solidarietà è capace di far esplodere la speranza della gente e anticipare la festa della pace.
Ad Aviano, si sta completando una ristrutturazione di potenza e di guerra in una delle basi militari più grandi del mondo anche questa nel silenzio e nell'indifferenza. Il primo aprile prossimo ritorneremo a percorrere il tratto Pordenone-Aviano, in una Via Crucis che renda concreto il nostro impegno di conversione sia personale che strutturale. Quest'anno ci saranno
due Vescovi a camminare con noi, un altro interverrà dall'Africa. per noi è un segno che ci riempie di gioia e di speranza.
La pace, dono del Risorto, è la Sua prima parola creatrice dopo la Risurrezione e costituisce il fondamento e la caratteristica della nuova comunità dei discepoli. Ma per Lui la pace è stata così diretta e concreta da portarlo sulla croce; la Sua pace è il frutto della croce.
Siamo ben coscienti di essere servi inutili, ma continuiamo a rivolgerci a voi con fiducia, perché vorremmo che la pace non venga ridotta ad alcune iniziative o celebrazioni, ma informi la fede e quindi la prassi pastorale di tutte le comunità, affinché lo specifico cristiano dell'amore al nemico, della riconciliazione e del perdono non venga proposto solo come consiglio
evangelico di perfezione per singole persone, ma si traduca in cammino comunitario che coinvolga la vita privata, ma anche politica, le coscienze e le strutture.
Oggi molti soffrono dello sconcerto per le scelte egoistiche ed individualiste di tanta parte della società e per l'insignificanza della fede e della pratica religiosa, specialmente nei giovani. C'è sete di testimonianze coraggiose e credibili; non di singoli o di gruppi, ma di comunità vive.
Per questo chiediamo anche a voi:
· Di aiutarci ad approfondire la centralità teologica della pace, anche nella concretezza storica e nella traduzione pastorale. Come strumento specifico vi chiediamo di rimettere in onore e rendere operativa, sia a livello nazionale che locale la commissione "Giustizia e Pace" e non
accorparla in appendice alla "Commissione pastorale del Lavoro".
· Essere presenti, sostenere, incoraggiare, le comunità ecclesiali a partecipare, a sporcarsi nelle iniziative che il complessivo movimento della pace e della nonviolenza da anni sta promovendo.
· Darci orientamenti e pronunciamenti di magistero, sulle scelte che riguardano le sfide più grandi dell'umanità, che aiutino a mettere a fuoco obiettivi e percorsi contro le strutture di morte, per un'economia a servizio dell'uomo, per la salvaguardia del creato, per il rispetto dei
diritti umani, che impegnino comunitariamente, senza accettare una relativizzazione totale, che permette anche nella Chiesa di scegliere tutto e il contrario di tutto, con grande confusione e delusione specialmente da parte dei giovani.
Anche a Voi chiediamo di prendere posizione su scelte concrete con "parresia" nei confronti dei vari poteri di questo mondo, anche a costo di entrare in conflitto con il potere costituito, come di fatto è successo a Gesù.
Come potrete immaginare, per noi è troppo importante una vostra risposta, che attendiamo anche come segno della comunione ecclesiale che ci lega tutti all'unico Signore, il Principe della Pace.
Pace e gioia a tutti,
p. l'associazione "Beati i Costruttori di Pace"
don Albino Bizzotto